Roberto ha lunghe antenne
di Cesare Lanza

 

A Sanremo ho applaudito Roberto Benigni con entusiasmo. Diciamolo con franchezza: in qualsiasi campo la bravura professionale, la bravura dei fuoriclasse, è emozionante. Non esiste un altro artista (forse ci sarebbe riuscito Gassmann, ai tempi d’oro) capace di imporre un canto dantesco - i versi culimanti del Paradiso, di omaggio alla Vergine - ad un uditorio ipnotizzato da canzonette non memorabili ed esilarato dalle toccatine ai testicoli di Pippo Baudo. In un teatro estraneo, presumo, a misticismi e religiosità, a vergini e verginità di qualsiasi tipo. E nel pieno di un varietà comico, con uno stupefacente cambiamento di voce, ispirazione, stile, gesti, comportamenti. Insomma, una vera prodezza professionale. Ben conoscendo il fair play di Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri, grandi animatori alla vigilia di una campagna d’opinione ostile alla personalità di Benigni, mi auguro che anche su Libero e sul Foglio ci sia spazio per questo dovuto riconoscimento.

A parte lo show, però, il contestatissimo appuntamento di Sanremo era atteso soprattutto come un evento politico. Ebbene, sotto questo profilo, a giudicare dai primi commenti mi sembra che la performance di Benigni sia stata sottovalutata, quanto meno per tre aspetti, a mio parere rilevanti.

               Il primo aspetto di rilievo è che per la prima volta, dal fronte dell’opposizione a Berlusconi arriva un atto di riconoscimento rispettoso del premier e di legittimazione etica del suo ruolo e dei suoi compiti. Con un clamore strepitoso, in uno spettacolo televisivo seguito da venti milioni di telespettatori. Con gli auguri, addirittura, di buon lavoro. E per bocca di una star popolare, un personaggio amatissimo dalla sinistra e, fino a ieri, simbolo di una irriducibile avversione, senza esclusione di colpi (non è superfluo citare, ancora una volta, l’esibizione nel programma di Enzo Biagi, alla vigilia del voto).

Se questo è vero, come a me sembra vero, ecco il secondo aspetto, non meno importante: un barlume di luce per l’attesissima, forse improrogabile conciliazione nazionale. Solo un barlume, solo un gesto di un comico, per grande che sia? D’accordo. Ed è anche, in controluce, un atto di opportunismo, di ipocrita astuzia? E’ possibile. Anzi, è probabile. Ma la politica è fatta anche di opportunismi e di astuzie. Mi dicono anche che abbia deciso sul palco, drizzando le antenne, di cambiare la scaletta del suo intervento: esattamente quando ha nominato per la prima volta Silvio Berlusconi e da uno spettatore, tra le risate, gli è subito arrivato un fendente, “Ma che c’entra?” Sì: è possibile, anzi probabile che Benigni sia stato intimidito da Giuliano Ferrara e che si sia orientato verso uno show misurato, inatteso, improvvisando durante la recita. Ma che importanza ha? Fatto sta che ha avuto il coraggio -  è questa la novità - di parlare di amore, parola di difficile uso nella recente storia italiana, e non più, o per lo meno per una volta, una volta importante, di odio e disprezzo.

Il terzo aspetto è legato all’autorevolezza del grande giullare. Gradita che sia o no, la sua performance incide sulle masse e indica una strada allo sbandatissimo popolo della sinistra. Quella sinistra, come abbiamo visto anche il giorno dopo, tuttora infantilmente intontita nei girotondi, letteralmente senza né capo né coda, in piazza; e, nelle stanze del potere, indecisa a tutto. Benigni manda un messaggio di buon senso, sdrammatizza: invita, di fatto, a un ragionevole dialogo. Senza mezzi termini. Sia lodato Giuliano Ferrara che ha contribuito, con la sua geniale burla, a mettere le carte in tavola. Ma sarebbe un errore sottovalutare questo risultato, e scoraggiare questa non piccola svolta, adesso che il premio Oscar, a sorpresa, ci ha messo la sua bella firma sotto.

 

"Libero", 12-03-2002

È il peggio espresso al meglio
di Vittorio Feltri

 

Roberto Benigni è piaciuto a (quasi) tutti perché ha rinunciato a essere Benigni. Altro che Fregoli. Questi mutava con ineguagliabile abilità e rapidità vestiti e sembianze. Il comico toscano allo zabajone, miracolato dalla Vergine alla quale devotamente s'è rivolto, ha cambiato anima in un amen. Non sempre la vita è bella, ma finché sarà riderella Benigni la vivrà alla grande. Il fiuto non gli manca e neanche il tempismo. A Sanremo volavano uova simboliche e lui le ha trasformate all'istante in uova di Pasqua contenenti una sorpresa: ramoscelli d'Ulivo per Berlusconi, "auguri presidente, buon lavoro".

In un Paese combattuto tra consociativismo, inciucismo e radicalismo, destra fascista e sinistra comunista, l'abbraccio ecumenico e in modo visione di un pagliaccio di corte non poteva che ottenere unanimi consensi. Un coro di voci bianche ha cantato le lodi a San Roberto, ugole di solito stonate hanno trovato d'incanto armonia nell'elogio al novello messaggero d'amore che, deposte le armi della satira e dello sberleffo, ha suonato il piffero per mettere tutti d'accordo, uovisti e progressisti.

Benigni ha espresso al meglio il peggio degli italiani, la loro straordinaria capacità di camminare sulle uova e, nel vederlo procedere disinvoltamente di guscio in guscio senza romperne uno, i compatrioti si sono specchiati in lui, genio del tirare a campare, tributandogli applausi da Sanremo a Lampedusa. Di gente che vende l'anima al diavolo (anche piccolo piccolo diavolo) è piena la Penisola non solo quella, ma uno che finge di averla televenduta alla Madonna, e fa credere ch'ella l'abbia volentieri acquistata, pensavamo non fosse nato. Invece esiste ed è un connazionale, titolare di Oscar: Benigni, ora candidato al Nobel. Dopo Fo, gli tocca.

Intanto, Roberto ha toccato il Pisello a Baudo dimostrando ancora una volta di saper afferrare il contenuto delle cose, anche delle mutande. Un comico intelligente non fa ridere strizzando un occhio, ma strizzando le palle e chi gli sta davanti. Un po' di Dante, un po' d'amore sparso con l'acqua santa e un accenno di guerra pubica: ecco la formula vincente del bravo giullare. Se non vi siete divertiti, sottoponetevi al test culturale proposto ieri da Michele Serra sulla Repubblica. Riporto letteralmente: "La fica non è anche di destra?". Se non rispondete esattamente avete seri problemi culturali e si spiega perché non capite l'arte di Benigni. E di Serra.