DIARIO DI
UN COMMESSO VIAGGIAUTORE

di Cesare
Lanza "Libero"
Si dice che un libro sia come un
figlio. Probabilmente è vero, anzi più sinceramente: per quello che mi
riguarda, è vero. Così come si può fare solo per un figlio, per sostenere
il libro che hai appena pubblicato ti capita di essere disposto a piccole
ipocrisie, astuzie, ruffianerie per conquistargli vantaggi, e ad
affrontare sacrifici, accenderti di entusiasmo e intristirti nella
depressione, standogli a fianco ogni giorno e dunque considerando con
assoluta lucidità, se proprio non sei un padre (un autore) del tutto
idiota, i pochi pregi e i molti difetti.
Per aggirare in dribling questa
misera condizione dell’animo umano, con relativi subdoli rischi e ambigue
tentazioni, il rimedio ovviamente è semplice: basterebbe fare l’amore
evitando accuratamente di fare figli, così come si potrebbe scrivere ciò
che si vuole, se proprio si vuole, senza però pubblicarlo, tenendosi
lontani dagli editori e dalle librerie. Ma ahimè quanto siamo deboli! E
quanto contraddittori. Pur pensando da sempre ciò che ho appena scritto,
di figli ne ho fatti cinque, e tutto sommato sono felice di averli fatti
(in ogni caso non sono pronto ad affrontare una seria analisi del
rapporto, che ho con loro: si vedrà). Quanto ai libri, a parte un
romanzetto giovanile, avevo fino a ieri pubblicato solo alcuni libri sul
gioco d’azzardo, di cui sono teoricamente esperto, inseguendo una evidente
- e fallita - impostazione catartica.
Poi, alcuni mesi fa, ho
affidato a Rizzoli un libro che si intitola “Peccati”. E qui è necessaria
una corretta spiegazione ai lettori, per dar conto di questo articolo.
“Libero” è stato uno dei pochi giornali a non occuparsi del mio libro. A
suo tempo lo ricevette Renato Farina: silenzio. Dopo lungo tempo si capì,
cioè anch’io mi rassegnai a capire, che Farina non avrebbe scritto nulla:
preferisco pensare che non abbia scritto nulla per mancanza di tempo
piuttosto che - com’è più probabile - abbia deciso di non scrivere nulla,
dopo aver letto e visto di che cosa si trattava. Ma io so che Vittorio
Feltri, nonostante tutto, ha un cuore. E così sono riuscito a strappargli
una generosa promessa: del mio libro mi sarei occupato io direttamente, in
prima persona, e mi sarebbe stato consentito di scrivere tutto ciò che
avrei voluto.
E, così, eccomi qua.
C’è però un solo modo per
ripagare il fair play di Vittorio e il dignitoso silenzio di Renato. Non
parlerò affatto del mio libro. Se silenzio doveva essere, che silenzio
sia. Per vendetta, però, desidero annunciare (minacciare?) che ne sto
scrivendo, anzi ultimando, un altro. E “Libero” lo sa per primo. Il mio
nuovo libro ha un bel titolo, naturalmente non concepito da me: “Diario di
un commesso viaggiautore”. Argomento: le esperienze brillanti e
divertenti, ma anche gli itinerari tortuosi e i loro retroscena, in
definitiva la via crucis che deve affrontare un giornalista o scrittore
per “promuovere”, così si dice in gergo, il suo libro. Sui giornali e nei
vari programmi televisivi. Per avere recensioni, stroncature
(indispensabili, per un buon successo di un libro, più degli elogi),
interviste, dibattiti, attenzioni affettuose e provocate ostilità. Il
primo capitolo, naturalmente, è dedicato a questo giornale, che si era
frettolosamente illuso di poter ignorarmi. C’è sempre un’idea per farsi
largo, se un padre, pardon un autore, è veramente affezionato a suo
figlio, voglio dire al suo libro. Racconterò chi sia, a mio parere, il più
bravo in assoluto: Bruno Vespa, non fallisce un bersaglio.
Le presentazioni, poi, meritano
un lungo capitolo a parte. A Roma, nel ristorante dove avevamo invitato
trecento persone, ne arrivarono cinquecento:
preferisco non pensare ai commenti di chi fu
costretto a tornarsene a casa, perché gli “imbucati” hanno sempre la
meglio. A Terni, nel bel mezzo di una seriosa intervista, il conduttore –
che doveva aver letto Barney – mi chiese di colpo i nomi dei sette nani;
e, appena riusciii a riprendermi, se credessi in dio e perché. A Firenze
Chiara Boni, senza nessun preavviso, si spinse a sostenere che io non sono
un maschio, ma una femmina e solo per questo motivo riesco a dialogare
(bene?) con le donne.
Può succedere qualsiasi cosa,
alla presentazione di un libro. Ieri, al Casino di Saint Vincent, la
discussione si è incentrata anche su questo tema: per un uomo è più
pericolosa la seduzione di una donna o la tentazione del gioco d’azzardo?
Con me, a parlare dei miei e dei loro “Peccati”, c’erano Eleonora
Brigliadori, Yulyia Majarchuck e Susanna Torretta. Ho detto che il gioco
d’azzardo è meglio sostenibile: basta fissare un budget e il limite della
sconfitta è ragionato. Nessun ragionamento è possibile, invece, con una
donna: può portarti in rovina, se vuole, non solo economicamente. Se ci
salviamo, è solo grazie al loro senso materno; o, più spesso, grazie alla
loro versatilità: perché, quando una donna sta per massacrarti
definitivamente, per fortuna si concentra già sulla vittima successiva.
P.S. Beh, del mio libro “Peccati” vorrei dire
almeno che non è un vero e proprio libro, ma una raccolta di interviste,
già pubblicate, con personaggi femminili dello star system. Donne che
parlano dei loro amori e dei loro amanti in un modo che non vi piacerebbe
ascoltare, se si trattasse di vostra figlia o di vostra moglie. Se lo
acquistate, fate un’opera buona. Costa solo 15mila vecchie lirette e la
mia royalty andrà in beneficenza: con la speranza pelosa che i miei veri
peccati siano assolti o, meglio ancora, dimenticati.
14-7-02