Michela Bruni. Il corpo è suo, lasciateglielo gestire

di Cesare Lanza  "Capital"

 

Bellezza folgorante. E non è una espressione enfatica: alcuni suoi vecchi ammiratori (tanto per non fare nomi, Giuliano Caputi, autore televisivo, e un gruppo di suoi amici e collaboratori)  avevano preso l’abitudine di vedere il detestatissimo “Processo del lunedi”, in cui Michela Bruni – era il ‘99 - aveva la solita striminzita particina che Aldo Biscardi concede all’aspirante diva di turno. Quando Michela appariva, e ancor di più quando apriva bocca, l’abitudine era di festeggiarla con un giro di “ola” dedicato solo a lei.

                    Poi Michela, di colpo, è scomparsa dalla ribalta. Sappiamo com’è Biscardi: ogni stagione cambia valletta, un po’ per il desiderio, altruistico, di proporre novità, un po’ per evitare, egoisticamente, il rischio che qualcuna possa imporsi davvero, e fargli ombra. Tra le varie biscardine, biscardelle e biscardozze, in vent’anni molte moltissime bellezze si sono evaporate, come la prima, l’olandese Maria Van Palland, e poi Ambra Orfei, Simona Saia, Angelica Russo. Altre - pochissime - erano note o si sono imposte a livelli diversi, come Marina Morgan, Paola Perissi (l’unica ad aver resistito due anni), Vanna Brosio, Jenny Tamburi, Sara Ventura, Michela Rocco di Torre Padula, Irene Mandelli.

                      Foggiana, veneta di adozione, figlia (ma sarà vero?) di un diplomatico in Cina, segno astrologico Toro, bionda ritinta, modella non irresistibile, attenta a non far tardi in discoteca, lo shopping come vizio dichiarato, uso frequente di novalgina alla fine del programma di Biscardi contro il mal di testa procurato dagli schiamazzi di Mosca e dei partecipanti. Queste sono le banalità, o scemenze, che si ricordano di Michela, negli archivi. E poco altro. Un paio di calendari, alcune comparsate in tivu, le solite paparazzate (la più vistosa, al fianco di Renzo Arbore) nei ristoranti romani, e qualche insignificante intervista ai giornali, destinata a salaci commenti futuri. Come quella, formidabile, del novembre ’99, in cui la bella e pia fanciulla, allora tutt’altro che scandalosa, si reca nell’abbazia di Piona sul lago di Lecco, posa con un paio di frati, padre Andrea e padre Sergio, inconsapevoli dei rischi che si stanno assumendo, e ci assicura che un certo amaro, Le Gocce Imperiali, preparato in convento, è un elisir ideale per combattere il male, i malanni e, più o meno, tutte le difficoltà della vita.

                      Purtroppo, neanche tre anni dopo, per la signorina Bruni dev’essere stato fatale, presumo, l’oblio di quelle gocce miracolose, se è vero che all’improvviso l’ex esplosiva valletta di Biscardi è ritornata sui giornali, implicata in un vero “processo”, penale questa volta: un processo insidioso e devastante, al cui confronto le delusioni artistiche patite immeritatamente nei  chiassosi processi calcistiche sono, oggi, lievissime minuzie.

Il caso è noto e ha spaccato l’opinione pubblica: si è appreso che Michela aveva deciso di concedere i suoi favori a un ricco sceicco del Dubai, in cambio di straordinarie somme di denaro, in euro o dollari. La vicenda ha spaccato l’opinione pubblica. La maggior parte degli italiani si è messa entusiasticamente, come al solito, dietro al buco della serratura proposto dai giornali e, morbosamente, ha intinto la sua tradizionale, morbosa curiosità per vicende di questo genere, in una infinità di particolari scabrosi.

                       Per fortuna, un’altra piccola Italia, minoritaria, non ha assistito senza reagire al processo sommario intentato alla signorina Bruni. Ha scritto Francesco Merlo con magistrale, ironica amarezza: “Può una ragazza di ventitré anni, bella, riservata, elegante, affittare il proprio corpo a uno sceicco, capitalizzare e investire sulla lascivia di un principe islamico che mitizza la bionda europea, può spillare spregiudicatamente centomila euro in cambio di qualche carezza senza doverne poi rendere conto pubblicamente, sui giornali e in tivu, senza diventare insomma la preda della più bavosa morbosità collettiva, senza subire la lapidazione mediatica, che alla fine, equivale a quella lapidazione fisica che il mondo islamico riserva alle prostitute?”.

                       Può, anche a mio sommesso parere, può. O meglio: dovrebbe poter scegliere di fare ciò che vuole della sua vita e del suo corpo, senza lapidazioni. E, dal momento che non ci è riuscita ed è stata giustiziata in piazza, mi fa anche molta simpatia, Michela. A meno che l’accusa non provi persuasivamente che Michela, oltre all’affitto di sé, abbia indotto alla prostituzione altre ragazze, utilizzando per denaro anche le loro vite e i loro corpi: tutto questo si potrà chiarire nei palazzi di giustizia, nelle procedure dell’inchiesta o in tribunale. Nell’attesa, Michela ha diritto a tutte le garanzie, che sono assicurate a chi è accusato di reati, anche più inquietanti e deplorevoli.

 

 Luglio 2002