Che cosa si cela dietro l’ostracismo del Parlamento europeo all’Ungheria

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Viktor Orbán, primo ministro ungherese

A leggere gli articoli e a vedere i servizi tv di ieri, relativi al voto di censura espresso dal Parlamento europeo nei confronti del governo di Budapest, sembra che fra l’Unione europea e l’Ungheria sia scoppiata una guerra campale che mette in forse le strutture portanti stesse dell’Europa comune. Bastano due sole cifre per gettare all’aria questa tesi. La popolazione dell’Unione europea è di 503 milioni mentre quella dell’Ungheria è di meno di 10 milioni (per l’esattezza è di 9 milioni e 81 mila persone). Le due entità in gioco (e strumentalmente contrapposte) non sono paragonabili. Sarebbe come allarmarsi se un circo mettesse in cartellone il duello fra un topo e un elefante.

Non ci andrebbe nessuno a vederlo. Come del resto, mentre il polverone mediatico su questa vicenda è diventato irrespirabile, l’opinione pubblica europea, sempre più lontana da queste manfrine senza costrutto, non partecipa al gioco degli schieramenti pur restando stupita dal clangore sgangherato delle dichiarazioni e dei commenti. Se la Ue teme l’Ungheria, non vuol dire che l’Ungheria è diventata forte ma vuol dire solo che l’Unione europea si dichiara essa stessa debole. E non è debole perché essa viene oggi combattuta dai sovranisti ma perché, essendo debole (e quindi non rispondendo alle esigenze normali dei cittadini; e non solo di quelli ungheresi), ha fatto dilagare il sovranismo.
Non dico certo che il governo Orbàn sia un governo ideale, se non altro perché nessun governo, in democrazia, è ideale. In democrazia infatti nessuno governo è il non plus ultra (se non per i fanatici) ma è solo un governo possibile. In sostanza, qualsiasi governo è quello che ha ricevuto i voti per poter guidare un paese, con tutti i vincoli e i compromessi che il governo di un paese necessariamente comporta, per tutti. Dico solo che il governo Orbàn viene combattuto strumentalmente da parte di leader politici e di paesi che, avendo la coda di paglia, denunciano in Orbàn i difetti che sono i loro propri.

I paesi capofila dell’Europa unita (quelli cioè – e questa è la vera aberrazione comunitaria – che comandano in esclusiva, senza renderne conto a nessuno, a nome e per conto degli altri 26 paesi europei), i paesi capofila dell’Europa, dicevo, sono solo due: la Francia e la Germania.
Contro Orbàn, la Francia è scatenata da anni e ha perso il ben dell’intelletto durante gli ultimi 15 mesi della presidenza Macron, un leader così fortunato da essere eletto all’Eliseo, ma anche così velleitario da riuscire a ridurre la sua popolarità, in soli 15 mesi, ripeto, dal 42 al 26%. Oggi cioè Macron si situa un poco al di sotto della soglia di gradimento del precedente presidente francese, il socialista Hollande, che si rese conto che non avrebbe potuto ripresentarsi partendo da così in basso, da decidere, per la prima volta nella storia dell’ultima repubblica francese, di andare a casa preventivamente (non candidandosi) prima di essere ufficialmente mandato a casa dai francesi stessi.
Le posizioni della Francia di Macron e della Germania della Merkel, in ordine al governo Orbàn, sono diverse. Macron infatti vede indebitamente in Orbàn la continuazione di Hitler (anche se, per il momento, Orbàn è un po’ mimetizzato, ma le sue vere sembianze non sfuggono certo al furbetto parigino dell’Ena; ci mancherebbe). La Merkel invece (anche perché una parte del suo partito vede di buon occhio Orbàn) è molto più problematica e in ogni modo non è oltranzista nei confronti del governo di Budapest.

