IL FUTURO DELLA RAI
RAI, IL CDA A MAGGIORANZA :
"SACCÁ DIRETTORE GENERALE"

IL RITRATTO
Il manager filosofo che cita Einstein

 

 

di Cesare Lanza

Ha il coraggio dell’inopportunità. Volete sapere com’è, Agostino Saccà?

Vi sarebbe bastato ascoltarlo, domenica mattina, all’ora di pranzo, nella conferenza stampa che chiudeva il Festival di Sanremo. I giornalisti in sala erano scazzati dopo una settimana di canzonette, pasti fuori orario, notti insonni, polemiche semiserie e, stanchi e affamati, non vedevano l’ora di svignarsela. Accanto a lui sul palco Pippo Baudo friggeva dalla voglia, umanissima, di raccontare la rava e la fava delle sue trionfali serate, lo scampato pericolo delle uova di Giuliano Ferrara e dello show di Roberto Benigni. Saccà ha preso la parola e per mezz’ora, impertubabile, ha illustrato a una platea un po’ intontita, un po’ ipnotizzata,poco paziente e via via  furente, la storia della televisione e i segreti dello spettacolo e della comunicazione. Partendo da Socrate, passando per Giotto, soffermandosi sui film western americani, per approdare infine felicemente a Luisa Corna e Pippo Baudo e distribuendo soavemente ed equamente complimenti e ringraziamenti all’universo mondo. Ma non senza aver puntualizzato, con puntiglio e orgoglio, i meriti del suo lavoro, dei successi raggiunti e della supremazia di ascolti recuperata su Canale 5.

                Mai, presumo, una colta e profonda, anche se estenuante orazione, di per sé ineccepibile, è stata pronunciata in un luogo, in un’ora e in una situazione del tutto inappropriati. Davanti a giornalisti festivalieri ansiosi solo di raccogliere qualche retroscena, e via. A fianco di Baudo, a cui di fatto toglieva seraficamente spazi e scena.

E, soprattutto, alla vigilia della sua tormentatissima nomina al vertice dell’azienda per cui ha dato anima e cuore, che lo ha reso grande e a cui è legato, non credo di sbagliare, più che ai suoi figli e ai parenti ed amici stretti. Senza timore di suscitare, com’è puntualmente successo, altre polemiche, nuovi ostacoli, acidità strumentali e ragionevoli perplessità.

                 Quando, più tardi, gli ho chiesto sgomento: “Ma perché lo hai fatto?”, mi ha risposto tranquillo: “So bene che non eri d’accordo. E perciò non ho chiesto consiglio né a te né a nessun altro amico o collaboratore. Dovevo togliermi qualche sassolino dalle scarpe, tutto qui.”

-         E non potevi aspettare la nomina, ormai scontata? Perchè rimetterla in gioco?

“Perché, dopo, non parlerò più.”

                 Non ho avuto il coraggio di dirgli che non gli credevo (sarei felice di essere smentito!) e l’ho guardato, sconsolato.

                 “Suvvia” mi ha detto, probabilmente felice di vedermi sconcertato “certe cose, correttamente, vanno dette prima. Mai dopo.”

                 Il giorno dopo, lunedi, il miracolo dell’inopportunità si perfezionava in modo sublime. Apro i giornali e leggo sul Corriere della Sera e sulla Stampa due interviste da far drizzare i capelli in testa: con la dichiarazione, che resterà memorabile, in cui Sacca rivendica la sua identità di socialista e di aver votato, lui e tutta la sua famiglia, per Forza Italia. 

E ovviamente, come sapete, sulla testa del candidato direttore generale si abbatteva una raffica di nuove tempestose polemiche, che mettevano a rischio la sua nomina, fino all’ultimo minuto.

                  Ecco, Agostino Saccà è fatto così.

                  Se qualcuno, alla direzione della Rai, si aspettava un cortigiano ambiguo e manovriero, un esecutore di ordini, un neolottizzatore, un personaggio con due o tre facce diverse, un po’ ipocrita e pronto a sacrificare all’ambizione qualsiasi pudore e valore, ho la certezza che resterà fortemente deluso.

                  Saccà, intendiamoci, è pieno, fino alla cima dei suoi pochi capelli, di difetti. E’, come abbiamo visto, spesso inopportuno, quasi un gaffeur. E’ cocciuto come un mulo. E’ accentratore. E’ distratto. Se ha tempo, è inguaribilmente logorroico.

E’ diffidente come San Tommaso (non che, in viale Mazzini e dintorni gliene manchino le motivazioni). E’ presuntuoso. E’ impulsivamente intuitivo e passionale: ha scoperto e creato Panariello - e questo potrebbe anche essere un merito - ma si è purtroppo illuso sulle sue qualità umane, e il comico lo ha ringraziato con scorrettezze e tradimenti indimenticabili. Si veste in modo discutibile e mastica di continuo un pezzetto di liquirizia.  E’ convinto, come a Sanremo, della necessità di spiegare socialmente, filosoficamente e storicamente qualsiasi argomento di cui si occupi: una volta mi ha tenuto inchiodato sotto il sole, partendo da Aristotele e arrivando a Einstein; e gli avevo chiesto, perdiana, solo un numero di telefono.

                   Però, nella sua personalità sono stabili quelle tre o quattro cosette che distinguono gli uomini dagli ominicchi e dai quacquaraquà. E’ leale, coraggioso, non è disposto a vendere o cambiare le sue idee, né a piegare la testa per convenienza. Ha il senso dell’onore e dell’amicizia, ma è generoso verso i perdenti e gli avversari. Sa comandare e, come si dice orribilmente, conosce a fondo”il prodotto”.E se è riuscito a coronare il suo sogno di dirigere l’azienda in cui era entrato nel ruolo più umile, è anche perchè la conosce meglio di casa sua, compresi tutti gli oscuri angolini, e tuttavia è riuscito a mantenersi profondamente, religiosamente onesto.

 

 

Il Giornale 15-3-02