C’erano una volta / Giovanni Arpino

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Un grande cacciatore d’anime tra letteratura e giornalismo

Aveva un caratteraccio, litigò furiosamente con Brera, che lo definiva «il mio Nobel personale», e con me. Ma fu scrittore eccezionale e fecondo. Con uno stile originale

Giovanni Arpino

(di Cesare Lanza per LaVerità) Litigai con Giovanni Arpino – mi dispiacque e ancora mi dispiace – per futili motivi. E, per colpa del mio caratteraccio (anche lui non scherzava, però…), interruppi un rapporto che mi stava a cuore. Era successo questo: a metà anni Settanta dirigevo il Corriere d’Informazione, Arpino pubblicò uno dei suoi splendidi romanzi: mi arrivò in anteprima il libro, per una normale recensione: Azzurro tenebra, se ricordo bene. Per le recensioni di film e libri importanti, allo scopo di evitare sciocchezze e astrusità scritte, come d’uso, da chi neanche vede il film o legge il libro, avevo inventato una sorta di frullato o tritacarne: una pagina intera, in cui si riassumeva tutto. Trama, protagonisti, biografia degli autori, retroscena, polemiche, ogni riferimento possibile e interessante. Arpino si infuriò e mi telefonò: «Hai pubblicato tutto, qualsiasi cosa, ora nessuno comprerà il libro, si sa già tutto, che bisogno c’è di leggerlo?». Risposi gelidamente: «Credevo che avessi chiamato per ringraziarci…». Altro sfogo del grande scrittore. Tagliai allora corto: «Bene, adesso sappiamo che per il prossimo libro preferisci che non si scriva una riga». Non ci parlammo più. Fine – permalosi com’eravamo – di una cordiale relazione, che poteva diventare una bella amicizia.

Devo aggiungere, con nostalgia, che quella era una formidabile stagione di scontri, sfide e litigi: in particolare nel giornalismo sportivo. Con famosi protagonisti. Radio e telecronisti: Nicolò Carosio, Nando Martellini, Enrico Ameri, Sandro Ciotti… Oggi chi c’è? Fabio Caressa – il migliore! – che dice delicatamente che l’arbitro «manda le squadre a prendere un tè caldo negli spogliatoi». Altro che quel «buon whiskaccio» che ingolosiva Carosio! E nella carta stampata Gianni Brera, dotto e vagamente razzista, faceva a schiaffi e pugni con l’antagonista Gino Palumbo, colpevole, a prescindere, di essere napoletano. E chi può dimenticare i titoloni popolari, drammatici o spiritosi, di Antonio Ghirelli? «Vergogna!», dopo la sconfitta con la Corea, «Charly Gaul dica lei, cosa fa sui Pirenei?», alla vigilia di un tappone decisivo del Tour de France, su quelle prestigiose montagne. Che tempi!