Per capire quanto strumentale sia la posizione di Macron nei confronti del governo ungherese basti pensare che il presidente francese combatte Orbàn per colpire la Le Pen. È più facile infatti colpire chi rappresenta 3 milioni di ungheresi, i votanti di Orbàn appunto (dei quali peraltro, a Parigi, nessuno sa niente), che non i 18 milioni di francesi adulti che votano per Marine Le Pen e di cui in Francia tutti sanno tutto. Nessuno però dice che la strategia di Macron contro Orbàn è strumentalizzata per finalità di sua politica interna. E questo silenzio non è praticato perché il disegno di Macron è stato abilmente mimetizzato dall’Eliseo. Questa strategia infatti, alle volte, è stata addirittura dichiarata pubblicamente da Macron stesso, nell’assoluta indifferenza dei politici e dei media europei che, della realtà dei fatti, vogliono sempre cogliere solo l’aspetto che a loro interessa.

Per dimostrare che Macron fa il doppio gioco nei confronti di Orbàn, basta passare in rassegna le principali accuse che vengono mosse da Macron stesso al premier ungherese. Accuse, queste, che sono alla base del voto di censura da parte del Parlamento europeo. La principale accusa è che il Parlamento ungherese ha votato una legge in base alla quale il procuratore capo viene nominato dal parlamento stesso con voto a maggioranza. Questa norma viene interpretata da Macron, con suprema faccia tosta, come una brutale limitazione della sacrosanta libertà della magistratura, nel quadro della indipendenza dei poteri dello Stato. Si dà però il caso che questa norma di legge esista anche in Francia ed essa non solo opererà in futuro, come in Ungheria, ma sta agendo da molti decenni (in pratica è un lascito dell’assolutismo napoleonico). Non solo, in Francia i singoli responsabili delle procure sono nominati (senza che Macron si straccia le vesti) non dal Parlamento (come in Ungheria) ma direttamente dal governo.

L’altra accusa di Macron nei confronti di Orbàn è il supposto razzismo del governo di Budapest che sarebbe dimostrato dal fatto che non vuole far entrare nel suo paese gli immigrati. Sentire accuse di questo tipo (rilanciate senza nemmeno un distinguo da parte di tutti i media europei) da parte del presidente francese che è pronto a mandare addirittura in soffitta gli accordi di Schengen (che assicurano la libera circolazione delle persone nell’ambito dei paesi europei che l’hanno sottoscritto) e che
ha blindato i suoi confini con l’Italia, è semplicemente ributtante. Come può Macron accusare un altro premier delle cose che fa lui stesso? Orbàn, almeno, non ha ancora fatto rincorrere con gli elicotteri militari (decisione presa da Macron sulle Alpi dalle parti di Bardonecchia) gli immigrati che tentano di scavalcare le Alpi nella stagione delle nevi e non ha mai fatto gettare brutalmente dal treno a Mentone una immigrata di colore incinta fronteggiata dai Crs, la più brutale polizia antisommossa francese. L’immigrata è poi è morta nell’ospedale di Torino.

L’ultima accusa ad Orbàn è di avere condizionato la libertà di stampa. Ha del sorprendente che questa accusa venga da un paese dove la grande stampa è tutta colonizzata dalle grandi imprese (molte delle quali, a loro volta, dipendono dalle commesse dello Stato: basti pensare alla famiglia Dassault che produce gli aerei da combattimento che Macron, al pari dei suoi predecessori, certo, va in giro a vendere per il mondo). Questa accusa viene da un presidente, Macron, appunto, che non ha risposto alla stampa (che aveva osato chiedergli ufficialmente qual era il trattamento economico che percepiva dallo Stato il suo buttafuori Alexandre Benalla, nominato da Macron di punto in bianco colonnello a 29 anni). E la stampa francese, dopo aver posto la domanda, evidentemente sorpresa dalla sua stessa audacia, di fronte al no dei Macron è andata subito a cuccia. Insomma Macron non tiene a’ faccia. Il bello (meglio, il brutto) è che tutti, a livello continentale, lo seguono come se fossero un gregge, dichiarando così, pubblicamente e senza vergogna alcuna, di non vedere e di non capire. O meglio, di non voler vedere e quindi di non voler capire, prendendo così per i fondelli gli elettori e i lettori. Fino a quando?

 Pierluigi Magnaschi, ItaliaOggi

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