IL SALOTTO DI CESARE LANZA

UN ATTIMINO DA BUTTARE

MA ANCHE QUANT’ALTRO, TERZISMO, SOLIDARIETÀ, SCENDERE IN CAMPO. SONO LE PAROLE DA DIMENTICARE PER I NOSTRI OSPITI. CHE NON VORREBBERO PIÙ SENTIRE NEANCHE “VIP”…

 

 

Nel nostro linguaggio ci sono parole insostenibili, luoghi comuni, tormentoni: chiunque di noi vi indugia, non è il caso di scandalizzarsi né di colpevolizzare nessuno. Quando avevo vent’anni (ora ne ho sessanta) nei miei articoli, ad esempio, facevo un uso frequente dell’aggettivo “inquietante”, senza rendermi conto che ero il primo, così aggettivando, a inquietare i lettori. E spesso scrivevo “agghiacciante”. I miei colleghi più adulti avevano preso a sfottermi chiamandomi “Mister Agghiacciante”.: così persi subito il vezzo. Premessa questa doverosa tolleranza verso qualsiasi abuso di parole, proviamo ad affrontare l’argomento nel mio salotto di febbraio: cosa dobbiamo buttare nel cestino? La prima risposta è del senatore Giulio Andreotti, che con la sua nota ironia sa ben valutare le sfumature, quando parla e quando scrive. Ed ecco, puntuale, il suo graffio: “Cancellerei dal vocabolario la parola “equidistante” per sostituirla con il neologismo equivicino. Me lo suggerisce lo stolto interrogativo che mi viene spesso rivolto: Lei è per Israele per i palestinesi?”  Fantastico. E Walter Veltroni, sindaco di Roma, anche lui aguzzo verso un aspetto sociale: "Una parola da buttare è "barbone", per indicare persone con gravissimi problemi economici e sociali, senza fissa dimora. E' una parola che indica una categoria, un modo di vivere che sembra essere "fisso". Invece, è bene sapere che  in questo nostro tempo, in condizioni di disagio estremo si può finire anche cadendo da posizioni sociali soddisfacenti. A Natale sono stato ad una mensa per i poveri della Caritas e lì ho potuto parlare con un ex dirigente Fiat, che per una serie di rovesci familiari e professionali si è trovato senza reddito e senza casa. In lui ho trovato dignità e consapevolezza delle difficoltà del vivere. La stessa dignità che due mesi fa ha imposto al signor Natale Morea di mettere a repentaglio la propria vita per difendere quella di due ragazze aggredite. Continuare a parlare di barboni non ha senso, anche in segno di rispetto per la dignità, comunque, della persona".

                   Sergio Billè,  presidente di Confcommercio, resta spiritosamente nei confini delle sue difficoltà pubbliche: “La parola da buttare è "il caro-prezzi” perchè nel 2003 è stato un incubo".  Ma per spazzare via l’incubo, mi scusi Billè il commento inevitabile, gran parte di responsabilità non spetta proprio ai commercianti? Idealista anche l’on.Teresio Delfino, sottosegretario alle Politiche Agricole e Forestali: “Violenza:  perchè non possiamo accettare che la violenza tenga in ostaggio la pace. E' indispensabile lavorare tutti insieme per creare un nuovo ordine mondiale  ed assicurare la sicurezza collettiva.”

Donato Porreca, presidente della Fondazione Enasarco: “Non dire mai più “bipartisan” perché è un concetto ipocrita, inapplicato e inefficace… Sebbene, più che dirlo, sarebbe auspicabile che si applicasse davvero, specie sulle regole!”

                   Ecco due comunicatori. Walter Brugnotti, direttore delle relazioni esterne di Citroën Italia: “Uno slogan da buttare è “scendere in campo”, viene usato spesso per tanti altri motivi…Non se ne può più.” Paolo Calvani, direttore comunicazione di Mediaset: “Più che una parola è un’espressione composta da due parole: di default...”