E, a proposito di grandi litigi, rievocando Arpino è fondamentale ricordare il suo rapporto con Gianni Brera, prima idilliaco e poi tempestoso, drammatico, velenoso. Giovanni era già uno scrittore affermato e ammirato, quando al direttore della Stampa venne la felice idea di utilizzarlo nelle cronache di importanti eventi sportivi, soprattutto calcistici. E Gioannfucarlo se ne innamorò: lo definiva, ogni volta, «il mio Nobel personale». Lo scrittore ricambiava l’omaggio chiamandolo affettuosamente «Grangiuann». Arpino – personaggio atipico in ogni senso – aveva compiuto un percorso inverso rispetto a quello tradizionale: di solito i giornalisti (lo stesso Brera, Ghirelli, Scalfari, Pansa e un’infinità di altre firme di rilievo) prima si impongono nel nostro mestieraccio e poi, spinti dal successo, provano a impegnarsi nella letteratura, narrativa o saggi. Arpino invece dal successo nella letteratura passò alla carta stampata, senza peraltro mai trascurare i suoi romanzi e racconti (un diluvio, sedici romanzi e duecento racconti, quasi tutti degni di attenzione). E anche nello sport si impose subito, con uno stile originale. Brera lo adorò per alcuni anni, poi qualcosa si ruppe, in modo drastico. I motivi non sono chiari, i due ex amiconi smisero addirittura di parlarsi, di salutarsi. Si detestavano e si evitavano, pur lavorando a volte fianco a fianco, perfino nella stessa redazione. Cos’era successo? Si dice che una sera, in tv a La Domenica sportiva, Arpino sobillò un suo amico, il campione juventino Roberto Bettega, a pungere, contestare Gioann e a farsene beffe. Brera rimediò una brutta figura (non gli era mai successo!) e il conflitto tra i due esplose, insanabile. Ma certo la rottura tra i due ex amici era già avvenuta. Mi fido della testimonianza di un amico, Elio Domeniconi, un vecchio giornalista sempre informatissimo su ogni possibile, o anche solo immaginabile, retroscena. Secondo Elio, che si dichiara testimone oculare, la rottura avvenne perché Arpino accettò un contratto d’ingaggio da Brera, direttore del Guerin sportivo, ma poi scelse di restare alla Stampa (dove già scriveva) perché il quotidiano torinese gli rilanciò l’offerta economica. E Gioann prese lo sgambetto – una furbizia non certo insolita, tra giornalisti e anche in altri settori – come un’offesa personale. Mi fido, ma non ho elementi né per smentire né per confermare. Mah! Indubbiamente la benevolenza di Brera, carattere a dir pocc ispido, per il collega-scrittore, era un fatto assolutamente insolito, un privilegio. Sentimenti ricambiati, come ho detto. Poi, all’improvviso, la rottura e i due cominciarono a scambiarsi cocenti offese. C’è chi sostiene che Arpino da tempo volesse sottrarsi al paternalismo ingombrante di Brera, che si comportava come se lo avesse adottato. E Brera non sopportò che Arpino gli preferisse La Stampa, considerandolo addirittura «un asservimento alla dominante famiglia Agnelli». Ma, probabilmente, c’erano state ruggini precedenti.

Arpino era nato il 27 gennaio 1927 a Pola, in Istria. Il padre, Tommaso, era napoletano e ufficiale di carriera, uomo severissimo. La mamma, Maddalena Bercia, casalinga. Un fratello minore, Carlo, e una sorella maggiore, Nice. Quando il nonno materno muore, Giovanni (13 anni) e la famiglia si trasferiscono a Era, in provincia di Cuneo, per occuparsi di proprietà avute in eredità. Conosce due figure molto importanti per la sua formazione: il farmacista Antonio Cordero, membro comunista del Cln e ostinato lettore (soprattutto di classici), e Velso Mucci amico di artisti, nottambulo, uomo da bar, amante di Parigi che sarà il suo primo lettore e consigliere. Poi su pressione del padre si iscrive a giurisprudenza a Torino, poi passa alettere e si laurea nel 1951 (voti curiosamente striminziti). Per lui il servizio militare risulta insopportabile (delusissimo il padre), prima a Lecce e poi a Napoli. Al ritorno, nel 1953, si stabilisce – e vi rimarrà fino alla sua morte – a Torino. L’esordio come scrittore è portentoso: nel 1952 con il romanzo Sei stato felice, Giovanni, da Einaudi. Ripubblicato di recente da Minimum fax con una deliziosa postfazione di Gianni Mura. Arpino lo scrisse in una ventina di giorni, consiglio a tutti di leggerlo. Il severissimo Elio Vittorini (spietato con tutti) decise di pubblicarlo senza cambiare una virgola. Nel 1959 La Suora giovane, che Eugenio Montale definisce «un capolavoro del suo genere». Dieci anni dopo pubblica Il Buio e il Miele, il suo romanzo più conosciuto, da cui è stato tratto il film Profumo di Donna, con una superlativa interpretazione di Vittorio Gassman. E una versione americana, diversa e non meno interessante, protagonista Al Pacino (premio Oscar). È fecondissimo, Arpino. Un fiume in piena: scrive anche drammi, racconti, epigrammi e novelle per l’infanzia. Capite perché lo stimavo tanto e perché non riesco a perdonarmi ancor oggi, quasi cinquantanni dopo, di aver interrotto i rapporti, per una stupidaggine? La sua attività si intrecciò poi con le cronache di inviato di calcio. Nel ’74 segue le prestazioni della nostra Nazionale, eliminata malamente, nel campionato del mondo in Germania. E a quell’esperienza si ispira Azzurro tenebra. Anche nel 1978 segue il mondiale in Argentina, il calcio è ormai la sua casa: diventa amico e spesso consigliere di calciatori, campioni e no, di Enzo Bearzot, di dirigenti e perfino di tifosi. Nel 1980, ingaggiato da Indro Montanelli, comincia una collaborazione con Il Giornale, scrivendo di cronaca, costume e cultura.

