IO, DAGO, DENISE E DINTORNI….

di Cesare Lanza

Alcuni amici e lettori di questo sito mi hanno segnalato, con irritazione, l’attenzione sfruculiosa che mi dedica Roberto D’Agostino sul suo. Li ringrazio, ma non condivido il loro stato d’animo. Bisogna, amici miei, ricordarsi sempre che l’auto-ironia è forse l’unica stella polare  che si possa seguire, nella vita. www.dagospia.com  mi sfotte, in sintesi, perché secondo l’opinione del caro Roberto scriverei in modo cortigiano, anzi come un vero e proprio lecca-lecca, di questo e di quello. Ed è successo anche che la non meno cara Denise Pardo, intervistata goduriosamente per “Sette” dal carissimo Claudio Sabelli Fioretti, mi abbia prima inserito in un prestigioso elenco di veri o presunti adulatori e poi, sul suo giornale l’Espresso, mi abbia per la seconda volta dedicato la sua rubrica “Affettuosità giornalistiche”, accusandomi di essere stato troppo gentile verso Sandro Mayer, direttore di “Gente”. E per quale mia viscida colpa? Ma è chiaro: perché Mayer, trilla Denise entusiasta della sua scoperta, mi ha di recente proposto di pubblicare una serie d’interviste con i protagonisti del potere romano e, per questo, l’equazione è chiara, io gli avrei espresso la mia ruffianissima affettuosità.

                      La mia prima considerazione è la seguente: se due (più o meno, giudicate voi) autorevoli colleghi mi prendono in giro, contemporaneamente e per lo stesso motivo, è possibile anzi probabile che abbiano qualche buona ragione per farlo; è possibile anzi probabile che nel mio stile e nel mio modo di essere ci siano tratti, mi auguro non genetici, che legittimi questa sorta di sfottò, o di canzonatoria indicazione per la pubblica gogna.  Perciò reprimo, digrignando i denti, la mia permalosità calabra e voglio essere il primo a sorridere.  Vero anche, però, che sullo sfondo di questo tipo di sarcasmo, ci sono argomenti più seri: così ho deciso di inviare a “Sette”, il settimanale diretto magistralmente da Maria Luisa Agnese (scrivo “magistralmente” perché lo penso, ma anche - è ovvio -  con il gusto generoso di fornire nuovi spunti della mia istintiva vocazione all’adulazione a D’Agostino/Pardo, moralisti in agguato perenne), una mia replica sull’intrigante tema della cortigianeria, che sarà pubblicata giovedi prossimo. Non è corretto anticipare ciò che ho scritto: chi sia interessato, abbia la pazienza di aspettare l’uscita di “Sette”

                      Tuttavia, dal momento che questi argomenti interessano oggi a due grandi periodici come “Sette” e “L’Espresso” e, quotidianamente e furiosamente, anche a  www.dagospia.com , vorrei cogliere questa splendida occasione per aggiungere qualche altra mia chilometrica osservazione, approfittando del fatto che sul mio sito almeno non esistono problemi di spazio.

                       L’occasione è splendida perché, da tempo, volevo scrivere una breve analisi del fenomeno mediatico Dagospia, così come mi piacerebbe farlo, spinto soprattutto da spudorate ambizioni psicanalitiche, di altri protagonisti del mondo editoriale di oggi e di ieri. Provo dunque a decidere sul momento, impulsivamente: se nessuno dei giornali a cui collaboro mi offrirà di sviluppare e pubblicare questo  progetto, sarà www.lamescolanza.com a proporvi ogni tanto un mio personalissimo dizionarietto dei comunicatori degli ultimi cent’anni: da arricchire giorno per giorno, con le sollecitazioni dei lettori e, se ci saranno, dei miei colleghi grandi e piccoli. Seguendo, se possibile, il filo dell’attualità. Lo chiameremo, se vi sta bene, “IL LANZACHENECCO”. E mi sembra in fondo giusto che la prima voce sia dedicata proprio a Roberto D’Agostino, che tiene sulla corda molti giornalisti e li obbliga a quotidiane cliccate per scoprire che cosa sul suo sito possa saltar fuori ogni giorno: o meglio, non ogni giorno, ma dal lunedi al venerdi, perché anche per un infaticabile sollazzatore di mestiere il week end è sacro,  dovunque nel mondo l’unico valore veramente condiviso essendo la settimana corta (di lavoro).

