Vi spiego perché sono
filoamericano

di Cesare
Lanza "Libero"
Esiste la possibilità di una terza posizione sulla guerra, a
parte il sì e il no? Per quanto mi riguarda, certo non condivido il no,
ma detesto soprattutto coloro che si arrampicano più o meno astutamente
sugli specchi e cercano, con varie acrobazie, dialettiche e politiche,
sincere o strumentali, di dare un colpo al cerchio e un altro alla botte,
tentando di stare un po’ di qua e un po’ di là, oscillando pendolarmente,
secondo una brutta tradizione che non fa onore al nostro Paese.
Il mio ragionamento, semplificato al massimo, è il seguente. Le
ragioni della pace dovevano, e potevano, essere sostenute fino a un minuto
prima della decisione americana di entrare in guerra. E’ ciò che ho fatto
e sostenuto pubblicamente, a “Domenica in” ad esempio, quando se ne è
discusso. Era infatti possibile prima dell’inizio della guerra che,
continuando a trattare, attraverso pressioni diplomatiche e politiche, si
riuscisse a evitare la guerra e, forse, a ottenere la resa di Saddam
Hussein o, in altro modo, la sua eliminazione (che poi appare l’obiettivo
principale del conflitto). Era anche possibile e forse probabile che, con
maggior tempo a disposizione, gli Stati Uniti riuscissero a ottenere
quanto meno il consenso dell’Onu; e che quei motivi di dissenso, che hanno
lacerato i Paesi europei, si ricomponessero a poco a poco, nell’interesse
di tutti. Pensavo allora, e sono convinto tuttora, che le ragioni che
hanno spinto Bush a dare un ultimatum al dittatore iracheno e,
successivamente, a entrare in guerra, non siano – per alcuni aspetti – né
chiare ne persuasive.
E tuttavia, una volta decisa la guerra da parte americana, una
scelta chiara e netta si imponeva. Quale, mi sembra perfino superfluo
specificare. Vero è che il nostro Paese è spiacevolmente famoso (in pace e
in guerra) per ambiguità, sfumature, voltafaccia, contraddizioni, viltà e
piccole e grandi slealtà. E’ triste dirlo, ma mi sembra opportuno
ricordarlo. Diciamo per carità di patria che non siamo un Paese vile e
infido, ma certamente eravamo un Paese immaturo, confuso, impreparato.
Forse lo siamo ancora? Raramente, in passato, abbiamo finito una guerra
dalla stessa parte politica in cui l’avevamo cominciata. Spero vivamente
che anche questa volta non finisca così. Schierarsi, dopo la decisione
americana, è una necessità legata all’inevitabilità di una scelta: dire
sì, significa scegliere Bush; dire no, significa - di fatto, quali che
siano le ragioni - scegliere Saddam.
Chi può pensare di scegliere Saddam? Vorrei sommessamente
ricordare che siamo legati agli Stati Uniti da patti politici (e
conseguenti impegni d’onore) inequivocabili. E che, alla fine della
seconda guerra mondiale, gli italiani non erano in una situazione molto
diversa da quella in cui versano oggi gli iracheni. Anche allora gli
americani potevano avere, come i dissenzienti di oggi, mille possibilità
dialettiche e strumentali per dire se e ma, per astenersi
dall’intervenire. Ci hanno invece dato un contributo determinante per
tornare un Paese libero e ci hanno dato aiuti e risorse per la difficile
ricostruzione.Purtroppo, un altro difettuccio nazionale è quello di non
avere memoria storica. Se l’avessimo, dovremmo ricordare che abbiamo nei
confronti degli americani un debito moralmente immenso, mai saldato. Un
debito che non si salda con esternazioni retoriche, tipo quella “siamo
tutti americani”, nel giorno dell’abbattimento delle torri gemelle. Se
siamo veramente amici e alleati del popolo americano, oggi è il momento di
dimostrarlo, nelle forme più chiare possibili. E se abbiamo - ci sono, ci
sono - ragioni da far valere, dubbi di coscienza e tormenti morali da
esternare, possiamo e dobbiamo farlo, oggi, credibilmente, solo
all’interno di una posizione netta e leale. Troppo comodo e meschino, in
qualsiasi situazione della vita, utilizzare un patto e godere dei
relativi vantaggi solo quando ci conviene; e sfilarci, con una
giustificazione qualsiasi, quando dobbiamo sopportarne un peso o
affrontarne i rischi.
Allo stesso modo, e con la stessa chiarezza, desidero
aggiungere che, sul piano umano, come cittadino del mondo, e al di fuori
degli obblighi politici, io mi sento amico degli iracheni allo stesso modo
in cui mi sento amico degli americani e di qualsiasi altro popolo del
mondo. Gli iracheni - come lo erano i tedeschi e gli italiani, nel secolo
scorso - sono vittime di una dittatura ingiusta e inaccettabile. La
guerra di Bush dev’essere una guerra di liberazione. E quando gli iracheni
saranno tornati liberi, solo agli iracheni - nei tempi indispensabili –
spetterà il diritto di stabilire le regole del loro Paese, della loro
democrazia e del loro futuro. Forse non sarà facile. Nell’Europa distrutta
dalla seconda guerra mondiale nella Germania sconfitta c’era un certo
Adenauer, nell’Italia sconfitta un certo De Gasperi, nella Francia
vincente ma ugualmente in ginocchio un certo De Gaulle… In Iraq, non si
capisce e non si sa. E forse, è presto per parlare del dopo. Ma non è
presto per dire che il petrolio - il petrolio che ha reso immensamente
ricco, potente e pericoloso Saddam, grazie alle sue incontrollabili
ruberie - dovrà essere un patrimonio del popolo iracheno, ci si augura
saggiamente amministrato nell’interesse collettivo; e non certo oggetto di
speculazioni, oggi inconfessabili, da definire al tavolo dei vincitori e
di tutti quelli (ecco una facile previsione) che si affretteranno a
sedersi al loro fianco, una volta esaurita la fase dei se e dei ma da
parte di pacifisti, cerchiobottisti, azzeccagarbugli e minuscoli eredi di
Machiavelli.
cesare@lamescolanza.com
26-3-03