Comanda chi da i numeri

di Cesare Lanza "
Libero"
In un Paese
che contesta ogni giorno la magistratura, con motivazioni spesso
ineccepibili, nonchè gli arbitri di calcio, con eccessi di faziosità non
disgiunti da ragionevoli sospetti, non ci si può certo stupire se da
qualche tempo anche un terzo giudice, l’Auditel, istituzionalmente super
partes, è entrato nel mirino di critici di eterogenei interessi. Siamo
un Paese scontento, alla ricerca di certezze: non ce le dà la società
civile, perché è sempre più diffusa la convinzione che la legge non sia
uguale per tutti; non ce le dà il mondo del calcio, lo sport più amato,
perché altrettanto diffusa è la convinzione popolare che alcune squadre,
più forti e potenti, godano di qualche scorretto vantaggio rispetto ad
altre.
Anche
le polemiche sull’Auditel (l’organismo che fornisce i rilevamenti degli
ascolti televisivi) nascono da diffuse scontentezze, però impongono
riflessioni molto diverse. L’Auditel, infatti, nasce dall’esigenza delle
emittenti televisive di sapere quante persone, effettivamente, seguano i
loro programmi; e dal diritto degli inserzionisti pubblicitari di capire
quanto e come sia utile investire il loro denaro. L’Auditel è un sistema
non esente da difetti, ma non è screditabile, né sostituibile, fino a
quando sarà accettato, sostenuto, e di conseguenza legittimato, da Rai e
Mediaset e dal mondo della pubblicità,
come un
riferimento indispensabile per le loro rispettive necessità. L’arbitro
Auditel è al momento accettato da tutti, non importa in questa analisi
se con rassegnazione o meno; e detta legge.
Esistono tuttavia alcuni problemi, nonostante l’obbligatoria
accettazione, condivisa da tutti coloro (me compreso, ovviamente) che
lavorano nel sistema televisivo. Vorrei soffermarmi su due aspetti. Il
primo è culturale. Il secondo è produttivo. Il problema culturale è
affrontato da tempo e da molti illustri commentatori: sarebbe opportuno
tentare, almeno tentare, di risolverlo in modo persuasivo. Perché i
meccanismi perversi provocati dall’Auditel (strumento innocente: produce
cifre e statistiche, le cifre e le statistiche sono innocenti; perverso
è il modo di utilizzarle) sono i seguenti. Ci sono programmi che
conquistano tot punti di ascolto, dunque ottengono in proporzione (una
proporzione quasi ferrea) tot miliardi di pubblicità. Di fatto, poi,
cosa succede? Che le televisioni e, dietro le televisioni, la forte
pressione del mondo della pubblicità, spingono e premiano solo i
programmi che fanno ascolto. E, di solito (non dico sempre, dico di
solito) fanno ascolto i programmi più facili, più grossolani,
elementari. Della qualità, quasi tutti (non dico tutti, dico quasi
tutti) si infischiano: quasi nessuno è disponibile a impegnarsi in
programmi in cui la qualità provochi anche solo il timore di far
crollare gli ascolti (non dico la certezza, dico solo il timore che li
faccia crollare!).
A
mio parere, sarebbe opportuno che all’Auditel venissero affiancati altri
strumenti di rilevamento per accertare, o almeno indicare, primariamente
i livelli di qualità, di cultura, di intelligenza, di capacità
educativa, innovativa, ecc. Con l’importanza che ha assunto la
televisione, diventata centrale nella vita d’ogni Paese, sarebbe
opportuno che molti altri indici di gradimento (non solo gli ascolti,
tout cort) fossero presi in considerazione da chi fa i programmi e da
chi ci investe in pubblicità.
Al
problema culturale è legato strettamente un problema produttivo. Se è
solo l’indice di ascolto a dettar legge, è ovvio che (anche
controvoglia) chi fa televisione, e chi fa investimenti pubblicitari
nella televisione, è obbligato - quanto a tendenza – ad adattarsi
a schemi e
comportamenti assolutamente conservatori, antiquati, ripetitivi. Questo
programma ha un buon ascolto? Lo ripeto fino alla noia, guardandomi bene
dall’inserire qualsiasi novità, e lo spremo come un limone. Questo
presentatore, questo comico, questa bella ragazza hanno un grande
successo di ascolto? Automaticamente diventano divinità intoccabili, da
riverire e pagare a qualsiasi prezzo, e da riproporre, riproporre finchè
il logorio da video non li abbia consunti fino all’ultimo lembo di
simpatia. Di contro, se un programma è carino ma di scarso ascolto, non
si può avere la pazienza necessaria per farlo crescere: gli autori, i
conduttori, i protagonisti sono poco più che appestati: da “spegnere”,
da “tagliare”, insomma da tenere alla larga.
Ecco
perché, a mio parere, la televisione di questi tempi è spesso giudicata
vecchia, ripetitiva, uguale tra network e network. Ecco spiegato perché
i pochi cambiamenti nel sistema televisivo sono state provocati
nell’ultimo anno da due eventi, che si sono imposti al di là delle
consuetudini: il primo è il “Grande Fratello” (subito imitatissimo…), un
format pensato in modo rivoluzionario e adottato in tanti Paesi; il
secondo è l’11 settembre (speriamo che resti un episodio isolato…), che
ha provocato ansie, riflessioni, aspettative diverse, privilegiando
l’informazione rispetto all’intrattenimento.
Infine, vorrei aggiungere (per modificare, migliorandolo, lo stato delle
cose) una motivazione soprattutto “umana”. L’Auditel svolge il suo
servizio dal dicembre 1986.
Il suo
direttore generale, Walter Pancini, è uno dei più seri, qualificati e
credibili manager italiani. Dall’agosto del 1997 il campione è
raddoppiato, con la collaborazione di 5.075 famiglie. Niente da dire!
Ebbene, da queste 5.075 famiglie dipende – in parte, ma a volte anche
totalmente – il destino di alcune centinaia di migliaia di persone che
lavorano nel settore: i successi o i fiaschi investono soprattutto, in
modo chiassoso, venti/trenta famosi conduttori, a seguire quelli che
vanno in video in modo significativo, a seguire dirigenti, produttori,
autori e registi, a seguire, via via, indirettamente e in misura minore
ma sempre concreta, un popolo televisivo, chiamiamolo così, legato con
prestazioni di vario tipo alla realizzazione dei programmi televisivi.
Ogni mattina, tra le dieci e le dieci e mezza, si conoscono i risultati
del giorno prima, forniti dall’Auditel: si sa chi fa ascolto e chi no. E
il popolo televisivo aspetta questa ora fatidica in incredibile (per chi
non l’abbia assaggiata) ansia, con disturbi probabili per le coronarie,
il fegato, il sistema nervoso, l’equilibrio psicologico, ecc. E’ giusto
che questo popolo di lavoratori televisivi e i loro programmi siano
giudicati con un solo voto in pagella? Le sconfitte, le vittorie di
questo popolo determinano ciò che, ogni giorno, vedete in tivu: è giusto
che tutto (o quasi) dipenda da un punto in più, da un punto in meno in
pagella?
20-11-02