                     Prima, però, debbo una rispostina a un paio di cosucce serie che Dago scrive, nascondendole voluttuosamente nel fuoco d’artificio dei frizzi e lazzi. Delle futilità scherzose di Dago (e di Denise Pardo) non mi curo, voglio sorriderne per primo, come si fa con le battute e le barzellettine che inesorabilmente qualcuno ogni giorno ci propina, prendendoci in contropiede, e costringendoci a simulare un’attenzione che raramente, con mille pensieri per la testa, sinceramente proviamo Ma le osservazioni serie meritano una replica adeguata. Dago mi accusa, infatti, di una brutta scorrettezza: avrei dato, nella mia rubrica “Veline & veleni” su Panorama, la notizia che Sonia Raule è in stato interessante senza citare la fonte, cioè il suo sito. Ohibò! Premesso che chiunque di noi sarebbe miliardario, se dal giorno che abbiamo cominciato a scrivere potessimo aver incassato un milione per ogni notizia che ci è stata rubacchiata, o per ogni citazione che ci è stata negata… Premesso questo, vorrei fargli intendere che nella mia rubrica, fatta di non – notizie, ma (quando ci riesco) di indiscrezioni, in quattro righe mi ero limitato non tanto a informare che l’incantevole Sonia è in stato interessante (notizia ormai nota in quanto, appunto, fornita dal puntualissimo Dago), ma che la compagna di Franco Tatò aveva deciso - beata lei - di prolungare la sua vacanza pasquale nel  bel nido pugliese di Fasano e che papà Franz e mamma Sonia sono in forte contrasto sul nome da affibbiare alla bimba prossima ventura: tanto da far temere che, al momento giusto, possa chiamarsi Elettra.

                       Il caro Dago, poi, citando il temibile Aldo Grasso (chiedo scusa: ma non è proprio un tipico caso di ruffianata, questo?), allude in modo – almeno per me - un po’ incomprensibile al fatto che abbia invitato a “Domenica in” Alfonso Signorini, massacrato a torto o ragione proprio da Grasso, non voglio qui e ora impegolarmi anche in quest’altra spinosa pratica. Non è chiaro a quale misterioso sottinteso o retroscena Dago faccia riferimento. Ma, mio sempre carissimo Dago, la spiegazione è semplice. A “Domenica in”, il pomeriggio televisivo “familiare” degli italiani, invitiamo tutti quelli che abbiano qualcosa da dire: è una casa di tutti, abbiamo invitato anche (o perfino?) te!  Signorini è brillante e divertente, è una novità televisiva: spiegami perché, di tanto in tanto, non dovremmo invitarlo. Se avessimo timore dei rischi delle provocazioni di personaggi estroversi e incontrollabili, non avremmo mai invitato uno come te: era nel conto che tu potessi dire, come hai detto, qualche castroneria del tipo… l’opportunità di designare Franca Ciampi come valletta al Festival di Sanremo. Ricorderai come Mara Venier, che conosce bene il suo mestiere (e scrivi pure, ti prego, che con questo elogio io dimostro di essere super ruffiano verso la mia irresistibile conduttrice!), ti abbia prontamente rintuzzato, mettendo i puntini sulle i. Dago Dago, suvvia: un pizzico di auto-ironia sarebbe utile anche a te. Se invitiamo anche (o perfino?) Dago, che è “spia” per sua scelta fin nel biglietto da visita, perché non dovremmo invitare Signorini, spione presunto, in attesa di giudizio?

                        Ma bando alle ciance. Ti prometto, Dago caro, che ti citerò ogni volta che potrò: in compenso tu cerca di scrivere correttamente, se te ne occupi, l’indirizzo del nostro sito www.lamescolanza.com . Ed ecco qui di seguito la prima voce de          

                       

        IL LANZACHENECCO

               Dizionario semiserio di grandi e piccoli comunicatori

 

 

