SCIENZE

CHI HA PAURA DI MISTER CHARLES?
La discussione su Darwin, perseguitato dai detrattori, è - purtroppo - ancora in continua evoluzione

Tiziana Stallone *

Voglio esporre un breve sunto dei progressi della dottrina sull'origine delle specie. La maggior parte dei naturalisti ammette che le specie siano produzioni immutabili, e che ogni specie sia stata creata separatamente. Questa tesi fu abilmente propugnata da molti autori. Solamente pochi credono che esse subiscano delle modificazioni, e che le forme viventi attuali discendano per mezzo di generazione regolare da forme preesistenti...
(“L’origine della specie”, Darwin, Murray, 1859) 

Le 9:00 del mattino del 23 ottobre del 4004 a.C., questi erano l’ora, il giorno e l’anno in cui Dio aveva iniziato ad adoperarsi per la creazione del mondo, e la data era stata riportata sul frontespizio delle copie della Sacra Bibbia, distribuite a bordo del brigantino di nemmeno trenta metri, l’HMS Beagle, alla vigilia della sua partenza per il lungo viaggio, che avrebbe condotto il giovane, inesperto, appassionato, meticoloso, metodico naturalista Charles Darwin verso l’esplorazione di paradisi terrestri vergini, solcati da montagne, cordigliere, altipiani e attraversati da terreni dalla composizione minerale e rocciosa ignota, le cui forme di vita terrestre, acquatica ed aerea, vegetali ed animali, erano ancora sconosciute. Sud America, Patagonia, Terra del Fuoco, isole Falkland, Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, terre popolate da indigeni, digiuni di civiltà; uomini e donne, dalle foltissime chiome e dalle mascelle prominenti, non sempre pacifici, coperti da pelli stracciate e a piedi nudi.
Nei primi difficilissimi mesi di viaggio, Darwin stringeva tra le mani una copia della Bibbia, alla quale si appellava di sovente rivolgendosi agli ufficiali del Beagle, in quanto considerava l’Antico Testamento “una autorità inconfutabile su certe questioni morali, come ebbe modo lui stesso di scrivere molto più avanti nella sua biografia, convinto allora, come altri scienziati del tempo, la cui opera è tuttora per noi di importante riferimento, del fatto che Dio avesse creato il mondo assieme a tutte le sue meravigliose creature. In realtà più che convinto creazionista, Darwin non si era ancora interrogato sull’argomento origine della specie. Di certo la Bibbia doveva essergli di gran conforto, poiché la lunga durata e la conseguente lontananza da casa, piuttosto che l’insita pericolosità di quel viaggio, il quale avrebbe rappresentato l’unica avventura della sua vita, dovevano suscitargli davvero molta ansia “ero anche preoccupato per certe palpitazioni e dolori al cuore, e ignorante com’ero… ero certo di avere una malattia cardiaca. Non consultai alcun dottore, perché ero sicuro di un verdetto che mi avrebbe dichiarato inabile al viaggio, e invece ero ben deciso a parteciparvi ad ogni costo”.
A dispetto di questi comprensibili timori, inquietudini, preoccupazioni, il viaggio sul Beagle era l’unica cosa sulla quale Darwin, per sua natura tormentato e dubbioso, non ebbe mai incertezze o ripensamenti, l’unica esperienza che fino allora avesse desiderato compiere. Tranne la travolgente passione per le scienze naturali, per l’entomologia e per il collezionismo di animali, piante e rocce, che perdurava sin dall’età di dodici anni ed iniziata poco dopo la morte della madre, passatempo pregustato nelle lunghe passeggiate solitarie, tutte le altre esperienze formative Darwin le aveva subite. Nel 1825, all’età di 16 anni, iniziò a frequentare la facoltà di medicina all’Università di Edimburgo, per compiacere il padre, l’illustre e facoltoso medico Robert Warig Darwin, a sua volta figlio di Erasmus Darwin, prestigioso letterato, medico e scienziato. Charles Darwin era, però, poco interessato agli studi, che portava avanti a fatica e senza coinvolgimento, era ossessionato dalla mole di nozioni dell’anatomia e frustrato dall’inettitudine al disegno, i suoi due gravi e irrimediabili difetti, terrorizzato dalla crudezza degli interventi chirurgici, a quei tempi condotti senza l’ausilio del cloroformio o di altri anestetici. “…mio padre capì…che non gradivo l’idea di diventare medico, e pensò di farmi pastore evangelico. Il pensiero che io diventassi un ozioso, interessato solo a qualche sport, come allora sembrava probabile, lo preoccupava giustamente…”; fu così che Darwin nel 1827 acconsentì di essere iscritto al Christ’s College di Cambridge per studiare teologia o meglio “teologia naturale”, disciplina molto vicina alle scienze naturali.
Fu il suo professore di botanica, John Stevens Henslow, a suggerirgli e poi a raccomandarlo per il viaggio sul Beagle, al seguito del ciclotimico, generoso e nobile rampollo, il capitano Fitz-Roy, ottimo ufficiale, sostenitore della frenologia e della fisionomica di Lavater ed alla ricerca di un giovane naturalista, con il quale condividere la cabina nel corso del suo viaggio di rilevazione scientifica lungo le coste del Sud del mondo e di misurazione della longitudine di diverse isole oceaniche. A causa del naso prominente, per cui Fitz-Roy credeva che egli non potesse avere l’energia e la determinazione sufficienti per quel viaggio”, Darwin stava rischiando di non partire. Decisiva fu la raccomandazione del nonno paterno, il quale intercesse anche con suo padre, fino allora reticente.
