
di Cesare
Lanza "Libero"
Ho ricevuto molte proteste (soprattutto da milanisti) per quanto ho
scritto ieri: non è giusto decidere ai calci di rigore partite di
importanza straordinaria come Milan-Juventus o finalissime di
campionati del mondo. Sotto il profilo sportivo, e peraltro anche
nella cornice del calcio-spettacolo, del calcio inteso ormai
universalmente anche come business, la ripetizione della partita
sarebbe la scelta più saggia - come si faceva anni fa - per
determinare il vincitore. E, in caso di ulteriore pareggio, meglio
premiare exequo tutte e due le squadre, piuttosto che mortificarne una
ed esaltare l'altra, attribuendo un valore determinante a un rigore
sballato o a una casuale prodezza.
Le proteste, dunque, mi hanno stupito. Ovviamente, non cambio idea.
Capisco i tifosi milanisti, che hanno temuto che volessi scippare la
coppa appena vinta. Ma il vero problema è un altro. Le mie
osservazioni, scusatemi, mi sembrano di elementare sportività.
Purtroppo, il vero problema è che, forse non solo in Italia ma
soprattutto in Italia, l'unico valore che conta è ormai solo quello di
vincere, comunque, in qualsiasi modo. Perdere è quasi un'infamia, una
inferiorità mortificante, vergognosa. Il fair play, l'educazione, il
rispetto di sé e degli avversari, la bravura propria e degli altri
sono valori che non contano: in alcuni casi, assolutamente nulla, in
altri sempre meno. Con questa chiave di lettura si capiscono molte
cose. Pensiamo ancora a Milan Juventus. L'importante è convincere? Mi
schiero con difese straordinarie, centrocampisti a protezione delle
difese, schemi supertattici per bloccare gli avversari, e
chissenefrega se in attacco non succede niente, né di qua né di là,
chissenefrega della noia? Per prima cosa, non debbo incassare goal:
questa è la maledetta legge del calcio italiano, che giustamente
disgusta non solo argentini e brasiliani, tedeschi e inglesi, francesi
e spagnoli, giapponesi e coreani. Disgusta anche me e milioni di
italiani, che vorrebbero vedere gol, emozioni, sfide e battaglie
agonistiche a viso aperto , tese a fare goal, non solo a evitare di
subirli. Ci sono altri episodi che confermano l'ossessione italiana
derivante dalla furbizia italica e da una preoccupante nostra,
crescente antisportività. Massimo Moratti, presidente dell'Inter
sconfitta dal Milan, va negli spogliatoi della squadra rivale a
congratularsi? Compie un gesto, normale, di educazione. Ma ecco che
molti tifosi dell'Inter lo contestano a muso duro, con cartelli ostili
e gesti beceri: osano contestare il presidente che ha speso mille
miliardi (fino a ad ora) per il suo club. Avrà commesso molti errori,
non discuto, ma chi non li commette? Paradossalmente, non è contestato
per gli errori ma solo perché non è capace di vincere comunque (magari
con intrighi di Palazzo?) e perché si congratula con i rivali. È
contestato, insomma, perché è una persona perbene.
E i giocatori? Quasi tutti, una squadra per l'altra, scendono in campo
con questo primo pensiero: non quello di vincere con la propria
bravura, con la capacità di fare goal, no, questo mai. Il primo
pensiero è quello di tendere trappole, insidie all'arbitro, facendo
sceneggiate, invocando punizioni e rigori, fingendo di essere colpiti
quando non lo sono, colpendo quando pensano di non essere visti. E se
l'arbitro cade nella trappola, e sbaglia, sotto accusa non è il
calciatore cialtrone, autore della provocazione o della finzione:
colpevole è sempre l'arbitro, ingenuo e "cornuto" per definizione, fra
l'altro il personaggio meno pagato nel fastoso circo calcistico super
miliardario.
Per non dire del presidente della Roma, Sensi, quello che ha abbaiato
tutto l'anno contro tutto e tutti, minacciando di ritirare la squadra,
incolpando arbitri e dirigenti federali avversari per le sue disfatte.
Ma, diamine, vinca sul campo, se ha la forze di vincere. Oppure ritiri
la squadra , se ha il coraggio di farlo. Ma la smetta di protestare e
contestare: fornisce un alibi all'allenatore e ai suoi calciatori
sconfitti in campo, molto spesso, senza tante giustificazioni.
Cosa concludere? Mi piacerebbe che fossero reintrodotte regole austere
e rigide per riportarci a un minimo di sapore sportivo, di lealtà, di
educazione; e pesanti sanzioni , senza sconti, per chi insista in
comportamenti ingiustificabilmente scorretti, sleali. E' solo un sogno
di fine stagione?