D’AGOSTINO ROBERTO. “Lo querelo!”: è la prima reazione dei personaggi presi di mira sul noto sito www.dagospia.com dalle frecciate, sconce e innocenti, volgari e brillanti, disordinate e mirate, di questo curioso fustigatore di costumi. “Gli chiederò miliardi di danni!”. Il mio consiglio, quando mi viene chiesto, è di lasciar perdere le vie giudiziarie, lastricate di ben più importanti problemi. A volte, pubblicamente e in privato, Dago si lamenta, presumo sinceramente, delle minacce legali che gli vengono scaricate addosso, più o meno ogni giorno.  Si consoli, e ci riflettano su i querelanti: alcune atrocità che dagospia scrive, se pubblicate altrove, in altro contesto, porterebbero l’autore alla rovina economica per il pagamento certo di ingenti danni. Ma sul sito di dagospia ogni sberleffo perde violenza e capacità di offesa: il diritto di satira sembra indiscutibile nel quadro di una coerente linea sarcastica, indirizzata verso tutto e (forse) tutti.  Se poi fosse necessario in un’aula di tribunale, si potrebbe ricordare un celebre riferimento, in una situazione non molto dissimile: Aldo Biscardi, inventore del “Processo del lunedi”, ottenne l’assoluzione di fronte a un suo esasperato querelante, sostenendo più o meno che il livello di dibattito del suo programma era, con evidenza, talmente basso da non giustificare alcuna reazione rabbiosa; e che affermazioni e notizie erano, sempre con evidenza, talmente gonfiate e volutamente provocatorie, da non meritare precisazioni e smentite. Un gioco insomma, un gioco innocente: questo era l’appello difensivo. Come un gioco, se si è appena tolleranti, è il demenziale e giullaresco, a volte intelligente e in fondo raramente velenoso e appuntito, il mondo con specchi deformanti proposto senza tregua (salvo il rispetto ferreo della settimana corta: per pigrizia, benedetta credo dai lettori) dal cattivissimo  Roberto.

                    E’ opportuno anche rilevare che il nostro amabile fustigatore si avvale (essendo spesso, per fortuna di noi maschi, del tutto cieco l’amore delle donne, ed essendo mondanamente persuasivo il suo fascino di affabulatore) di una privilegiata condizione sociale, che gli consente di fare ciò che vuole, come vuole e quando vuole: senza volgarissime preoccupazioni d’ordine materiale. Questa risorsa, grazie a Dio, è stata utilizzata euforicamente da Roberto D’Agostino non tanto per quelle attività di vita, che caratterizzano analoghe condizioni esistenziali, come – che so – la ricerca scientifica, la solidarietà sociale, l’assistenza agli orfani di guerra, i viaggi in giro per il mondo o la passione per qualche collezione ricca e stravagante. No. Per fortuna, no. Sarebbero state scelte banali e noiose: guai, disponendo di possibilità economiche, a indirizzarsi verso un pericoloso stato d’animo com’è lo spirito di sacrificio; o, peggio, verso un’esibizione spendacciona di sé. 

                    Eccolo dunque, Dago, nel suo studio nell’attico che dà su Piazza di Spagna, intento serenamente a spiare, leggere, telefonare, scrivere.  Ecco che finalmente ha raggiunto la soddisfazione creativa, che inseguiva da sempre: fare tutto ciò che vuole. Perché è difficile misurarsi con le regole dure, i confini, le leggi scritte e non scritte degli universi editoriali; fantastico invece, come peraltro sto facendo qui e adesso anch’io, abbandonarsi con compiacimento alle opportunità via Internet che ci ha regalato Bill Gates!

                   Dago è un atipico, un diverso, un solitario; e come tale va rispettato, se non sempre apprezzato. C’è, almeno per chi gli voglia bene, o, come nel mio caso, per chi riesca al contrario di lui ad apprezzare le qualità altrui, l’amaro rimpianto di trovarsi di fronte a un grande talento sprecato. Un po’ per colpa del “sistema”, che lo rifiuta a volte, non importa se rudemente o ambiguamente, certo eccessivamente spaventato dai suoi eccessi; un po’ perché egli non ha certo l’umiltà per sottoporsi a regole, restrizioni, convenzioni, educazioni… Roberto è come un solista del calcio che fosse smanioso di vincere le partite da solo, senza squadra, senza allenatore, senza allenamento, senza tattica, senza strategia, ma confidando unicamente nelle sue virtù di palleggio, di dribling, nei suoi personali ed esclusivi virtuosismi.