Era il 1831, cinque anni più tardi, nel 1836, a viaggio concluso, Darwin, era già un membro consacrato della comunità scientifica, senza bisogno di altre raccomandazioni e di intercessioni, grazie ai rilevamenti effettuati entro fitte foreste, su inerpicate montagne ed oscuri fondali marini, appostato sugli alberi ad osservare uccelli, accovacciato alla ricerca di insetti, o impietrito a fissare gli indigeni; grazie ai resoconti scientifici, minuziosi ed originali, al numerosissimo e variegatissimo materiale roccioso, botanico e animale che inviava periodicamente in Inghilterra. Non avvenne solo questo. Gli anni del Beagle non furono solo studio, catalogazione, classificazione, collezionismo, esplorazione e meticolosa osservazione della natura, ma un periodo di profondo e sofferto stravolgimento umano, di cogenti e combattuti dilemmi morali e spirituali, anni in cui a seguito di un assiduo lavoro logico, per Darwin iniziava a rischiararsi un orizzonte annebbiato. “Non mi assalì mai il pensiero di quanto fosse illogico affermare di credere in ciò che non potevo capire, anzi, che è per natura sua inintelligibile”, ebbe modo lui stesso di scrivere a proposito del non voler discutere dei dogmi religiosi, nel corso dei suoi studi per divenire pastore evangelico, prima dell’esperienza del Beagle, ma adesso la logica, la ragione, le deduzioni scaturite dall’osservazione della natura, iniziavano a far vacillarne la sua fede, la sua “ortodossia perfetta” poiché “quanto più conosciamo le leggi della natura, tanto è più difficile credere nei miracoli”.
Il creazionismo, ad esempio, e l’idea che Dio avesse dato vita agli esseri viventi, progettandoli con un disegno intelligente, preservandoli immutati ed immutabili, collocandoli in ambienti appropriati: ad ogni specie il suo compito e le sue peculiarità, il suo ambiente, il suo cibo, in una armonia meravigliosa, questo mal si conciliava con l’enorme pulsione alla varietà che Darwin aveva osservato anche nella stessa specie, e che rendeva i figli diversi dai propri genitori, riconoscibili, con la tendenza degli esseri viventi a riprodursi in maniera esponenziale a dispetto del cibo limitato, con la competizione per gli stessi spazi e le medesime risorse, con l’aggregazione ed il mutualismo, ma anche con l’isolamento o l’eliminazione del più debole, con una talvolta fredda crudeltà della natura, senza distinzione tra piante e animali: “Se si lascia crescere l’erba in un prato… si vedrà che gradualmente le piante più vigorose distruggono le più deboli, anche se queste sono già completamente sviluppate”… “le giovani pianticelle sono alla mercè di numerosi nemici… ho constatato che su 357 germogli non meno di 295 furono distrutti, soprattutto dalle lumache…”… e ancora a proposito della caccia “se nei prossimi venti anni non venisse ucciso in Inghilterra un solo capo di selvaggina e… non si distruggessero neanche i suoi nemici, probabilmente la selvaggina diventerebbe più rara di quanto non lo sia oggi, nonostante ogni anno ne vengano uccisi centinaia o migliaia di capi”.
Dinanzi alle prime teorie evoluzionistiche, che mettevano in dubbio la fissità della specie, come ad esempio quelle del contemporaneo ed illustre scienziato Lamarck, o ancora di Johann Friedrich Meckel, Franz Unger, Etienne Geoffroy Saint-Hilaire, Georges Leopold Cuvier, Darwin rimase indifferente, poiché per sua natura era immune ai facili entusiasmi, diffidente verso le novità, un conservatore. L’evoluzione della specie si dispiegò ai suoi occhi, senza che lui lo chiedesse o lo cercasse, fu così che lucido, minuzioso, scrupoloso, obbiettivo, egli cercò (forse) di opporsi ad essa, attraverso la spasmodica ricerca di prove.
A Darwin, dunque, non va il merito di aver scoperto l’evoluzione, ma di aver dato una spiegazione convincente al perché le specie mutassero o si generassero ex novo. Darwin fornì all’evoluzione un sostegno e una chiave di lettura rivoluzionaria: la variabilità e la selezione naturale, ovvero la naturale tendenza di un essere vivente ad essere diverso dai suoi genitori e la risposta dell’ambiente a questa diversità, risposta che può essere favorevole o avversa. Questo a digiuno di nozioni di ereditarietà di Gregorio Mendel e di Hunt Morgan, più di un secolo prima della scoperta del DNA e dei cromosomi, della mutazione e della ricombinazione genetica. Fu così che Darwin dimostrò la creazione senza Dio.
Era 1838, due anni dopo l’esperienza del Beagle, quando Darwin iniziò a parlare informalmente della sua teoria dell’evoluzione, attraverso una serrata corrispondenza ad amici e colleghi naturalisti, ma sempre con riserbo, con moderazione, frenato, combattuto non sul piano scientifico, ma morale, come se “avesse un delitto da confessare”, consapevole delle inevitabili ripercussioni che avrebbe generato la sua scoperta. Passò gli anni successivi ad accumulare, ossessivamente, prove mentre, come scrisse nella sua biografia, con parole amare e sofferte, “l’incredulità s’insinuò lentamente nel mio spirito, e finì col diventare totale”… “persi gradualmente la fede nella religione cristiana in quanto verità rivelata”… “ero pervenuto, gradualmente, a rendermi conto come il Vecchio Testamento, per la sua storia del mondo così manifestamente falsa… per la sua attribuzione a Dio dei sentimenti di un tiranno vendicativo, non meritasse più fede dei libri sacri degli indù o della credenza di qualsiasi barbaro”.
L’Origine della Specie, il manifesto della teoria dell’evoluzione e della selezione naturale di Darwin, fu pubblicata solo nel 1859, riscuotendo un clamoroso successo ed infiammando le polemiche tra i credenti: 1250 copie stampate ed esaurite in un giorno. Darwin fu costretto a pubblicare le sue teorie per non perdere la priorità per via di Alfred Russel Wallace, giovane naturalista, che era giunto alle sue medesime conclusioni e che, per altro, riconobbe sempre la precedenza di Darwin. Dopo la rivoluzione copernicana, un altro scacco matto all’egocentrismo dell’uomo.
Da allora, grazie a Darwin, si sono strutturate in chiave moderna la biologia dello sviluppo e della riproduzione, l’anatomia comparata, la genetica, la biologia molecolare e l’ingegneria genetica, l’antropologia, l’ecologia. Migliaia di conferme accumulate, di prove consolidate, di misteri svelati, di quesiti risolti, di conoscenze acquisite, di obbiettivi terapeutici raggiunti.  

