La proposta

Si, Mike merita davvero la nomina di senatore a vita

Mike Bongiorno

di Cesare Lanza "Libero"

Massimo Donelli, neodirettore di “Sorrisi e canzoni tv”, ha avuto un’idea alla quale mi associo con entusiasmo: ha proposto di nominare Mike Bongiorno senatore a vita. Non è uno scherzo, davvero, è un’idea grandiosa. Come spiega Donelli in un breve editoriale, infatti, i meriti di Mike (78 anni, ma sembra un ragazzino, appena due anni fa ha guidato una spedizione al Polo Nord) sono numerosi. Da giovane è stato prigioniero dei nazisti in un lager, Nel suo lavoro è protagonista eccellente da più di mezzo secolo e ha contribuito al successo delle due grandi aziende del settore, la Rai e Mediaset. Ha partecipato, attraverso la pubblicità, all’espansione di tante e tante altre aziende e dunque allo sviluppo economico, alla ricchezza e al benessere di questo Paese, alla creazione di tanti posti di lavoro. E’ un simbolo di positività ed ottimismo, di fiducia nel futuro, di continuità, di stabilità. E non è mai stato sfiorato non dico da uno scandalo, ma neanche dall’ombra di una maliziosa diceria, di una insinuazione, di un sospetto, di una maldicenza: in un ambiente in cui si sprecano (spesso anche a ragione!), a proposito di tutto e tutti, maldicenze e dicerie, sospetti e insinuazioni.

               Beh, non vorrei ora esagerare, scavalcare addirittura Donelli e proporre di beatificare direttamente Mike, il quale santo non è, e la vita com’è giusto se l’è goduta senza troppi spiritualismi. Ma la nomina a senatore a vita Bongiorno se la merita davvero: in particolare se confrontiamo il suo nome a quello di altri, che hanno ricevuto senza tante polemiche lo stesso lusinghiero riconoscimento.  Sì, Mike è un grande personaggio, appartiene come pochi altri alla storia del costume italiano. Perfino un ottimo osservatore, un giornalista iper critico che di solito intinge la penna nel curaro, Massimo Gramellini, in prima pagina sulla Stampa ieri ne riconosceva i meriti e la simpatia, ricordando tra l’altro un poco conosciuto gesto di solidarietà che il famoso conduttore televisivo fa ogni anno, inviando al carcere di San Vittore una sommetta di denaro, in ricordo del periodo in cui vi fu ospite, insieme con Indro Montanelli, alla fine della seconda guerra mondiale.

               Esprimendo senza riserve il mio sostegno per Mike, sono certo di interpretare anche il parere di Vittorio Feltri, che dirige questo giornale: nonostante anche lui, come e più di Gramellini, abitualmente sia propenso a esternazioni tutt’altro che tenere. A parte i meriti di Mike, c’è tuttavia un’altra buona ragione alla radice del nostro consenso, ed è corretto confidarla ai lettori, anche a scanso dell’accusa più frequente che oggi sia rivolta in questo Paese, il conflitto di interessi. Il retrosacena è che Feltri e io siamo legati a Donelli da un’amicizia per la pelle. In particolare siamo legati al ricordo di una bella stagione giornalistica, parlo degli anni 1976-77, in cui io ero l'indegno e immaturo (e, dice Feltri, probabilmente a ragione) anche un po’ arrogante direttore di una fantastica redazione in cui, oltre a Vittorio e Massimo, c’erano - più o meno giovanissimi, qualcuno bambino - Ferruccio de Bortoli, Walter Tobagi, Gian Antonio Stella, Gigi Moncalvo, Francesco Cevasco, Edoardo Raspelli, Lina Sotis, Carla Giagnoni, Renzo Rosati, Mario Perazzi, Piero Dardanello, Luigi Irdi, Pier Luigi Vigna, Carlo Brusati… e altri e altri ancora. Tutti destinati a una formidabile carriera giornalistica. Altri purtroppo, come Brusati, Dardanello e il povero martire Tobagi, non ci sono più.

                Voglio confessare dunque che, a prescindere, quasi tutto quello che fa Donelli (a mio parere, il più estroso, simpatico e generoso di quel rigoglioso gruppo di promesse) Feltri e io siamo portati a considerare con affetto e solidarietà. Ma l’idea di portare al Senato, a vita, il popolare Mike è un’idea comunque strepitosa: anche perché premia, simbolicamente, un settore della vita italiana in cui, è vero, abbiamo assistito alla stranezza del premio Nobel assegnato a Dario Fo, ma mai è stato offerto un riconoscimento istituzionale a un protagonista dell’elettrodomestico - come scrive argutamente Gramellini – più popolare nella società di oggi, il televisore.  E non ditemi che il protagonista numero uno del citato e diffuso elettrodomestico, Silvio Berlusconi, è arrivato alla poltronissima di Palazzo Chigi: perché quello i riconoscimenti istituzionali se l’è conquistati grintosamente da solo, e contro molti avversari. Mike invece, che al momento (altro grande merito!) non è né cavaliere e neanche commendatore, dovrebbe godere di una popolarità trasversale, come si dice Almeno così’ spero, anche se in questo Paese alla fine, e prima o poi, si litiga volenterosamente, e più o meno allegramente, su qualsiasi argomento.

                  Infine, in questo articolo fin troppo incline alle confidenze, vorrei aggiungere che Mike (che conosco appena) mi venne a cercare per collaborare con lui, alla fine degli anni settanta, a Telemilano, la televisione con cui Berlusconi avviò la sua impresa. Io naturalmente rifiutai, scrivo naturalmente perché quasi sempre in vita mia non ho capito le buone occasioni e mi sono sempre buttato ottusamente su quelle più pericolose. E dunque partecipare affettuosamente alla iniziativa di Donelli per me è anche un modo per chiedere venia e giustificarmi, di fronte a me stesso s’intende, per quella svista professionale.  Non sono affatto certo che con Berlusconi mi sarei trovato d’accordo, ma con Bongiorno assolutamente sì. Vista la nostra fresca età, c’è ancora tempo per rimediare?
18-9-02