RICORDI DI NON-SCIOPERO DI UN FIENGHISTA PER FORZA

Come Lanza firmò (e aggirò) il "documento sindacale giugulatorio"

Cesare Lanza Il Foglio

 

Al direttore - Se interessano, vorrei festeggiare il mio giorno di non-sciopero con due ricordi personali. Il primo risale al 1976, quando mi fu offerta la direzione del Corriere d’Informazione. Se ricordo bene fui, dopo Piero Ottone, il secondo direttore ad accettare quel famoso documento sindacale giugulatorio, che tuttora molesta i giornali. Bene: avevo poco più di trent’anni e, nello stato d’animo euforico in cui mi trovavo (approdavo a Milano dopo aver tenuto a Genova la direzione, di fatto, del Secolo XIX), avrei firmato qualsiasi cosa, o quasi, pur di entrare in via Solferino. Mi sentivo sicuro, autoritario e strafottente com’ero all’epoca, che avrei fatto ciò che avessi voluto, in barba a ogni perverso rito di sindacalismo ultrà. Oggi, in età senile, non chiedo attenuanti e non sono pentito (condizione dello spirito che non mi si addice), ma mi dispiace di aver contribuito all’instaurazione di un malsano, iniquo rapporto di poteri all’interno delle aziende giornalistiche. Dopo cinque lustri  sono però convinto, come allora, che il direttore di un quotidiano – se vuole – può esercitare un potere illimitato. Nel quotidiano della sera del Corriere volevo creare, come già al "Secolo XIX", un felice clima liberal/anarcoide, facendo un giornale divertente e indipendente: quello che anche oggi farei, se potessi (ma nessuno mi offre opportunità attraenti, e forse, da beato freelance, neanche mi interesserebbero). Non ebbi e, ovviamente, non feci censure. Al Corinf in quegli anni c’erano Vittorio Feltri e Walter Tobagi, assunsi e incoraggiai giovanissimi come Ferruccio de Bortoli, Gian Antonio Stella, Massimo Donelli, Lina Sotis,Francesco Cevasco, Gigi Moncalvo, Carlo Brusati, Renzo Rosati, inventai Edoardo Raspelli re della gastronomia, c’erano Guido Vigna, Piero Dardanello, Ettore Botti, Gianluigi Paracchini, Carla Giagnoni, Andrea Biglia, Dario Fertilio, Ottavio Rossani. Tutti, tranne quelli scomparsi come Tobagi, possono testimoniare se mai consentii al sindacato di infliggerci guasti e obblighi significativi, a parte le noie delle perdite di tempo.

Resta però la mortificazione – nella mia coscienza – di essermi assoggettato a quella firma pretesa, imposta e non giusta. Non mi assoggettai invece – e questo è il secondo ricordo – quando alcuni anni dopo, nel 1982, andai a dirigere il Lavoro a Genova, ahimè accettando anche il ruolo di editore. Il giornale in precedenza aveva avuto una vita stentata in ogni condizione possibile: come organo del partito socialista (diretto per 22 anni da Sandro Pertini), poi sottola proprietà del più grande editore europeo dell’epoca, Rizzoli, e anche come foglio gestito da una cooperativa di giornalisti e tipografi. Ebbene, al mio arrivo i giornalisti, tra cui pure contavo e conto molti amici, mi fulminarono con una settimana di sciopero continuativo: non volevano un editore fragile e squattrinato come me (peraltro non c’erano alternative: difatti i tipografi,spesso più intelligenti e duttili, non scioperarono). E magari mi fossi ritirato,

con un "scusate il disturbo", alla Alberto Sordi! Invece, preso di storto, e ubriaco di voglia competitiva per l’impresa oggettivamente assai ardua, feci l’intero giornale da solo, per sette giorni, scrivendo e incollando agenzie, con articoli di professionisti e docenti di università, che volevano darmi solidarietà (non un politico, non un giornalista su quel fronte minimo di solidarietà).Foliazione e tiratura normali. Di fatto, i tipografi mi sostennero e mi consentirono di uscire dignitosamente. Al ricordo, è per me l’esperienza più pazza e inebriante della mia vita professionale. Lo sciopero estenuante finì e non ce ne furono altri. Dopo tre anni, rovinato economicamente e in un mare di guai, dovetti ritirarmi. E per fortuna mi ritrovai vicini due soli, ma grandi personaggi del potere: Craxi, allora capo del governo, e il cardinale Siri, arcivescovo di Genova. Grazie al loro aiuto spuntarono gli attesissimi – dai giornalisti ! – medi e grandi imprenditori ed editori. Sotto la mia gestione non avevo fatto (purtroppo…) un solo licenziamento e gli stipendi erano stati pagati sempre regolarmente. Inserito nei grandi scenari editoriali, dopo qualche anno il Lavoro fu chiuso, come forse era inevitabile: sciocco orgoglioso e immaturo io, senza attenuanti, a non averlo capito subito,quando con infinita e ingiustificabile presunzione avevo deciso di occuparmene.

       

 

       cesare@lamescolanza.com
       12-6-03