DA TANGENTOPOLI A COGNE

IL “NON POTEVA SAPERE” ORA VALE ANCHE PER L’OMICIDIO

 

di Cesare Lanza

 

                   Al tempo di Tangentopoli, scriveranno probabilmente gli storici tra un secolo, tra le altre devastanti novità era stata introdotta una perfida, insidiosa procedura giudiziaria: l’accusato “non poteva non sapere”.

                   In questi giorni, mentre l’opinione pubblica si appassiona all’orribile delitto di Cogne, stiamo di fatto scoprendo una nuova, altrettanto allarmante, via all’(in)giustizia. La mamma accusata? “Non può essere stata che lei.”

                   Sarò schietto: ho i brividi nella schiena, anche per quel che riguarda il linguaggio. Le negazioni affermative mi ripugnano. Ho grande amore per la lingua italiana e per le infinite possibilità che ci concede. Ma alcune tortuosità, adottate preferibilmente da chi gestisce un qualsiasi potere, secondo la nostra nobile tradizione azzeccagarbugliesca, sono insopportabili. Specialmente se, entusiasticamente adottate in fatti di giustizia, rischiano di sputtanare immeritatamente carriere e vite meritevoli o di appioppare un bell’ ergastolo a un presunto colpevole.

                   Non voglio invadere il terreno infido di competenze che non ho. Non scrivo con i codici penali sul tavolo, non sono né un avvocato (per fortuna dei clienti: sarebbero tutti condannati) né un magistrato (per sfortuna degli imputati: sarebbero tutti assolti). Ma condivido le sacrosante preoccupazioni espresse da Libero in questi giorni sulla tragedia in Val d’Aosta e, in particolare, da Renato Farina, che sa battersi con coerenza per il rispetto dei diritti umani, in questo caso i diritti della mamma del povero Samuele.  Quanto alla nostra lingua, e alle micidiali opportunità che ci offre, preferirei  l’incisività e il pragmatismo anglosassoni.

                    “Non poteva non sapere”… Eh, no: quattro parole sono troppe. Sono viscide, sono ambigue, sono pericolose: come molti imputati di Tangentopoli hanno sperimentato sulla loro pelle. Basterebbe una sola parola: “Sapeva.” Ovviamente, sostenuta da inoppugnabili prove. Se una parola non basta, se le prove non ci sono, la prudenza è d’obbligo. E, ora, ci troviamo di fronte a quest’altra perversa formula di accusa: in conclusione, si dice, “non può essere stata che lei.” Eh no, ancora una volta: le parole sono troppe. Sei parole. Basterebbero tre, se fossero sostenute da prove indiscutibili: “E’ stata lei.”

                    Non desidero entrare nel merito dei processi, né di Tangentopoli, né

dell’inchiesta sull’omicidio di Cogne. Ma il rispetto delle garanzie mi appassiona. Sappiamo bene che le perversità accusatorie, in ogni epoca della storia, sono destinate a sviluppi malefici, sospetti, veleni. E di recente abbiamo visto come, in conseguenza delle polemiche sulla giustizia nell’epoca di Tangentopoli, il nostro Paese si sia profondamente diviso e quanto stenti a ritrovare principi condivisi.

                    “Non poteva non sapere!”. Il teorema, di per sé inaccettabile, è stato applicato inesorabilmente per alcuni Eccellenti Imputabili e invece, per altri, le inchieste hanno fatto registrare una straordinaria capacità di slalom, silenzi,  zig zag, salti acrobatici. E tuttavia i grandi nomi risparmiati dal teorema erano nomi di personaggi non meno eccellenti e indiziabili. Perdonate l’ìronia della “mia” doppia negazione, questa volta! Insomma:

il teorema, se terorema doveva esserci, “non” si poteva “non” applicare a tutti, quanto meno per equità nell’iniquità.

                     Ebbene, oggi, questo nuovo teorema impostato sul principio di esclusione, pesa poco persuasivamente sulla infelice figura della mamma. “Non può essere stata che lei”: è la prima pagina di nuovi capitoli giudiziari di accusa fondati su ragionamenti e indizi, ma anche su elucubrazioni e pregiudizi? Oggi, questo nuovo teorema è - forse – il tormentato punto di arrivo di un’indagine faticosa, certamente compiuta in buona fede. Ma domani, se avesse successo, sarà applicato strumentalmente nei riguardi di chiunque abbia la disgrazia di entrare in un’inchiesta strumentalizzabile, magari come sempre nella storia a livello politico?

                     Vorrei sommessamente ricordare il primo fondamento di una civile giustizia: dev’essere provata l’accusa, non l’innocenza; e, in mancanza di prove, meglio un colpevole in libertà, che un innocente in galera.

 

 

 

Ps. Quanto al rispetto delle garanzie, mi turba (non capisco…) il provvedimento di arresto nei riguardi della mamma di Samuele. L’arresto è previsto dai nostri codici, come tutti sanno, in caso di rischio di inquinamento di prove, di fuga o di reiterazione del delitto, da parte dell’imputato. Quanto al caso di Cogne: o la signora Franzoni è innocente, e allora il suo diritto è di vivere è  al fianco del marito e dell’altro suo figlio: non certo in una cella, a gridare e rivendicare la sua innocenza. Oppure la signora è colpevole. Ma in questo caso, secondo evidenza, è chiaro che la mamma di Samuel avrebbe agito in uno stato di orribile raptus, senza coscienza di sé. Dunque, il luogo restrittivo per lei non dovrebbe comunque essere il carcere, bensì non solo per umanità e compassione, ma per giusta giustizia, un ospedale psichiatrico, per le cure e gli esami appropriati. Il rischio di fuga e/o di inquinamento di prove non esiste. E se la signora era da considerarsi  pericolosa, dopo i primi accertamenti, perché si è aspettato un mese e mezzo, per assumere un diverso provvedimento cautelativo?

Libero 17-3-02