Il 25 aprile 1953 aveva sposato Caterina «Rina» Brera, la sua eterna fidanzata: l’aveva conosciuta al caffè Garibaldi di Bra, era la figlia del proprietario . Una donna straordinaria e una compagna insostituibile che gli resteràsempre a fianco, nonostante le avventure e i tradimenti dello scrittore. Intelligente, saggia, paziente. E ironica. Raccontò di aver anche conosciuto qualche «fiamma» di Arpino e di aver addirittura dovuto consolarle. «Povere illuse, sperano che lui si separi… io gli concedo una vacanza, presto torna da me»… Rina sapeva di essere insostituibile, e ben lo avevano capito anche le varie fidanzate, almeno le più intelligenti. E lui della moglie fu sempre innamoratissimo. Disse una voita, con tenerezza: «La porterei agli stadi, le domeniche, o al mare, sì, mi piacerebbe vederla nuotare e ridere e sentirmi chiamare dall’acqua, io a dire no, non mi sento, ti aspetto qui all’ombra, sì qui, ciao!» Importante la sua costante vicinanza al cinema. Divorzio all’italiana di Pietro Germi (1962) fu liberamente tratto dal suo romanzo drammatico Un Delitto d’onore. In Renzo e Luciana, episodio di Boccaccio ’70 (regista Mario Monicelli, 1962), è sceneggiatore insieme a Italo Calvino e Suso Cecchi D’ Amico. Di Profumo di Donna – da II Buio e il Miele – ho già detto. Nel 1977 Dino Risi ricava un altro film dal romanzo Anima persa, con Vittorio Gassman e Catherine Deneuve. Nel 1991, nel documentario Un livre unjour, interpreta sé stesso. Una curiosità? Torino gli ha dedicato una via: la strada è parallela a via Giuseppe Fenoglio e va a incrociarsi con via Mario Soldati.

Vi propongo infine alcune citazioni. Quando cominciarono a odiarsi, Arpino accusò Brera di «stalinismo critico». Ed ecco alcune sue battute: «Fanno più disastri gli scienziati di quanti ne abbiano combinati gli ignoranti.» «Se non avrai nemici significherà che hai sbagliato tutto». Sul calcio: «Si scrive Juventus, si pronuncia scudetto. Vincere sempre, e con classe è l’imperativo categorico della Signora. È un carattere di ferro, è la fidanzata d’Italia. Dentro lo stile, c’èl o stiletto». «La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un “esperanto” anche calcistico, il Toro è gergo». «… il pallone permette di dire il novanta per cento della verità. E il dieci restante? Carità umana. Solo carità». Ricordo ancora la moglie, in un’intervista: «Se è stato un grande scrittore? Per me è stato uno straordinario giornalista, e un buonissimo romanziere. Io ho insegnato per quarant’anni scienze naturali: forse a me manca la fantasia per capire fino in fondo i suoi romanzi. Comunque sapeva raccontare storie magnifiche». Giacinto Facchetti: «I libri sono quanto gli devo, l’eredità che mi ha lasciato. Non leggevo romanzi, prima di conoscere Arpino. Ho cominciato dai suoi e sono andato avanti con gli altri, italiani, stranieri…» Arpino morì a Torino il 10 dicembre 1987, a soli sessantanni, per un carcinoma. «Quando succederà mettete un annuncio a funerali avvenuti» aveva chiesto lo scrittore alla moglie, prima di morire. Ma la sua richiesta non fu esaudita. La dignità del suo congedo è riassumibile in questa frase su di sé, mormorata quando combatteva contro il male invincibile: «Mai una lacrima, potrebbe annacquare l’inchiostro».

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