IL PRIMO AMORE SI CHIAMA GENOA
Citazione: dal volume "Essere genoani", dalla collezione della Fondazione del Genoa presieduta da Andrea D'Angelo e Sergio Carbone.

 

di Cesare Lanza
 

Il primo battito al cuore di vero amore per il Genoa lo avvertii in età scolare, quando mio padre mi portava con sè - per accontentare me - alla partita della domenica, a Marassi. Non ricordo bene l'anno: fine anni quaranta, primi cinquanta. Mio padre, reduce dalla guerra, era ostile alla politica e al mondo politico...non acquistava quotidiani d'informazione, in casa nostra entravano soltanto "L'Europeo", il mitico settimanale allora diretto da Arrigo Benedetti e "Tuttosport". Il quotidiano sportivo di Torino privilegiava le notizie sulla Juventus, di cui mio padre era tifoso accanito, ma accordava molto spazio anche al Genoa: così i colori rossoblù, forse per spontaneo antagonismo verso il genitore, forse per quell'impulsivo istinto che guida le forsennate storie d'amore, fecero irruzione nei miei sogni e nelle mie fantasie.

Poi, scoprii la bellezza intensa della partita vista allo stadio. Il Luigi Ferraris! Domeniche indimenticabili. L'amico del cuore di mio padre era un indomito genoano da leggenda, Remo Giacomantonio, che oggi vive a Roma, quasi centenario: ogni volta che gli telefono, appena ci salutiamo, il suo primo pensiero è per il Genoa. Con lui ci davamo appuntamento davanti allo stadio: mio padre e io ci incamminavamo, subito dopo pranzo, dalla nostra abitazione in via Filippo Corridoni, dietro la Casa dello Studente in corso Gastaldi: che bella, lunga passeggiata - piena di attesa per la partita in programma. Erano altri tempi: pochissime automobili, il taxi era un lusso. Andavamo felici e tornavamo (raramente felice, almeno io) sempre a piedi. Ricordo pomeriggi freddissimi, il gelido vento di tramontana: per coprirci, mettevamo carta di giornale sul petto, sotto il cappotto.

In una di quelle prime partite a cui assistei, io seguivo il gioco proprio dietro la porta genoana, a pochissimi metri. E in porta c'era Nani Franzosi, bravo e popolare. Non ricordo bene se il Genoa stesse vincendo o pareggiando... Fatto sta che negli ultimi minuti un tiraccio di un attaccante avversario, da neutralizzare con una facile parata, arrivò verso Franzosi e il nostro portiere si inginocchiò per raccoglierlo... ma - dannazione! - il pallone gli sfuggì in mano e finì in rete. Non ricordo se il Genoa pareggiò quella partita che stava vincendo oppure perse, se stava pareggiando. Ricordo che la gioia di un buon risultato in quello sciagurato attimo si trasformò in una forte, inattesa delusione. Ricordo bene il silenzio terribile che calò nello stadio e, soprattutto, la reazione di

Franzosi: il portiere restò a terra immobile, dopo aver disperatamente tentato di bloccare il pallone, e quando si rialzò, alzando la testa verso la gradinata, ricordo il gesto sconsolato, di scuse, con il quale si rivolse al suo pubblico, allargando le braccia. Ero a pochi metri e ricordo bene il suo volto... Piangeva.

Allora ero un bimbetto che non sapeva di calcio, ma quella scena mi emozionò e mi segnò per la vita: da lì nacque il vero amore... La solidarietà verso il nostro portiere, la ribellione verso la sfortuna, lo sberleffo della sorte... Oggi sono un vecchiaccio un po' tonto e romantico e dunque convinto, come milioni di altri italiani, di sapere del calcio qualsiasi mistero e segreto. Nonchè di sognare, nonostante l'esperienza, e non solo sognare, ma scommettere su un Genoa sempre vincente. Perciò il mistero della mia passione per questa squadra, che mi ha accompagnato per tutta la vita, non sono riuscito a comprenderlo, ad analizzarlo razionalmente. E' insolubile. E' amore puro: come si prova, a volte e d'improvviso, per una donna. Ma credo di essere anche una persuasiva testimonianza vivente di quanto si dice spesso: gli uomini non sono fedeli alle donne, alle auto, alle case e a qualsiasi abitudine...ma i tifosi veri sono sempre e comunque fedeli alla loro squadra. Così è, per me: nella mia vita disordinata, ricca di tutto e del contrario di questo illusorio "tutto", c'è una sola stabilità che si è distinta dall'infanzia alla senilità e lo sarà fino al congedo di questa valle di lacrime (molte, come sappiamo, genoane): la mia fede, il mio amore, la mia passione, la mia dedizione per il Genoa. Immotivabile quanto inattaccabile.

