Il gioco con la Juve

di Cesare Lanza "Libero"

 

 

               Non so se esista veramente lo stile Juventus: come si diceva una volta nel mondo del calcio (e da un po’ di tempo, da quando le discussioni sul calcio si sono imbiscardite, non si dice più). Ma certamente esisteva lo stile dell’Avvocato, riassumibile così. Primo, nessuna enfasi volgare per le vittorie della Juve, nessuna boria di fronte alle sconfitte o alle lacune degli avversari. Secondo, sdrammatizzazione - con battute ironiche rimaste memorabili - dei problemi di casa bianconera. Terzo: fair play prima, durante e dopo le partite. Quarto: disponibilità a parlare con i giornalisti, senza supponenza, ma anche attitudine a glissare sui motivi di  tensione, con un sorriso, una divagazione. Quinto:  comunque e sempre, manifestava l’evidente passione per il bel gioco e l’ammirazione per i bravi giocatori, non importa se juventini o di altre squadre. 

              Santificare Gianni Agnelli nel giorno della sua morte, sia pure solo come protagonista dello sport,  sarebbe un errore grossolano di fronte all’intelligenza e alla competenza dei lettori appassionati di calcio e auto, nonché uno sgarbo alla memoria di un uomo, che sapeva modulare l’eleganza dell’ironia e la perfidia del sarcasmo, come pochi altri.  E dunque la verità è che negli ultimi anni l’Avvocato (definito così per incontenibile piaggeria nazionale, in realtà era dottore in giurisprudenza, ma non avvocato) aveva lasciato il controllo diretto della Juventus. Dopo la fine della lunga e trionfale stagione di Trapattoni, infatti, e dopo una cocente serie di delusioni, il rilancio della squadra italiana più scudettata era stato affidato al fratello Umberto Agnelli e ai suoi collaboratori più fidati (in primis  Antonio Giraudo, poi Luciano Moggi e Roberto Bettega): un team affiatatissimo, duro, intransigente, di poche parole, capace di sollevare ondate inestimabili di antipatie, ma anche (con il bravo Marcello Lippi) di tornare a vincere, perentoriamente. E Gianni Agnelli  - che in quegli anni tornò a occuparsi soprattutto della Ferrari, riportandola, con la designazione a leader dell’amatissimo discepolo Luca di Montezemolo, ai grandi successi mondiali - nel calcio era uno spettatore celebre, ma defilato, sembrava quasi “tagliato” fuori. Ancora incredibile resta l’episodio della cessione di uno dei campioni juventini più ambiti, quando lo scaltro Moggi gli giurò che no, mai ci sarebbe stata e ventiquattr’ore dopo era fatta… Divertente era anche il ricercato  snobismo, con cui individuava e segnalava, nei campionati stranieri, talenti veri (o presunti).  Di solito, la segnalazione era legittimata dalla testimonianza di qualche fido beniamino: fu Michel Platini, ad esempio, a suggerire l’acquisto di Zinedine Zidane, che però stentò molto, prima di riuscire a dare il meglio di sé a Torino (e l’Avvocato, nell’attesa, si divertva a punzecchiare, frettolosamente, il suo consigliere). Altri, per la verità, furono gli acquisti incauti: qualche bidone sudamericano, qualche campione inglese (Rush…) che odiava l’Italia e gli italiani…

                 Aveva visto a cinque anni, accompagnato dal nonno, il primo allenamento della Juventus (subito incantato da un campione straniero di nome Hirzer) e aveva amato, da giovane, la mitica squadra di Combi, Rosetta e Caligaris. Ma le stagioni calcistiche più fulgide di Gianni Agnelli sono legate, soprattutto, a tre grandissime squadre: la Juve degli anni cinquanta, con Muccinelli, Praest, i fratelli John e Karl Hansen  e Giampiero Boniperti, che prima impreziosì quella formazione e poi fu il campione di congiunzione con un’altra, quella di Omar Sivori e John Charles; e infine la Juve trapattoniana degli anni ottanta, ossatura della Nazionale campione del mondo, con Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Paolo Rossi…  I suoi calciatori preferiti, quelli che lo divertirono di più, furono l’argentino Omar Sivori, che giocava con i calzettoni alle caviglie, incurante di calci e botte dei difensori, e aveva inventato il tunnel, cioè l’arte irridente di driblare l’avversario facendogli passare il pallone tra le gambe; e il francese Michel Platinì, sublime nelle geometrie, intelligente ed elegante, architetto del gioco e goleador irresistibile.  Ma il calciatore - uomo più stimato, premiato e promosso poi come dirigente, fu senza dubbio Giampiero Boniperti, un amico prediletto (specularmente detestato dal team di Umberto).

                       Se dovessi ricordare una sua qualità in particolare, citerei la sua temperamentale, fisiologica, curiosità di uno che voleva sapere tutto: una curiosità incalzante, intrigante, coinvolgente. L’ho incontrato poche volte a quattr’occhi, ed era lui a intervistare me, come del resto faceva, così sapevo, con qualsiasi interlocutore, modesto o famoso, su qualsiasi argomento: una raffica stordente di domande su protagonisti e comprimari, su particolari minimi, retroscena, indiscrezioni. Mai provinciale. Si sa quanto amasse battute e confronti, sale e pepe di ogni incontro con i giornalisti.  Assimilava Schumacher  a  Varzi e Niki Lauda. E Del Piero? “Se Vialli è Raffaello, lui è Pinturicchio” (e i cronisti, sportivi e no, quel giorno dovettero correre a consultare enciclopedie e libri d’arte, per accertare chi fosse, Pinturicchio).  Baggio? “Un pulcino bagnato”.  Boniek? “Il bello di notte” (per le sue scorribande dolcevitaiole).  Dovunque si trovasse, all’isola di Wight o St. Moritz, a Manhattan o in Cina, manteneva la passione del tifoso comune (e anche per questo, probabilmente, era tanto amato) e voleva sapere: cos’ha fatto, la Juventus, come ha giocato?  Anche nella storia del calcio sarà ricordato come un sovrano di naturale regale vocazione, accettato e ammirato, apprezzato anche dagli avversari. E resterà legato per sempre alla sua squadra: lo stadio delle Alpi, ristrutturato, sarà intitolato, doverosamente, al suo nome.

 

 

cesare@lamescolanza.com

 

25-1-03