Vi spiego perché sono filoamericano

Per non dimenticare - 11-09-2001 - bandi...

di Cesare Lanza "Libero"

 

           Esiste la possibilità di una terza posizione sulla guerra, a parte il sì e il no?  Per quanto mi riguarda, certo non condivido il no, ma detesto soprattutto coloro che si arrampicano più o meno astutamente sugli specchi e cercano, con varie acrobazie, dialettiche e politiche, sincere o strumentali, di dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, tentando di stare un po’ di qua e un po’ di là, oscillando pendolarmente, secondo una brutta tradizione che non fa onore al nostro Paese.

           Il mio ragionamento, semplificato al massimo, è il seguente. Le ragioni della pace dovevano, e potevano, essere sostenute fino a un minuto prima della decisione americana di entrare in guerra.  E’ ciò che ho fatto e sostenuto pubblicamente, a “Domenica in” ad esempio, quando se ne è discusso.  Era infatti possibile prima dell’inizio della guerra che, continuando a trattare, attraverso pressioni diplomatiche e politiche, si riuscisse a evitare la guerra e, forse, a ottenere la resa di Saddam Hussein o, in altro modo, la sua eliminazione (che poi appare l’obiettivo principale del conflitto). Era anche possibile e forse probabile che, con maggior tempo a disposizione, gli Stati Uniti riuscissero a ottenere quanto meno il consenso dell’Onu; e che quei motivi di dissenso, che hanno lacerato i Paesi europei, si ricomponessero a poco a poco, nell’interesse di tutti.  Pensavo allora, e sono convinto tuttora, che le ragioni che hanno spinto Bush a dare un ultimatum al dittatore iracheno e, successivamente, a entrare in guerra, non siano – per alcuni aspetti – né chiare ne persuasive.

            E tuttavia, una volta decisa la guerra da parte americana, una scelta chiara e netta si imponeva. Quale, mi sembra perfino superfluo specificare. Vero è che il nostro Paese è spiacevolmente famoso (in pace e in guerra) per ambiguità, sfumature, voltafaccia, contraddizioni, viltà e piccole e grandi slealtà. E’ triste dirlo, ma mi sembra opportuno ricordarlo.  Diciamo per carità di patria che non siamo un Paese vile e infido, ma certamente eravamo un Paese immaturo, confuso, impreparato. Forse lo siamo ancora? Raramente, in passato, abbiamo finito una guerra dalla stessa parte politica in cui l’avevamo cominciata. Spero vivamente che anche questa volta non finisca così. Schierarsi, dopo la decisione americana, è una necessità legata all’inevitabilità di una scelta: dire sì, significa scegliere Bush; dire no, significa - di fatto, quali che siano le ragioni - scegliere Saddam. 

           Chi può pensare di scegliere Saddam?  Vorrei sommessamente ricordare che siamo legati agli Stati Uniti da patti politici (e conseguenti impegni d’onore) inequivocabili.  E che, alla fine della seconda guerra mondiale, gli italiani non erano in una situazione molto diversa da quella in cui versano oggi gli iracheni. Anche allora gli americani potevano avere, come i dissenzienti di oggi, mille possibilità dialettiche e strumentali per dire se e ma, per astenersi dall’intervenire. Ci hanno invece dato un contributo determinante per tornare un Paese libero e ci hanno dato aiuti e risorse per la difficile ricostruzione.Purtroppo, un altro difettuccio nazionale è quello di non avere memoria storica. Se l’avessimo, dovremmo ricordare che abbiamo nei confronti degli americani un debito moralmente immenso, mai saldato.  Un debito che non si salda con esternazioni retoriche, tipo quella “siamo tutti americani”, nel giorno dell’abbattimento delle torri gemelle. Se siamo veramente amici e alleati del popolo americano, oggi è il momento di dimostrarlo, nelle forme più chiare possibili. E se abbiamo - ci sono, ci sono - ragioni da far valere, dubbi di coscienza e tormenti morali da esternare, possiamo e dobbiamo farlo, oggi, credibilmente,  solo all’interno di una posizione netta e leale.  Troppo comodo e meschino, in qualsiasi situazione della vita,  utilizzare un patto e godere dei relativi vantaggi solo quando ci conviene; e sfilarci, con una giustificazione qualsiasi, quando dobbiamo sopportarne un peso o affrontarne i rischi.

              Allo stesso modo, e con la stessa chiarezza, desidero aggiungere che, sul piano umano, come cittadino del mondo, e al di fuori degli obblighi politici, io mi sento amico degli iracheni allo stesso modo in cui mi sento amico degli americani e di qualsiasi altro popolo del mondo. Gli iracheni  - come lo erano i tedeschi e gli italiani, nel secolo scorso - sono vittime di una dittatura ingiusta e inaccettabile.  La guerra di Bush dev’essere una guerra di liberazione. E quando gli iracheni saranno tornati liberi,  solo agli iracheni - nei tempi indispensabili – spetterà il diritto di stabilire le regole del loro Paese, della loro democrazia e del loro futuro. Forse non sarà facile. Nell’Europa distrutta dalla seconda guerra mondiale nella Germania sconfitta c’era un certo Adenauer, nell’Italia sconfitta un certo De Gasperi, nella Francia vincente ma ugualmente in ginocchio un certo De Gaulle…  In Iraq, non si capisce e non si sa. E forse, è presto per parlare del dopo. Ma non è presto per dire che il petrolio - il petrolio che ha reso immensamente ricco, potente e pericoloso Saddam, grazie alle sue incontrollabili ruberie -  dovrà essere un patrimonio del popolo iracheno, ci si augura saggiamente amministrato nell’interesse collettivo; e non certo oggetto di speculazioni, oggi inconfessabili, da definire al tavolo dei vincitori e di tutti quelli (ecco una facile previsione) che si affretteranno a sedersi al loro fianco, una volta esaurita la fase dei se e dei ma da parte di pacifisti, cerchiobottisti, azzeccagarbugli e minuscoli eredi di Machiavelli.

 

 

cesare@lamescolanza.com

 26-3-03