Primi di marzo, anno 2004. Gazzetta Ufficiale alla voce “Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati nella scuola secondaria di primo grado”, scompare interamente la voce ”Origine ed evoluzione biologica e culturale della specie umana”. Una svista? Un errore di battitura? Che fine ha fatto Darwin? Dov’è l’evoluzione? Il resto del documento, però, è pressoché integro. Possibile che la rimozione sia stata mirata, intenzionale?
Quella che segue, purtroppo, è storia di oggi e ci auguriamo, dopo il gran chiasso che ne è conseguito da questa vicenda, che i fatti siano noti a tutti, compreso chi ha avuto la pazienza di giungere fin qui nella lettura. Se così non fosse, importante è ricordare, raccontare, diffondere, rafforzare la consapevolezza di come si rischi di fare un tonfo intellettuale indietro con la rapidità di un tratto di penna, di compiere un crimine educativo pensando di passare inosservati, perché il provincialismo culturale è sempre, pericolosamente, in   agguato e la scienza va sempre difesa strenuamente dalle strumentalizzazioni e gli insulti degli ignoranti.
Il depennamento di Darwin e della teoria dell’evoluzione dai programmi scolastici e, dunque, la volontà di celarla alle nuove generazioni, è stato intenzionale, ma in risposta alle petizioni di protesta di numerosi scienziati, invece di un rapido ripristino della voce scomparsa, al fine di risparmiare una grave lacuna agli studenti della scuola media alla vigilia del nuovo anno scolastico, con tanto di scuse annesse, si è pensato di nominare una commissione “per dare precise indicazioni che costituiscono la base di tutti i processi educativi” e stabilire se sia opportuno o meno insegnare Darwin a scuola. Mi chiedo allora perché assieme a Darwin questa commissione dai nomi altisonanti (Rita Levi Montalcini, presidente e Premio Nobel per la medicina, Carlo Rubbia Premio Nobel per la fisica, Vittorio Sgaramella, biologo molecolare, Don Roberto Colombo biologo e genetista umano), non si sia chiesta se fosse il caso di interrogarsi sull’opportunità di spiegare la teoria eliocentrica di copernico, la filosofia hegeliana, la storia del nazi-fascismo o le equazioni di primo grado?
Dopo circa otto mesi di lavoro il primo risultato della commissione ha prodotto sentenze lapalissiane come: “Trascurare l’insegnamento dell’evoluzione, in favore della quale esistono oggi molti fatti incontrovertibili e teorie molto chiare, probabilmente ignorati dagli estensori delle nuove norme ministeriali, sarebbe un errore intollerabile in una società che si ritiene civile”, suggerendo l’insegnamento di Darwin e della selezione naturale sin dalle scuole elementari. La conclusione di questa grottesca, assurda vicenda, tra le accese polemiche dei quotidiani ed il proliferare di libri sull’argomento, dopo ore di lavoro e stesure di resoconti che, invece di esser pubblici, sono stati celati per lunghissimo tempo, è stata in data 17 ottobre 2005, ancora una volta in ritardo per il nuovo anno scolastico, nei soli programmi di terza media la comparsa della voce “Interazioni reciproche tra geosfera e biosfera, loro co-evoluzione. Darwin”. Questo il risultato di due anni di lavoro. Il nome di Darwin recuperato e gettato lì dopo un punto.
Chi ha paura di Darwin? Gli esperti pedagoghi che nel 2004 hanno rivisitato i programmi ministeriali, bocciando l’evoluzione, con candore hanno spiegato che la teoria sarebbe stata affrontata meglio negli anni successivi, poiché per gli adolescenti l’insegnamento della selezione naturale potrebbe esser prematuro, potrebbe turbare le loro giovani coscienze e destabilizzarle, perché a quell’età non è facile distinguere tra evoluzione (scienza) ed evoluzionismo (filosofia che ne consegue). L’evoluzionismo, così pericoloso per i nostri ragazzi, perché gretto, laicista, materialista, dissacratore, senza Dio, che si serve di Darwin e per il quale Darwin diviene a scelta: il supporto ideologico del razzismo e del nazismo, dell’eugenetica o precursore dell’agnosticismo e del materialismo ateo e comunista. Rimuovere Darwin dai programmi, dunque, per depoliticizzare la cultura e liberarla dal demone del materialismo.
Dietro l’attacco a Darwin, e quest’episodio ce ne ha tristemente dato una prova, non ci sono isolati integralismi religiosi di grotteschi nostalgici, creazionisti, ma un movimento politico e ideologico illiberale, ignorante, ingerente e censore, che entra irrispettoso nelle questioni della scienza e devia pericolosamente le opinioni dei cittadini, agendo in primo luogo sui giovani.
Non è nelle mie intenzioni, né nelle mie competenze, entrare in merito alle discussioni politiche o ai timori dei teologi e dei chierici, e non vorrei, soprattutto, operare una distinzione manichea, tra buoni, i laici, e cattivi, i religiosi, ma solo rammentare che una teoria scientifica viene validata o confutata solamente da un’altra teoria scientifica e mai da una dottrina religiosa.
Infine, una lezione di umiltà per stemperare l’umana arroganza. 

