Ho scoperto di essere considerato un adulatore da Denise Pardo,
nell’intervista che ha concesso a Claudio Sabelli Fioretti. Il motivo?
Nella mia rubrica su Panorama, “Veline & veleni”, ho incautamente elogiato
la rubrica del Foglio, “Alta società”, notoriamente – scrive la signora
Pardo – compilata da Carlo Rossella. E Carlo Rossella, osserva l’attenta
moralista, è il direttore di Panorama.
Ho poi letto le repliche di Vittorio Feltri e Giampiero Mughini,
anch’essi accusati, come tanti altri, di bieca adulazione: per motivi
futili, più o meno simili a quello che mi ha esposto alla sua pubblica
riprovazione. Capisco la loro sacrosanta indignazione. Quanto a me,
presumo che il mio caso personale interessi pochissimo. Penso anche,
ovviamente, che la signora Pardo abbia il diritto come tutti, nei limiti
di legge, di esternare ciò che voglia, su chi voglia. Per di più, la sua
opinione non mi ferisce più di tanto: sia perché non ho complessi di colpa
di fronte alla trascurabile insinuazione, sia perché giunge da un pulpito,
a mio discutibilissimo parere, irrilevante.
Vorrei cogliere invece l’occasione per esprimere un paio di
riflessioni su argomenti di interesse - mi auguro - generale, purtroppo
neanche sfiorati nel corso del compiaciuto cinguettìo Sabelli / Pardo. La
riflessione riguarda le due categorie in cui, grosso modo,
si dividono i giornalisti oggi in Italia. Ed ecco una metafora calcistica.
Ci sono calciatori che fanno pressing, entrano duro sulle caviglie,
corrono furiosamente in ogni parte del campo, senza creare un proprio
gioco, ma distruggendo, a prescindere, le risorse della squadra
avversaria. E ci sono i calciatori che preferiscono ragionare, con calma o
rapidità secondo le opportunità, tentando di esprimere ciò che sanno e
rispettando le gambe e il gioco altrui. Traducendo, ci sono giornalisti
che si pongono di fronte a qualsiasi interlocutore (non importa se sia un
santo o un criminale) con un presupposto fisso: questo è comunque uno
stronzo e io debbo trattarlo come tale, attaccarlo, contestarlo,
impedirgli di esprimersi compiutamente. E ci sono giornalisti, che di
fronte a qualsiasi interlocutore (non importa se sia un santo o un
criminale) preferiscono capire e ragionare, anche se non apprezzano e non
condividono, lasciando il giudizio a chi legge. E’ implicito che mi
piacerebbe essere considerato un titolare fisso di questa seconda
squadra. E la rubrica che Denise Pardo firma sull’Espresso, “Affettuosità
giornalistiche”, è una (divertente) arroganza etica. Non c’è nessuno,
oggi in Italia, che possa permettersi di impartire lezioni ad altri, in
materia di adulazioni e omissioni, neanche la Pardo: come Sabelli e Feltri
le hanno, giustamente, fatto notare.
Infine – questa è la seconda riflessione - io penso, come
tanti, che il dramma cruciale della società italiana di oggi sia
costituito, al di là (com’è giusto e necessario) da nette e ragionevoli
contrapposizioni politiche, anche da grovigli inestricabili di
lacerazioni, risentimenti e odio, rivalità, invidie, gelosie, desideri di
vendette, insuperabili pregiudizi, meschinità d’ogni stampo… Il peggio del
peggio dell’animo umano. E su questo piano, le responsabilità del
giornalismo – come nutritore e moltiplicatore del malessere – negli ultimi
lustri sono formidabili. Prima e dopo l’infelice stagione di Tangentopoli.
Non intendo certo attribuire a Denise Pardo queste enormi
responsabilità. Ma il suo stile di pensiero è un segno esemplare di questo
cronico malessere italiano. Secondo la Pardo, avrei elogiato per
adulazione e interesse il mio “superiore”, così dice, Carlo Rossella,
direttore di “Panorama”. La sua forma mentis non le consente di
ipotizzare primariamente che la rubrica “Alta società” (ma sarà poi
un’esclusiva di Carlo? Lui smentisce, il Foglio non conferma…) possa
semplicemente piacere anche a me, come a tanti altri, perché è originale e
sintetica. Quanto al termine “superiore”, forse è superfluo puntualizzare
che, per me, non esistono nella vita nè superiori, né inferiori: esistono
solo uguali, con ruoli e compiti diversi. Se avessi la stessa mentalità
della cara Denise, potrei individuare frettolosamente in questa sua
ipotesi servile una tipica proiezione da psicanalisi, un lapsus
freudiano. Ma sono certo che non sia così. E, per rassicurarla sulle sue
certezze sulla mia vocazione all’adulazione, le esprimo con coerente
affettuosità giornalistica i complimenti per il chiasso che è riuscita a
sollevare.
11-4-02