                   Alla star del mondo televisivo di questa stagione, Paolo Bonolis, non piacciono le parole straniere importate e utilizzate con qualsiasi pretesto, e a volte incomprensibili per chi – con pieno diritto – non conosca le lingue… Un azzeccagarbuglismo moderno. Un giovane conduttore televisivo, Milo Infante: “Spero di non sentirmi dire  mai più "un attimino" o la sua variante "momentino". Ma se proprio non fosse possibile almeno spero di non sentirmi più proporre da parte della mia banca "investimenti sicuri", vedi gli ottimi bond Parmalat, Cirio, ecc…” Massimo Donelli, direttore di “TV Sorrisi e Canzoni” è lapidario: “Terzismo.”  Luciano De Crescenzo: “Un attimino”. Paolo Vitelli, presidente di Azimut-Benetti: "La parola che non voglio più sentire è target, termine fastidiosamente indifferenziato, mentre preferisco parlare dell'individualità dell'uomo e  della necessità di riconoscere le sue esigenze specifiche".  Il commercialista Alberto Arrigoni: “Uno slogan da buttare potrebbe essere "mi sono sbagliato!" dato che non c'è molto posto per i tentativi. La nostra società accetta solo i soggetti con certezze, possibilmente fondate e non concede spazio, quanto meno in generale, alle correzioni.” E però replica un famoso imprenditore, Piero Bassetti: “La parola da buttare è proprio questa: certezza. Ma quando, ma dove?”

                    Barbara Palombelli, giornalista e conduttrice televisiva attenta professionalmente ai problemi del linguaggio, ci regala una staffilata ben mirata: “Vip   è la parola più stupida e, se permettete, anche la più falsa... Le persone veramente importanti sono quelle che non usano le salette vip, non fanno le vacanze vip, non contano sui posti assegnati in aereo per i cosiddetti vip, ecc.  E un arrampicatore o un'arrampicatrice si giudicano dalle loro presenze fisse nei vippai (e i giornalisti, per dovere di cronaca, sono ovviamente ammessi e graditi ovunque!)

                        Bruno Musella, amministratore delegato della Compagnia Generale Telemar SpA: "Non sopporto più la parola coeso, è brutta e soprattutto mi sembra che ormai si usi per coprire una menzogna. Più la si pronuncia e meno si è coesi…".

Mario Moretti Polegato, presidente della Geox e membro del collegio dei probiviri di Confindustria: “Champagne.  Non tanto per lo champagne in sé, ma per l’atteggiamento che si cela dietro questo termine: noi italiani abbiamo l’abitudine di innamorarci facilmente di tutto ciò che arriva da oltre confine, osservando solo superficialmente quello che la nostra terra e la nostra intelligenza producono.” 

                       Alcuni autori televisivi. Stefano Jurgens: “Una parola da buttare? Sicuramente “media”.  Marco Luci: “Oro, per dire qualcosa che vale molto… Purtroppo anch’io la uso spesso, con riferimento all’importanza degli ascolti, in tivu, quando si capisce che c’è qualcosa che vale oro…”  Federico Moccia: “Non mi piacciono le espressioni encomiastiche tipo: valorosi colleghi, onorevoli amici… Per divertimento, le utilizzo per sfottere chi le usa.” “Stefania Mazza, esperta di casting nei programmi Rai: obsoleto.” Gilda Sabetti concorda sull’insostenibilità di “attimino”.  Tre registi televisivi di fama… Paolo Beldì: “Un attimino!” (ormai, in vetta alla classifica della ripugnanza…). “In particolare se condito con un aggettivo: un attimino gentile, un attimino diverso, un attimino forte... Puah!" Giancarlo Nicotra: “Espressioni tipo sinceramente… sarò sincero… Se uno è veramente sincero, non ha bisogno di dirlo!”  Cesare Gigli, in sintonia: “Parole al vento… Mi metto una mano sulla coscienza (a trovarla, spesso…) o anche: giuro su questo e su quello…” Concordo: diffidare, diffidare. Sergio Rubino torna sull’attimino: “Tra colleghi ci multavamo per 10 euro, ogni volta che la pronunciavamo.”

