Caso
Gazzetta
Se Di Rosa
sbianca la "rosea"
di Cesare Lanza "
Libero"
Fermati,
cuore! Sento dire che la Gazzetta dello Sport a luglio diventerà
tabloid e, forse, non sarà più
rosa. Non
sembri enfatica la citazione del meraviglioso verso di Shakespeare per esprimere l'ansiosa emozione che provo, e con me
certamente tanti italiani
cresciuti a pane e gazzetta, di fronte
a queste insidiose indiscrezioni. La nostra Gazzetta ridotta a
un formato minuscolo come quello di un qualsiasi giornale
popolare inglese o tedesco, un qualsiasi Sun, una qualsiasi Bild?
E come potremo sperare i sussulti che ci provocavano i titoli
cubitali e geniali inventati dal maestro Gino Palumbo,
fedelmente rispettati dal suo erede Candido Cannavò e per la
verità un po' smosciati, nel vigore e nel linguaggio, chiedo
scusa ai due insigni colleghi, gli ultimi due direttori, Pietro
Calabrese e Antonio Di Rosa? E per di più questo tabloid (mi si
accappona la pelle solo a pensarci) sarà proposto in carta
bianca? La Gazzetta o è rosa o non è. Mobilitatevi, amici
gazzettofili, unitevi al mio grido di apprensione; fermatevi a
riflettere, direttori e manager, capiredattori e praticanti, e
non prendete, se appena è possibile, queste decisioni che
appaiono probabilmente distruttive.
La Gazzetta
nacque nell'aprile del 1896, due giorni prima dell'apertura
della prima Olimpiade moderna, ad Atene. Era un bisettimanale,
figlia della fusione di due periodici, "Il ciclista" e "La
tripletta" e all'origine (ahi! questo ricordo non giova alla mia
polemica) non era rosea, ma di colore verdolino: così la volle
il suo primo editore, affinchè si distinguesse dagli altri
fogli. E il travaglio fu tormentato: nel '97 diventò gialla, nel
'98 bianca e nel '99, finalmente e per sempre (speriamo), rosa.
Dieci anni dopo, nel 1909, questo fortunato colore si consolidò
con la nascita del Giro d'Italia: com'è noto, al primo in
classifica è tradizionalmente destinata, come segno di
privilegio e di distinzione, la maglia rosa. Nel 1913 (ma non
vorrei incorrere in un erroraccio, secondo altre fonti si trattò
del 1919) la Gazzetta diventò quotidiano e da allora accompagna,
scandisce i ritmi della nostra passione sportiva.
Non conosco, e non voglio occuparmene in
questa occasione, quali siano i problemi che inducano gli
amministratori del giornale a progettare, o ad aver già deciso,
simili drastici provvedimenti. Qui parlo di cuore, come ho
detto, di emozioni, e dell'affetto romantico che ha legato varie
generazioni di giornalisti e lettori a questa, dico questa,
gloriosa testata. Ma un ammonimento sorge spontaneo: il giornale
non è un prodotto industriale come qualsiasi altro, non si può
trattare come una saponetta o un succo di frutta. Se si vuol
cambiare, i cambiamenti - anche rivoluzionari, come fece Palumbo
- vanno varati all'interno della prestigiosa, a mio parere
intoccabile tradizione: non certo stravolgendo, massacrando
l'identità di un giornale che neanche riesco ad immaginare
diverso da com'è. Non è cambiandone il formato, che si
razionalizza la produzione; non è cambiando il colore, poichè la
carta bianca costa meno di quella rosa, che i bilanci
automaticamente diventeranno più floridi.
Il lettore sportivo (contrariamente a
quanto si potrebbe pensare, riflettendo sui bar dello sport in
tivu) è competente, pignolo, tradizionale, fedele, informato,
attento ai particolari. L'italiano medio non sa quanti governi
l'Italia abbia avuto, quanti ne abbiano diretto Andreotti, Craxi
o Berlusconi. Lo sportivo italiano medio sa quanti scudetti ha
vinto la Juventus, quante Champions League il Milan, chi è il
goleador recordman del campionato, e quanti Giri d'Italia siano
stati vinti da Coppi e quanti da Bartali. Proprio di recente (da
lettore) ho avuto modo di invitare i giornalisti sportivi a non
dimenticare "i fondamentali" imposti e pretese da Gualtiero
Zanetti, Gino Palumbo, Antonio Ghirelli... A che ora cominciano
le partite, a che ora la tivu, quante retrocessioni, quante
promozioni, quale il calendario delle partite, eccetera
eccetera.
Ingegnatevi, amici che ogni giorno ci
lavorate, a rinnovare la Gazzetta nei contenuti, nelle scelte
degli argomenti, nei titoli, nell’impaginazione. Con un occhio
alla tivu: mi permetto di dirlo, da lettore, in totale umiltà:
al lunedi che senso hanno i lunghi sproloqui dei resoconti delle
partite, dopo che alla domenica la tivu ci ha regalato tutto e
di più? Sono i confronti, i dibattiti, le storie, i romanzi, i
retroscena, dello sport che ci interesserebbero veramente.
L’intervista era un genere formidabile quando non si facevano
interviste, ma ora che senso ha pubblicare montagne di
interviste a pisquani e campioni che balbettano, quasi sempre,
le stesse cose biascicate in tivu? Certo, non è pastrocchiando
col colore e con il formato che si otterranno risultati
migliori.
Negli anni ottanta, la Gazzetta conquistò un
primato trionfale: la sua tiratura record del 12 luglio 1982,
nel giorno che annunciava la vittoria italiana nel campionato
del mondo di calcio, fu di 1.469.043 copie. La media dei lettori
di quell’anno fu di 2.811.000 lettori, l’anno dopo fu sfondato
il “muro” dei 3 milioni. L’augurio sincero, appassionato, è che
la Gazzetta possa tornare a poco a poco a quelle cifre:
naturalmente con il formato di oggi, e con quel delizioso colore
rosa a cui siamo indissolubilmente legati, vorrei dire
proustianamente, perché ci riporta a memorie indimenticabili.
cesare@lamescolanza.com
13-5-05