Cambiano gli uomini non la serie A

 

 

di Cesare Lanza "Libero"

 

 

                   L’ultima colossale sceneggiata (il progetto di una serie A gonfiata in due gironi da venti squadre ciascuna) manda, per fortuna, almeno un messaggio chiaro. C’è un solo modo per salvare il calcio: mandare a casa tutti i dirigenti, sia della Federazione sia della Lega sia del settore arbitrale. O meglio: dal momento che nessuno, temo, può mandarli a casa, almeno in tempi rapidi, sarebbe bene che i dirigenti attualmente ai vertici del calcio decidessero, anche nel loro personale interesse, di fare un passo indietro e di ritirarsi, subito, dalle poltrone che contano. Parlo di Carraro, Figc, di Galliani, Lega, nonché di tutti quelli che li attorniano, e poi, insieme con loro, dei due designatori degli arbitri, Bergamo e Pairetto.

                   Voglio anche dire, subito, che conosco bene Carraro e Galliani: sono manager eccellenti, dirigenti di prim’ordine. Che contraddizione è, direte? Nessuna contraddizione. Carraro e Galliani, che sono persone molto intelligenti, dovrebbero a questo punto prendere atto da soli dell’inevitabilità della loro uscita. Nessun uomo al mondo, salvo uno che non nomino perché comunque avrete capito al volo di chi parlo, può essere all’altezza, e soprattutto può considerarsi all’altezza di risolvere qualsiasi problema, in qualsiasi situazione, in qualsiasi momento. Posto che Carraro e Galliani siano uomini giusti, di certo oggi – nel mondo del calcio -  non sono né nella situazione giusta né nel momento giusto. Carraro ha fatto il sindaco,  il ministro, ora fa il banchiere, l’amministratore di società importanti: ha lavorato spesso bene, ha ottenuto risultati importanti. Galliani è un uomo che si è fatto da sé, e già per questo merita tanto di cappello, poi ha ottenuto risultati strepitosi nel mondo della televisione e alla guida del Milan.  E tuttavia oggi, tutti e due, solo andandosene riuscirebbero ad aiutare il mondo del calcio per l’unica mossa indispensabile:  girare pagina. E’ doloroso, ma può capitare a chiunque: c’è un tempo per ogni cosa.  Non è sempre questione di meriti e di capacità.  Anche l’Inghilterra voltò le spalle a Winston Churchill, che pure l’aveva salvata dai nazisti e l’aveva condotta alla vittoria, con orgoglio, nella seconda guerra mondiale!  

                    Non conosco quasi Bergamo e Pairetto, ma in questo caso il discorso non può che essere severo, in assoluto. Quali straordinari meriti, infatti, possono vantare? Dopo i tanti problemi esplosi, dopo la tempesta provocata dagli incredibili errori commessi, quale credibilità hanno, quale curriculum, quali stellette sul petto, per restare al comando delle loro delicatissime operazioni (la designazione degli arbitri) un minuto di più?

                    Inutile addentrarsi nell’esame della comica progettazione di ristrutturare la serie A in quel modo che ha fatto ridere, strillare, indignare tutti gli osservatori delle cose calcistiche, anche i più pacati.  La domanda è un’altra: perché sono indispensabili misure tanto drastiche?  Non tanto perché - come ormai tutti sanno – il mondo del calcio è afflitto da una crisi economica e finanziaria devastante, si dice addirittura che la metà dei club di serie A e B siano a rischio di fallimento o, comunque, in una condizione di insostenibile indebitamento. E non tanto perché, puntualmente, al sabato e alla domenica gli arbitraggi fanno esplodere polemiche con una micidiale  miscela, composta in parte dall’indignazione per i molti grossolani errori (visibili non solo attraverso la moviola, ma ormai anche con un’occhiata distratta) e in parte dal veleno allusivo su ipotesi di trame e complotti, extra stadio.

                  E’ da auspicare una svolta, anzi una svoltona, per questo primo, unico e fondamentale motivo: chi dirige il calcio oggi ha perso ogni credibilità, non solo per gli errori personali, ma  per lo sfacelo, in cui è, per oggettiva responsabilità, irrimediabilmente compromesso.  E senza credibilità, senza trasparenza, non puoi avviare nessuna riforma: non hai il carisma, non hai l’autorità, non hai l’umana possibilità (pur, teoricamente, essendone all’altezza) per stabilire innovazioni riparatrici, regole e leggi giuste e moderne.

                  Per ridere e piangere della progettata riforma della serie A, crollata al momento stesso di essere annunciata, basta ricordare come sia nata: da una geniale idea estiva, così abbiamo appreso,  concepita da Aldo Spinelli, presidente del Livorno, e da Massimo Cellino, patròn del Cagliari, in barca nel mare della Costa Smeralda, temo con solo con le chiappe ma anche con il capo scoperto esposto a quel bel sole. Comunque  la genialata si è fatta strada. Come mai? Scrive la “Gazzetta dello Sport” che, dietro il chiasso e le risate, ci sia la longa manus di Galliani e Giraudo: non si sarebbero opposti al progetto benchè, ovviamente, da subito lo avessero considerato irrealizzabile per una scaltra valutazione: in realtà starebbero preparando il clima giusto – facendo aumentare l’esasperazione generale - per il sogno di sempre, cioè l’esatto contrario della serie A gonfiata, una Superlega di elite, ristretta alle sole grandi squadre.

                   Mah. Il piccolo problema è che, probabilmente, non c’è più tempo: l’emorragia dei debiti è senza freno, gli arbitri sono contestati svillaneggiati e sospesi, le televisioni si sono definitivamente dissanguate elargendo miliardi, di vecchie lirette, subito pappati dai calciatori e dai loro procuratori (sempre che non ci siano state altre occulte bocche voraci).  Non c’è più ossigeno, non ci sono più soldi, non ci sono più parole. Tutti a casa, è la fine di un regime.  Bisogna designare nuovi dirigenti competenti di calcio, ma estranei a questo mondo del calcio, assolutamente al di fuori e al di sopra delle parti, delle fazioni, del tifo, degli interessi. Se è ancora possibile. In caso contrario, il calcio – voglio dire il calcio che amiamo – sarà definitivamente distrutto, e al suo posto ci sarà qualche orribile

e imbastardito, rivoltante, spettacolo similcalcistico, che già da tempo (e proprio così si è accesa la miccia della crisi) non fa più ascolto, non ha più appeal neanche in tivu: cioè là dove, come sappiamo, qualsiasi bruttezza è accolta, più o meno, con generoso entusiasmo.

 

cesare@lamescolanza.com

 1-2-03