
di Cesare Lanza
Ha il coraggio
dell’inopportunità. Volete sapere com’è, Agostino Saccà?
Vi sarebbe bastato ascoltarlo, domenica
mattina, all’ora di pranzo, nella conferenza stampa che chiudeva il Festival
di Sanremo. I giornalisti in sala erano scazzati dopo una settimana di
canzonette, pasti fuori orario, notti insonni, polemiche semiserie e, stanchi
e affamati, non vedevano l’ora di svignarsela. Accanto a lui sul palco Pippo
Baudo friggeva dalla voglia, umanissima, di raccontare la rava e la fava
delle sue trionfali serate, lo scampato pericolo delle uova di Giuliano
Ferrara e dello show di Roberto Benigni. Saccà ha preso la parola e per
mezz’ora, impertubabile, ha illustrato a una platea un po’ intontita, un po’
ipnotizzata,poco paziente e via via furente, la storia della televisione e i
segreti dello spettacolo e della comunicazione. Partendo da Socrate, passando
per Giotto, soffermandosi sui film western americani, per approdare infine
felicemente a Luisa Corna e Pippo Baudo e distribuendo soavemente ed
equamente complimenti e ringraziamenti all’universo mondo. Ma non senza aver
puntualizzato, con puntiglio e orgoglio, i meriti del suo lavoro, dei
successi raggiunti e della supremazia di ascolti recuperata su Canale 5.
Mai, presumo, una colta e
profonda, anche se estenuante orazione, di per sé ineccepibile, è stata
pronunciata in un luogo, in un’ora e in una situazione del tutto
inappropriati. Davanti a giornalisti festivalieri ansiosi solo di raccogliere
qualche retroscena, e via. A fianco di Baudo, a cui di fatto toglieva
seraficamente spazi e scena.
E, soprattutto, alla vigilia della sua
tormentatissima nomina al vertice dell’azienda per cui ha dato anima e cuore,
che lo ha reso grande e a cui è legato, non credo di sbagliare, più che ai
suoi figli e ai parenti ed amici stretti. Senza timore di suscitare, com’è
puntualmente successo, altre polemiche, nuovi ostacoli, acidità strumentali e
ragionevoli perplessità.
Quando, più tardi, gli ho
chiesto sgomento: “Ma perché lo hai fatto?”, mi ha risposto tranquillo: “So
bene che non eri d’accordo. E perciò non ho chiesto consiglio né a te né a
nessun altro amico o collaboratore. Dovevo togliermi qualche sassolino dalle
scarpe, tutto qui.”
-
E non potevi aspettare la nomina, ormai scontata?
Perchè rimetterla in
gioco?
“Perché, dopo, non parlerò più.”
Non ho avuto il coraggio di
dirgli che non gli credevo (sarei felice di essere smentito!) e l’ho
guardato, sconsolato.
“Suvvia” mi ha detto,
probabilmente felice di vedermi sconcertato “certe cose, correttamente, vanno
dette prima. Mai dopo.”
Il giorno dopo, lunedi, il
miracolo dell’inopportunità si perfezionava in modo sublime. Apro i giornali
e leggo sul Corriere della Sera e sulla Stampa due interviste da far drizzare
i capelli in testa: con la dichiarazione, che resterà memorabile, in cui
Sacca rivendica la sua identità di socialista e di aver votato, lui e tutta
la sua famiglia, per Forza Italia.
E ovviamente, come sapete, sulla testa del
candidato direttore generale si abbatteva una raffica di nuove tempestose
polemiche, che mettevano a rischio la sua nomina, fino all’ultimo minuto.
Ecco, Agostino Saccà è fatto
così.
Se qualcuno, alla direzione
della Rai, si aspettava un cortigiano ambiguo e manovriero, un esecutore di
ordini, un neolottizzatore, un personaggio con due o tre facce diverse, un
po’ ipocrita e pronto a sacrificare all’ambizione qualsiasi pudore e valore,
ho la certezza che resterà fortemente deluso.
Saccà, intendiamoci, è pieno,
fino alla cima dei suoi pochi capelli, di difetti. E’, come abbiamo visto,
spesso inopportuno, quasi un gaffeur. E’ cocciuto come un mulo. E’
accentratore. E’ distratto. Se ha tempo, è inguaribilmente logorroico.
E’ diffidente come San Tommaso (non che, in
viale Mazzini e dintorni gliene manchino le motivazioni). E’ presuntuoso. E’
impulsivamente intuitivo e passionale: ha scoperto e creato Panariello - e
questo potrebbe anche essere un merito - ma si è purtroppo illuso sulle sue
qualità umane, e il comico lo ha ringraziato con scorrettezze e tradimenti
indimenticabili. Si veste in modo discutibile e mastica di continuo un
pezzetto di liquirizia. E’ convinto, come a Sanremo, della necessità di
spiegare socialmente, filosoficamente e storicamente qualsiasi argomento di
cui si occupi: una volta mi ha tenuto inchiodato sotto il sole, partendo da
Aristotele e arrivando a Einstein; e gli avevo chiesto, perdiana, solo un
numero di telefono.
Però, nella sua personalità
sono stabili quelle tre o quattro cosette che distinguono gli uomini dagli
ominicchi e dai quacquaraquà. E’ leale, coraggioso, non è disposto a vendere
o cambiare le sue idee, né a piegare la testa per convenienza. Ha il senso
dell’onore e dell’amicizia, ma è generoso verso i perdenti e gli avversari.
Sa comandare e, come si dice orribilmente, conosce a fondo”il prodotto”.E se
è riuscito a coronare il suo sogno di dirigere l’azienda in cui era entrato
nel ruolo più umile, è anche perchè la conosce meglio di casa sua, compresi
tutti gli oscuri angolini, e tuttavia è riuscito a mantenersi profondamente,
religiosamente onesto.
Il Giornale
15-3-02