                      Il risultato è che il suo sito è stato, nessuno oggettivamente potrebbe negarlo, una notevole invenzione giornalistica; e che la sua originale rappresentazione del gossip è una formula incisiva e coinvolgente. E tuttavia a me sembra che ci siano due limiti. Il primo limite, ormai trasparente da qualche tempo, è il meccanismo ripetitivo: questa è davvero la subdola (perché è difficile rendersene conto) tagliola! Perché quando, Dago caro, hai scritto che io, che conto poco, ho la pancia; o anche quando scrivi che Berlusconi, che conta moltissimo, è un nano; o quando scrivi che questo e quell’altro è “cafonal”; o che quella signora dei salotti o dello show televisivo è una troia o una stronza o una befana – il linguaggio è sempre lo stesso; quando prendi per il culo, allo stesso modo, una serie di bersagli che ruotano, sempre quelli, come in una giostra del luna park… Beh, prima o poi tutti si stufano. Si legge per curiosità, ma ci si stufa. Chiunque ti potrebbe rispondere, non a caso: io ho la pancia, ma tu hai i capelli unti, pieni di brillantina; e si sa che ti metti le dita nel naso. Ma che senso avrebbe? Guai a scendere in questi gradini di dibattito, vero? Tuttavia qualcuno alle tue spalle o direttamente ti risponde più o meno così, qualcuno fa sapere che non ti legge più, qualcun altro minaccia querele, molti ancora si divertono e inzuppano il pane nelle pietanze ancora pepate del sito, ma il rischio vero, la micidiale trappola per chiunque sia obbligato a divertire sempre, a far ridere o sorridere sempre, è la noia. In particolare, presumo, si tratta di un rischio che potrebbe risultare devastante sul piano psicologico per Dago, uno che non ha ambizioni di carriera, non ha fame di soldi nè di successo, ma soprattutto e forse esclusivamente tiene a mantenere l’identità, con aureola, del personaggio che riesce ad essere – sempre – irresistibile.  Se subentra la noia, è un serio guaio: che fastidio, quelli che ti rincorrono per raccontarti “l’ultima”.

                         L’altro limite è che non è vero che Dago se la prende con tutti, proprio con tutti. Nel mondo dei potenti finti e veri della buona e mala società italiana di oggi, il target dei bersagli del nostro amico fustigatore, c’è anche qualche nome che curiosamente non compare mai, ci sono altri nomi che compaiono assai di meno, rispetto ad altri. E che pure apparirebbero meritevoli, per par condicio, di uguale e assidua attenzione per i dileggi del caso. Un po’, mi viene in mente, come successe in Tangentopoli: alcuni personaggi erano nel mirino; altri, curiosamente, un po’ meno. Nel caso di Dago peccato non c’è, anzi si scopre è un suo tratto di - inattesa – umanità. Anche Roberto, perbacco, ha simpatia per qualcuno: non è vero dunque che il mondo intero lo faccia sbellicare dalle risa. Però, però… Se uno si è scelto, senza obbligo direi, il mestiere di fustigatore, la fustigazione appare più credibile - specialmente per il modo caotico e frenetico, in apparenza incessante, con cui Dago si scatena - se riesce ad esprimersi senza distrazioni o tenerezze.

                         Conclusione? Se Dago accettasse consigli, gli direi di compilare “il meglio di dagospia” - sarebbe un librino cult perché il sito ha avuto momenti irresistibili - e di farne una sua secondaria attività. Poi, grazie alla sua invidiabile condizione sociale (ah, quanto sinceramente e bonariamente lo invidio!), spremere dal suo talento un’altra iniziativa, di maggior spessore o, se la parola non offende, serietà. Il consiglio, si capisce, vale anche per me e per molti nostri coetanei. Anche se, come dimostra la mia pancia che tanto diverte Dago, è più facile consigliare una buona dieta agli altri. Gli anni passano, Dago caro. E siamo ormai vecchi ragazzi. Quando gioco a poker, mi accorgo di non avere più la prontezza di riflessi di una volta.

E forse tu, quando al mattino ti accingi a spiare su piazza di Spagna e ti muovi nel tuo bel salottino alla ricerca di idee, hai  i piedi gonfi protetti da un bel paio di pantofole. O no? Invecchiare pensando di poter ripetere irresistibilmente sempre lo stesso copione, ma senza l’energia giovanile, può essere un peccato fatale.

 

Cesare Lanza

6-4-02