QUALCUNO SPENGA LA GUERRA DEL VIDEO

di Cesare Lanza

 

Quanto chiasso nella Rai, dalla Rai, sulla Rai, per la Rai.  Forse è inevitabile, forse nessuno in nessun caso riuscirebbe a rispettare la regola, spesso aurea, del silenzio. Mi viene in mente Ferdinando Ventriglia, quando diventò direttore del Banco di Napoli: “Caro Lanza,” mi disse con quello sguardo acquoso in cui affondava la piena consapevolezza di tutti i bisogni e le miserie del mondo “caro Lanza, se vuol capire cosa succede qui, parta da questo presupposto. Ogni mattina di ogni giorno che Gesù Cristo ci concede in terra, tutti i napoletani aprono gli occhi con questo pensiero: cosa posso chiedere, oggi, al Banco di Napoli?”

                 Ogni mattina di ogni giorno che Gesù Cristo ci concede in terra, sembra che tutta Roma e mezza Italia si sveglino con questo pensiero: “Che cosa sta succedendo, oggi, alla Rai?”. C’è in particolare una elite  folta e variopinta, che va dal mondo televisivo a quello degli affari, dal giornalismo allo spettacolo, dalla pubblicità alle canzonette, dall’università ai sindacati, dalle intermediazioni alle lobby d’ogni risma, dalle banche a quel che resta delle aziende pubbliche, dai circoli massonici ai guru del luogo comune, da adorabili cortigiane e mignottine d’assalto ai cazzari maestri in chiacchiere, e su tutto ovviamente sovrintende o sta in agguato il mellifluo mondo della politica, da sempre senza distinzioni nette tra maggioranza e opposizione… c’è insomma questa elite agguerrita e insidiosa, o se volete un caravanserraglio senz’altra comune identità che la voglia di esserci, che si sveglia con un pensiero più appuntito: “Cosa posso fare, o dire, per partecipare alle grandi e piccole manovre in Rai, per ben qualificarmi, per conquistare o difendere il mio spazietto in Rai?”

                 Indubbiamente, la Rai fa notizia. Ed ecco una straordinaria contraddizione: certamente le notizie, diffuse con frenetico e allegro compiacimento dalle agenzie e da cento reporter, sono - quasi sempre - poco edificanti. Lo spettacolo è poco piacevole per la vista, il chiasso fastidioso per l’udito. E ciononostante – miracolo! – il divertimento alla fine è garantito: assistiamo a un inesauribile varietà, tanto molesto quanto avvincente, in cui emergono, e si contrappongono, numerosi ed eterni difetti umani, in primo luogo le gelosie e le invidie, le ambizioni smisurate e le arroganze sottili, gli egoismi e le viltà, le perfidie illuminate e le slealtà meschine, insomma tutti i “nostri” difetti, i difetti di tutti, di cui però sorridiamo e ridiamo preferibilmente, quando li vediamo rappresentati da altri.

                 Il disordine è notevole. Nello scompiglio, succede che personaggi che stimiamo e rispettiamo, e qualche volta addirittura amiamo, se le diano e se le dicano di tutti i colori. Salvo qualche lodevole eccezione: ad esempio nel suo fondo di ieri, sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori muoveva alcune (ragionevoli) critiche ai telegiornali della Rai, ma prima dedicava un omaggio rispettoso (doveroso) al direttore del tiggì più importante, Clemente J. Mimun. Per il resto, com’è possibile che Enzo Biagi, un indiscutibile maestro in questa professione, insulti Fabrizio Del Noce, un giornalista di notevole valore, da poco dirigente di Raiuno, solo per il timore che il suo programma, “Il fatto”, sia spostato o (addirittura) soppresso? E com’è possibile che a sua volta Enzo Biagi sia mortificato in modo avvilente da un personaggio colto e sensibile come Giuliano Ferrara, solo per il torto di difendere con ostinazione il suo lavoro e i suoi diritti? E com’è possibile che Giuliano Ferrara sia trattato alla stregua di un killer e manganellatore da un opinionista acuto e intelligente come Curzio Maltese?

                 Davvero non esistono più regole nelle polemiche, davvero il veleno non conosce confini, quando si parla di Rai? Sartori loda Mimun, ma poi più o meno scrive che i telegiornali sono evasivi, codardi, inconsistenti. E le altre grandi firme, e tanti altri, si insultano a piacimento. A me, semplicemente, sembra che a destra e a sinistra la voglia di gridare e di pestare (speriamo, solo a parole) l’antagonista, nonchè il colore e il folcklore delle risse verbali come puntualmente finiscono nelle cronache dei giornali, siano sproporzionati rispetto agli elementari motivi del contendere.

                  E’ evidente infatti (o davvero c’è da discutere, davvero qualcuno pensa che possa finire diversamente?) che Biagi, Santoro, Luttazzi, Chiambretti e Fazio, e altri che non sembrano martiri o martirizzabili almeno in questo momento, debbano avere il loro sacrosanto spazio in Rai. Ma mi sembra altrettanto evidente che i problemi veri della Rai non siano collegabili a queste polemiche.

                  Perché non facciamo qualche elementare riflessione sul fatto che la cosiddetta prima azienda culturale e d’informazione italiana rischia seriamente, in breve tempo, di retrocedere al secondo posto in classifica? Perché non analizziamo le previsioni sulla presunta ripresa delle entrate pubblicitarie, a cui sono affidate le speranze di riequilibrare costi e ricavi? Perché non si risponde in modo esauriente alle varie accuse formulate da questo giornale, in varie discussioni? Perché non si discute in modo trasparente

il progressivo indebolimento dei palinsesti Rai rispetto alle proposte della Mediaset?

                  Dopo un anno di snervanti voci su centinaia di candidature, un anno vissuto nello sfarinamento, da alcune settimane alla presidenza della Rai c’è un emerito professore di diritto, Antonio Baldassarre, stimato anche da chi non lo ama; alla direzione generale c’è un professionista, Agostino Saccà, che conosce  le luci e le ombre dell’azienda in cui lavora da quando era ragazzo. Tutti e due hanno la capacità e il carisma, se vogliono, al di là degli strepiti del caravanserraglio chiassoso, e della melliflua sorveglianza della politica, di stabilire indirizzi nuovi, proporre strategie, cambiare tendenze e rovesciare gli amari risultati di oggi.

                 Alla Rai c’è un esercito di professionisti e di manager, di tecnici e di artigiani, di impiegati e burocrati, che conoscono perfettamente il loro lavoro, sono preparati, hanno retto e sorretto il destino dell’azienda nei momenti più difficili. Non sono e non saranno, probabilmente, mai famosi. Ma non sono secondi a nessuno. Da alcune settimane aspettano, pur nel tradizionale pessimismo di un’azienda poco incline alla fiducia, un indirizzo nuovo e la possibilità di esprimersi. Leggono invece ogni giorno nuove e vecchie polemiche intrecciate e sfide reboanti tra e su quattro, cinque, dieci protagonisti. E’ giusto? E’ utile? E, in definitiva, cui prodest?

Libero 25-5-02