Dan Peterson, opinionista sportivo: “Non vorrei più sentire la parola war, guerra…”

Darwin Pastorin di Sky Sport: “Figuriamoci…. Perché non vuol dire niente e suona falso. Ma figuriamoci! Quante volte lo abbiamo sentito pronunciare, con quel tono incolore, non sincero, così abusato, così grottesco… Ma figuriamoci, di che cosa? Da cancellare, una volta per sempre…”  E il popolare Oscar Orefici,  

                         Consegno e affido a Zarathustra una stimolante indagine fatta da un importante quotidiano, “Il Sole-24 Ore” su questo argomento: il nostro “attimino” in quella classifica è solo al terzo posto (prevalgono “quant’altro” e “assolutamente”). Ecco qui altre voci e altri sfoghi. Maurizio Scelli, commissario straordinario della Croce Rossa Italiana: "Solidarietà. E' la parola che vorrei fosse  abolita e sostituita da condivisione, per essere tutti più spontanei e meno ipocriti".  Il prof. Renzo Rocca, responsabile di un istituto di psicologia e autore di numerosi libri… “Suocera! Può essere irragionevole averla buttata via, ma ho un motivo: quello che mia suocera dice non passa mai attraverso la necessità della ragionevolezza. Non sbaglia mai nello stabilire una certezza sul mio comportamento.” Opinione diffusa e condivisa nel mondo, oserei aggiungere. Vincenzo Del Gaudio, chirurgo plastico dello star system, reduce da un’importante esperienza in Kosovo: "Non mi piace questo slogan: aiutami nelle cose che già so fare!". E ancora Alessandro Di Giacomo, responsabile delle relazioni esterne dell’Enav: "Odio l'intercalare momentino e simili: più restringono il tempo, più dilatano l'attesa".  Prosit. E ringrazio i lettori che abbiano avuto, nonostante tutto, un attimino di tempo per seguirci fin qui.

 

CAPITAL 2-04

ZARATHUSTRA

UN AIUTINO

PER DIFENDERCI…

 

Secondo una recente e bella indagine del “Sole-24 Ore”, le dieci parole più aborrite sono: 1. quant’altro, 2. assolutamente, 3. attimino, 4. piuttosto che, 5. esodo e controesodo, 6. come dire…, 7. vacanzieri, 8. spalmare, 9. tra virgolette, 10. polemica.  Se vi interessa anche il mio parere, dirò subito che “tra virgolette” è il termine più fastidioso, in quanto copre un vizietto nazionale: il dire e non dire. Se volete dire qualcosa, ditelo e basta: senza quella soave e lenitiva aggiunta, per mitigare l’impatto di un’accusa, di una definizione, di una perfidia.  Giovanni Adamo e Valeria Della Valle firmano un bel libro, "Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio" (Olschki),  derivato da uno studio di durato da cinque anni su una trentina di quotidiani, in tutti i settori, cronaca nera bianca e rosa, politica e finanza, spettacolo, sport,  scienza, costume… E lì possiamo trovare parole da buttare a carrettate,  "gialappismo" e "pornoimpresario",  "superospite",  "cerchiobottista” e "inciucista",  "spamming" e "gol-fantasma", "maxisqualifica", "salvacalcio", "cane-killer", "canile-lager"… Il salotto di Lanza apre i confini, offre qualche sereno contributo.  Direi che tutto fa brodo, se non avessi il timore di essere giustamente e immediatamente fustigato. E poi Cesare, col lavoro che fa in tivu, sa benissimo quanto sia

malefico il meccanismo: un’espressione (“attimino” o “quant’altro”, ad esempio, ma anche “aiutino” e quel terribile detto romanesco “non me ne puo’ fregare di meno…”) diventa di moda? Tutti la usano e la tivu in pochi mesi rendono quelle parole dominanti, di uso comune. Il problema è: come difenderci?

 

Zarathustra