L’aspetto più divertente (o amaro, dipende dai punti di vista) è
che per cinque lustri in questo Paese si è discusso della (ir)resistibile
ascesa di Berlusconi, signore assoluto delle tivu, e da quasi dieci anni
ci si tormenta sulla questione, tuttora irrisolta, del conflitto di
interessi, senza contare l’estenuante dibattito sulla possibilità e
l’opportunità di lasciar spazio, oltre a Rai e Mediaset, a un terzo polo
televisivo. Miliardi di parole e di chiacchiere, migliaia e migliaia di
polemiche al vento. Ed ecco che un bel giorno è arrivato mister Rupert
Murdoch e zitto zitto, si fa per dire, con l’operazione Sky si appresta a
fare piazza pulita.
“Così Sky si mangia Mediaset e Rai”, questo era il titolone in
prima pagina di “Libero”, ieri. Nonostante la perdurante afa estiva,
chissà quanti, nel mondo politico o fra gli addetti ai lavori, avranno
avuto un sobbalzo sulla sdraio, sotto l’ombrellone! “Il magnate
australiano all’attacco del duopolio, con un obiettivo: un’antenna
parabolica in tutte le case”, spiegava con chiarezza questo giornale. “Il
piano Murdoch: 90 canali per conquistare 7 milioni di abbonati e 100
milioni di euro di pubblicità. Fine della tivu italiana. E del conflitto
di interessi del Cavaliere…”
Difficile dar torto a Vittorio Feltri e alle
argomentazioni/previsioni del suo articolo di fondo. Nonostante le
apparenze, non si tratta di apocalittico pessimismo: se mai, di iper
critico realismo, peraltro un tratto distintivo del fondatore di “Libero”.
Si può obiettare sui tempi dello scenario incombente: forse a Murdoch non
basteranno due anni, come scrive Feltri, ma di certo tra pochi, pochissimi
anni, se le cose non cambieranno, l’imprenditore –monopolista appena
sbarcato in Italia, si farà beffe di estenuanti beghe e dispute, tanto
avvelenate quanto provinciali, e sarà il padrone reale e forse
inaccessibile di quanto si vedrà nei teleschermi di casa nostra. Mettendo
alle corde, se non kappaò, sia la Rai sia la Mediaset.
Non esistono dunque vie di uscita, come sembrerebbero
sottintendere le prime tre pagine di questo giornale, ieri? A mio parere,
in un Paese normale, una ragionevole soluzione politica si trova sempre.
Ma il piccolo problema è che il nostro un Paese normale non è, o lo è in
sporadiche occasioni, come ben sa Feltri, con le implacabili denuncie, non
solo nel settore della tivu. Occorrerebbe che la politica italiana uscisse
dall’avvilente (quasi sempre strumentale) e quotidiano alterco tra destra
e sinistra, occorrerebbe che riuscisse a darsi finalmente una mossa, come
si dice popolarescamente, facendo i conti con la realtà. Ciò che raramente
riesce a fare. E raramente le riesce per la semplice ragione che la
tradizione della politica italiana (che si trattasse di democristiani e
comunisti ieri, o si tratti di poli di destra e sinistra oggi) è
soprattutto quella di fare interdizione e di ostruire, alla ricerca
scaltra o ottusa di continui compromessi, piuttosto che di impegnarsi a
costruire e governare.
Insomma: davvero per la sinistra Berlusconi rappresenta il
diabolico e invadente dominus dei mass media? E come mai allora, quando
Prodi e D’Alema erano al potere, non sono riusciti a varare una leggina di
cinque righe cinque, perché non ce ne volevano di più, per imporre l’altolà
all’odiato antagonista di Arcore? Risposta: forse perché una occupazione
reale di Berlusconi nei mass media non esiste, e attribuirgliela, anziché
regolamentarla, alla sinistra appariva polemicamente più conveniente, per
la contesa politica.