“Se mi fosse dato vivere e lavorare per altri venti anni, quanto dovrei modificare l’Origine e quanto profondamente dovrei correggere ogni affermazione!
Intanto questo è un principio ed è già qualcosa...”.
(Charles Darwin a J.D. Hooker, 1869)


* Dice di sé:
Tiziana Stallone. Biologo e dottore di ricerca in anatomia umana, svolgo la libera professione di nutrizionista clinico. Le mie passioni: lavoro, musica, cinema, viaggi, alberi e cimiteri. tiziana.stallone@virgilio.it.

GIOVANNI PAOLO II

L’uomo è libero perché possiede la facoltà di autodeterminarsi in funzione del vero e del bene. Egli è libero perché possiede la facoltà di scegliere, “mosso e indotto da convinzioni personali, e non per un cieco impulso interno o per mera coazione esterna”. Essere libero significa potere e volere scegliere, significa vivere secondo la propria coscienza. (...) La libertà è la misura della maturità di un uomo e di una nazione.
(da Messaggio per la XIV giornata mondiale della pace, 1 Gennaio 1981)


FABRIZIO DE ANDRÉ

(…) Libertà, l'ho vista dormire, nei campi coltivati, a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Libertà, l'ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco.
(da Il suonatore Jones, Non al denaro, non all'amore, né al cielo - 1971)

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