Ritorno col pensiero a quella domenica... Quanto era diverso il rapporto tra i tifosi e la squadra! I calciatori uscivano tranquillamente, uno dopo l'altro, più o meno dalla zona che oggi è riservata all'ingresso per la tribuna d'onore: non c'era forse neanche un pulmann ad aspettarli.

Tutti uscivano senza problemi e senza divismi per tornarsene a casa a piedi oppure per raggiungere l'auto parcheggiata poco lontano. Una piccola folla li aspettava, per salutare, applaudire, chiedere gli autografi. Anche io, fino alle scuole medie, in quegli anni avevo un diario in cui raccoglievo gli autografi... Ricordo i nomi di calciatori, sconosciuti forse ai giovani genoani di oggi, ma per me allora erano gli eroi, gli idoli della domenica, della mia infanzia e della mia adolescenza: gli svedesi Nilsson e Mellberg, un terzino destro, Cardoni, che fu convocato anche per la Nazionale, Frizzi che batteva i rigori correndo e fermandosi (con uno stile che poi fu vietato), Pistrin, Firotto, Mike, il grande Carapellese. E quella domenica, quando dagli spogliatoi uscì finalmente il "colpevole" Franzosi, ci fu un grande applauso di consolazione: il portiere ringraziò, con gli occhi umidi, e strinse la mano a tutti quelli che gli erano vicini... Si può forse immaginare, oggi, una scena simile?

Ho perso quel diario, quegli autografi, le fotografie con dedica....quanto sarei felice se miracolosamente potessi ritrovarlo!

Oggi, vecchio come sono, si accorciano con gli anni che passano le speranze di poter assistere alle imprese della squadra che, prima o poi, certamente vincerà il decimo scudetto. E se la giustizia sportiva non ci avesse penalizzato nel modo atroce e infame che sappiamo, quest'anno ci batteremmo (ne sono sicuro) per le primissime posizioni...con l'Inter, il Palermo, la Roma... E chissà! Quanti torti, nella sua lunga storia, ha dovuto subire il Genoa... ma ha resistito a tutto, si è dimostrato più forte di qualsiasi avversità. Conservo anche il ricordo di aver contribuito a rilanciare il Genoa, negli anni ottanta, quando Renzo Fossati, un bravo presidente (meritevole di rivalutazione) che, realisticamente, non riusciva a pensare in grande, non voleva assolutamente lasciare il posto ad altri.

Grazie alla stima e alla simpatia che provava per me, riuscii a portarlo a pranzo, a un incontro con Aldo Spinelli: seguii una trattativa difficile, riuscii a propiziare il passaggio di consegne. A Spinelli (e al Genoa) feci il regalo più grande che mi fosse possibile: gli presentai tre grandi e disinteressati professionisti, miei amici, gli avvocati Andrea D'Angelo e Sergio Carbone, il commercialista Alfio Lamanna. I tre misero ordine nel dissesto amministrativo rossoblù (caos calcistico, in generale) e furono determinanti per la straordinaria rinascita, fino alla memorabile vittoria a Liverpool, uno straordinario campionato con Osvaldo Bagnoli, il quarto posto in Coppa Uefa. Purtroppo, come si sa, Spinelli non fu poi all'altezza del Genoa e uscì in un modo che svilì quanto di buono, ben assistito, era riuscito a fare - grazie in primo luogo ai suoi collaboratori. Peccato. C'è chi può tenere al Genoa o al Livorno senza differenza, interessato soprattutto ai suoi affari, e c'è chi, per fortuna del Genoa, ha una più profonda sensibilità e personalità. Come D'Angelo e Carbone, che sono ritornati con il loro stile vincente, e non a caso - inventando e strutturando la Fondazione - hanno di nuovo rilanciato il colore rossoblù come quello curiosamente sempre in grado (è successo mille volte nella nostra storia, a prescindere dai risultati) di dipingere l'innovazione, anticipare il futuro, segnare svolte epocali, delineare cambiamenti e prospettive.

Sì, non vedrò (forse) il decimo scudetto, ma mi sento pieno di gratitudine per le emozioni che col Genoa in sessant'anni ho vissuto: le speranze e la disperazione, i sogni, il piacere delle illusioni, il gusto della battaglia quasi sempre affrontata in condizioni di difficoltà e di inferiorità... Credetemi, e lo dico solo a chi non è baciato dalla fortuna e dal privilegio di essere genoano. Il Genoa non è una squadra di calcio come tutte le altre:

è uno stato dell'anima.

 

21-12-06