E com’è possibile, questo ancora Libero si chiedeva ieri, che
Berlusconi, l’imprenditore – pioniere, l’uomo che sull’impresa televisiva
ha costruito tutte le sue fortune, abbia finora lasciato tanto spazio al
signor Murdoch? Risposta: forse perché, sul piano politico, il Cavaliere
considerava un obiettivo primario respingere l’insidia “comunista” verso
il suo patrimonio e i suoi interessi; mentre, sul piano imprenditoriale,
la politica lo ha forse distratto (forse: di fronte all’astuzia del
Cavaliere è d’obbligo dire sempre forse) dal seguire l’evoluzione della
colossale partita in gioco.
Fatto sta che, ora, la scena è cambiata e se nulla succede ancor
più cambierà. Perché in campo, con enormi ambizioni e risorse, con un
know-how impressionante, e fino ad oggi con illimitate potenzialità, è
sceso in campo il signor Murdoch. Bene: se questo fosse un Paese normale,
mi perdonerà Feltri, mi spingo a dire che ci si potrebbe anche rallegrare
per la temuta novità: finalmente il duopolio lascerebbe il posto a una
partita a tre, con maggior spazio al libero mercato, alla meritocrazia, a
legittime rivalità, a positivi antagonismi. Sono, Vittorio, un inguaribile
bonaccione ottimista? E’ probabile, lo dico per primo, e chiedo scusa ai
nostri lettori. Perché questo un Paese normale nei momenti cruciali non
riesce mai ad essere. E bisognerebbe, per dare dimensione costruttiva
all’avvento di Murdoch, fin qui incontrastato (addirittura - che comica! -
invocatissimo salvatore della patria calcistica affinchè sganci altro
denaro per chiudere la bocca a tutti i club ribelli), bisognerebbe
regolamentare il settore, con limiti democratici e confini ragionevoli
antitrust, a tutela dei cittadini. Ma questo un Paese normale non è: basta
assistere ai velenosi intrighi, alle mille futili contestazioni che hanno
accolto l’iniziativa di legge di Gasparri, il primo politico italiano che
abbia affrontato i problemi dell’etere e dei mass media con l’ambizione di
dare almeno un po’ di ordine al far west esistente.
Infine desidero ancora una volta ricordare ai lettori (lo faccio
sempre, per doverosa correttezza, quando mi occupo di questi argomenti)
che da alcuni anni sono, tra l’altro, un autore Rai e dunque i miei
ragionamenti possono essere inficiati dall’affetto che porto a questa
azienda e dall’attenzione ai miei incarichi professionali. Però, se i
lettori mi danno fiducia, oggi vorrei, pensando al futuro della Rai, a
limitarmi a una sola considerazione. Spesso, chi non è contento dei
programmi di viale Mazzini impreca contro l’imposizione del canone. E
tuttavia il canone non è proibitivo: l’abbonamento costa 97,10 euro
l’anno. A mio parere, anzi, sarebbe opportuno aumentarlo, per avere
programmi più competitivi:
a patto, ovviamente, di spendere al meglio il denaro del budget. Senonchè,
qualsiasi manager sia nominato ai vertici della Rai, indipendentemente
dalla qualità o dalle simpatie politiche, non riesce umanamente a
impiegare il suo tempo per pensare ai programmi e alla gestione migliore
possibile, perché è afflitto e logorato dall’obbligo di fare i conti con
la politica, e di respingerne le mille pretese. Nonché, nel caso peggiore,
si vede obbligato a salvaguardare il proprio incarico, che paradossalmente
la politica gli revoca in dubbio, un minuto dopo averglielo assegnato.
Ora, le nomine alla Rai, azienda pubblica chiamata a svolgere un servizio
pubblico, non possono che essere di radice politica. Ma, una volta
ratificate le nomine, e magari affidando le decisioni all’Istituzione
super partes per antonomasia (la presidenza della Repubblica, tanto per
essere chiari) vorrei umilmente chiedere: è proprio impossibile - con un
mandato irrevocabile e al minimo triennale, con altre semplici
salvaguardie - assicurare indipendenza e reale autonomia agli
amministratori e ai dirigenti designati? Se così fosse, la Rai sarebbe in
condizione di battersi orgogliosamente e proficuamente con Mediaset e con
la new entry Murdoch. Decine e decine di professionisti di grande valore
sarebbero felici di farlo, se si sentissero tutelati, come meriterebbero.
cesare@lamescolanza.com
27-8-03