Torretta, Mazza, Raule: quando alle donne «la ricchezza non interessa»

  Tutte hanno o hanno avuto fidanzati facoltosi, ma nessuna pensa al conto corrente
   di Gian Antonio Stella

«L' amore a prima vista può scoppiare anche nei confronti di un conto corrente», disse un giorno Zsa Zsa Gabor, mangiatrice di uomini, collezionista di mariti, attrice in film trash come «La regina di Venere» e autrice di altri aforismi mitici sul te ma tipo: «Un uomo con un grosso conto in banca non può esser davvero brutto». Viva l' onestà. Non andate però a chiedere la stessa brutale e adorabile franchezza alle protagoniste della nostra vita cinematografica, economica, televisiva, politica o s alottiera. Vi diranno in coro: ma quando mai? Cesare Lanza, nel suo ultimo libro maliziosamente intitolato «Peccati» (Rizzoli, pagine 243, euro 7,90) le prova tutte, nel tentativo di portare qualcuna delle donne intervistate a confidare che sì, la ri cchezza, il potere, la celebrità o il ruolo di un uomo possono essere una componente chiave del suo fascino. C' è o non c' è uno strepitoso detto veneziano che sentenzia imperituro «scheo fa oseo»? Macché. Per quanto l' autore, aiutato da un phisique du rôle da gatto mammone, giri morbido intorno alle sue creature e le struscii e le titilli e le lusinghi facendo le fusa, non ce n' è una che non ostenti un totale disinteresse per tutto ciò che è interesse. Certo, non ce n' è una che vada all' Idr oscalo sulla Duna di un ragioniatt o che si sia accasata con un idraulico o vada in vacanza alla pensione Sabrina di Fano. Se il fidanzato ha il panfilo arredato con un ettaro di marmo, una copertina al giorno sulle riviste, la Bentley decappottabile o un attico al Central Park, però, è un puro caso. Maria Mazza, la morona che fu morosa di Francesco Totti, assicura che il fatto «che lui sia un campione, anzi un grande campione di calcio» era proprio «secondario». Le piaceva, ovvio, «come uomo». Sonia Raule, che oggi è la donna di Franco Tatò dopo essere stata la moglie di Bernardino Campello della Spina, nipote di Gianni Agnelli, assicura infastidita: «Il potere non mi interessa». Spaziale Anna Kanakis, alla quale Francesco Cossiga affidò l a politica culturale dell' Udr. Dopo aver raccontato di come uno sceicco del Dubai per conquistarla le avesse donato «una melagrana spaccata in due e confuso tra i chicchi rossi c' era un rubino così grande che non ne avevo mai conosciuto uno uguale» , spiega: «I miei fidanzati sono stati, casualmente, quasi tutti appartenenti al mondo della finanza, dell' economia...». «Casualmente?», affonda maligno Lanza. E lei: «Non faccia insinuazioni, la ricchezza non mi interessa». E Manuela Arcuri, la vis tosa regina della categoria «petto forte, pensiero debole»? Un mito. Basti ricordare come reagì all' arrivo di un costoso orologio inviatole «per far amicizia» da Mohammed Al Habtoor, uno sceicco degli Emirati, che l' aveva vista nuda su una rivista: «Ero dibattuta. Non sapevo se ritenerlo offensivo o se facesse parte delle loro tradizioni». Accettato («per educazione», spiegò) di passare un week-end insieme e rasserenata sulle buone intenzioni dell' arabo da un anello di fidanzamento da 200 mil ioni, giurava: «Lo amo non per quello che ha ma per quello che è dentro. Che sia miliardario non mi importa nulla». Cresciuta, ammette oggi in «Peccati» che «chiunque è sensibile al fascino dei super-ricchi: l' aereo privato, il panfilo». Anche se «p er amarsi e vivere bene non basta». Da antologia il resoconto di Susanna Torretta, oggi fiera di esser stata la «ragazza copertina di agosto» di Capital, sulla giornata tipo degli ospiti di Francesca Vacca Agusta a Portofino: «Sveglia a mezzogiorno. Cappuccino, biscotti, acqua minerale. Poi due passi in giardino a vedere i cani, i bambini dei camerieri... Quattro chiacchiere. Poi un' insalata, una frutta e ci si preparava per uscire. A me, per truccarmi e vestirmi, basta mezz' ora. Francesca ci metteva anche due ore. La guardavo in estasi». Ed è lì che viene fuori l' «altra» chiave di lettura del libro. Nei dettagli strepitosi come gli orari di Villa Altachiara o nell' ira di Lucrezia Lante della Rovere quando scopre che la vanitosissima Ma rina le ha teso un' imboscata a casa aspettandola con la troupe di «Verissimo» o nell' annoiata insofferenza con cui Mara Venier sbuffa a sentire nominare il patteggiamento (un anno e 4 mesi) cui fu costretta dall' accusa di concorso in concussione n ell' inchiesta sulle telepromozioni e chiede di parlare piuttosto delle «coscette di pollo alla peruviana che cucinerò stasera». Dietro il linguaggio volutamente leggero e le domande peccaminose e la spudorata sfrontatezza con cui tante protagoniste della vita pubblica raccontano particolari intimi e piccanti della loro vita che avrebbero fatto arrossire non dico le nonne ma le sorelle maggiori, si staglia infatti un' immagine formidabile (certo, visibile solo a chi vuole vederla) della società italiana che ruota oggi intorno allo spettacolo, alla tivù, al gossip, ai giornali popolari. La fotografia irridente del suo abissale vuoto culturale. Della sua vacua identità. Della sua incoscienza. Un' immagine dentro la quale finiscono per essere ancora più spiazzanti e straordinarie le confessioni amare, colleriche o tragiche di altre protagoniste del libro. Come quella di Ljuba Rosa Rizzoli che racconta del suicidio della figlia Isabella: «Il tempo non passa mai. La mia vita è scissa tra ri cordi, incubi...». O di Marta Marzotto che spara a zero sull' unico amore che rinnega, quello per Lucio Magri, «un rivoluzionario da salotto: guai se per il gigot d' agneau non c' erano il purè di mele e la salsa alla menta». O di Romina Power che pa rla con riluttanza del dolore per la scomparsa di Ylenia e rivela di non ricordare, del padre Tyron, assolutamente nulla: «Mi dicono che ho rimosso i ricordi per non soffrire. E mi dicono che potrei recuperarli attraverso l' ipnosi. Ma ho paura ad af frontarla. Mi bastano i sogni. Ho ricostruito la figura di mio padre attraverso i sogni».

Corriere della Sera 9-3-02