C’erano una volta / Nicolò Carosio

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Rovinato da una frase razzista che non pronunciò mai

Il grande telecronista fu accusato d’aver definito «negraccio» un guardalinee etiope. Tutto inventato, ma la sua carriera finì lì

(di Cesare Lanza per LaVerità) Non è stato, per qualità tecniche, il più bravo radio (e tele) cronista italiano, nel calcio. Enrico Ameri, Nando Martellini, Sandro Ciotti, Claudio Ferretti, Alfredo Provenzali e forse anche Bruno Pizzul non avevano niente da invidiargli, sul piano puramente professionale. Però Nicolò Carosio, nella storia della comunicazione, resta un personaggio leggendario, un divo, un protagonista dal carisma inimitabile. Ed è giunta l’ora di rendergli giustizia, sulle sue presunte gaffe. È vero che gli piaceva bere – sul Guerin Sportivo del grande Alberto Rognoni lo avevano ribattezzato «Nick e soda» – ed è vero, come diceva spesso lui stesso, anche davanti al microfono – che gli piaceva concedersi un buon «wiskaccio». Ma lo diceva sempre con tono bonario e autoironico: non induceva certo nessuno, come addirittura arrivarono a contestargli, al vizio dell’alcol. «Una simpatica nota di colore», la definì il suo collega Roberto Bortoluzzi, il perfetto coordinatore della più popolare trasmissione radiofonica d’ogni tempo, Tutto il calcio minuto per minuto.

Assai più pesante, ingiusta e inventata l’accusa di razzismo, che gli costò amaramente la conclusione della sua splendida carriera. Era il 1970, campionato del mondo in Messico, partita Italia-Israele. Carosio fu accusato di aver definito «negraccio» un guardalinee etiope, Seyoun Tarekegn, che aveva sbandierato un inesistente fuorigioco, su un gol – regolare – di Gigi Riva. Al 29′ del secondo tempo, con le due squadre ancora in pareggio (finì 0-0). Ma non era vero niente: una «bufala», anche se all’epoca non si diceva così. Certo suggestiva, ma inventata. Come dimostrò Massimo De Luca (un altro eccellente collega di Nick, che bei tempi!), riproponendo la registrazione della telecronaca. «Negraccio»? Era verosimile, per il linguaggio di Carosio, ma del tutto falso. Con esattezza aveva detto questo: «L’arbitro aveva convalidato il punto e il guardalinee… no: niente convalida!… Ma siamo proprio sfortunati!». Solo questo. L’unica nota colorita di Carosio fu che definì il guardalinee un etiope («Ma che fa l’etiope?»). Enzo Tortora difese Carosio con passione sul Resto del Carlino, attaccando l’allora direttore generale Ettore Bernabei: «Dottor Bernabei, con tutto il rispetto che merita, vorrei dire che prendersela per la parola etiope, pronunciata da Carosio, sarebbe davvero un po’ forte. Anche Ghislanzoni, librettista di Verdi, dice nell’Aida (e non via satellite): “Già corre voce che l’etiope ardisca sfidarci ancora”». Si dice che fu La Stampa a pubblicare la bufala, accendendo il caso. Così scrivono De Luca e Pino Frisoli: «Pochi giorni dopo «La Stampa» del 20 giugno 1970, a pagina 20, in un breve articolo a firma P.B. (Paolo Bertoldi, inviato in Messico) parla di «disavventura» televisiva, perché Carosio avrebbe definito «negraccio» il guardalinee etiope che aveva annullato il gol di Riva». E Carosio fu sostituito con Martellini. Inutilmente autorevoli testimoni si prodigarono in difesa di Nicolò: oltre a Enzo Tortora, anche Antonio Ghirelli e Carmelo Bene.

Carosio fu uno dei miei idoli, nell’adolescenza. Ricordo ancora, con emozione, la sua radiocronaca di Italia-Inghilterra, da Firenze, il 18 maggio 1952. Avevo 10 anni, la partita era attesissima: fortissimi e prestigiosi gli inglesi, tra gli italiani il favoloso centrattacco Silvio Piola alla sua ultima partita in maglia azzurra. Aveva 38 anni, Piola. ed era stato nuovamente convocato, dopo cinque anni, nonsolo per un omaggio alla sua carriera, ma perché nel campionato appena concluso aveva segnato, nel Novara, la bellezza di 18 gol. «Vi parla Nicolò Carosio…». Per me, un’ora e mezza indimenticabile. Ero accucciato sul pavimento accanto alla radio, a fianco di mio padre. La straordinaria, romanzesca qualità di Carosio era di trasmettere emozioni forti e immediate, come se tu fossi allo stadio con lui. Esagerava, ingrandiva, coloriva: ma che importa? L’emozione era unica: gli ascoltatori come bambini di fronte al racconto di una favola. Non so quante volte, quel giorno, balzai in piedi, urlando per l’entusiasmo, 0 mi accasciai di nuovo a terra, in ansia 0 deluso. I miei sentimenti erano legati alle parole, alla voce e alle inflessioni del sommo radiocronista: mi pareva, non solo in quell’occasione, che a volte si divertisse, generosamente, a trasmettere gioia o, sadicamente, a infliggere paura. Certo aveva consapevolezza di essere il dominus dell’evento, come e più dei giocatori in campo. Per la mia iniziale disperazione segnarono per primi gli inglesi, dopo quattro minuti; l’Italia pareggiò nel secondo tempo, con Amadei. Grande partita degli azzurri e finì 1-1.

Ho conosciuto Nick quasi vent’anni dopo, quando fu estromesso dalla Rai e io ero stato assunto da Piero Ottone come capo dei servizi sportivi al Secolo XIX di Genova. Nicolò era affabile, educato, elegante: non si lamentava mai della carognata che aveva subito, senza colpa. Può, un autentico protagonista, curarsi di certe meschine miserie? Neanche una parola. Ma era evidente la sua intima malinconia.

Carosio era nato a Palermo il 15 marzo 1907. Il padre era ligure d’origine, la madre una pianista maltese, Josy Holland. E fu proprio la madre, che l’aveva condotto in Inghilterra, a portarlo all’amore per le radiocronache. Un sabato, trovandosi a Londra, a Nicolò capitò di ascoltare una radiocronaca calcistica. E lì nacque l’amore per quel mestiere. Tornando in Italia, cominciò a inventare radiocronache di partite immaginarie. Si laurea in Giurisprudenza a Venezia, ma nel 1932 coglie la grande occasione e così racconta il provino: «Mi dicono: mostri quello che sa fare. Mi sono inventato una partita tra Juventus e Bologna con molte reti e movimento, ho parlato per un quarto d’ora senza fermarmi. Non pensavoa niente, solo alla partita… Non ho scordato l’elogio del direttore generale Rodolfo Raoul Chiodelli: “Bene, bene, giovanotto, ne ha di voce, lei…! Da quel momento non mi fermai più». La sua prima partita alla radio è Italia-Germania a Bologna, Capodanno 1933. Poi la Coppa del Mondo 1934 di calcio, che l’Italia padrona di casa vinse; a seguire, le Olimpiadi di Berlino nel 1936 e la Coppa del Mondo del 1938 in Francia, nuovi successi italiani. Astute le sue innovazioni linguistiche, che italianizzano l’eccessivo anglicismo del calcio (non apprezzato dal regime fascista). Il «mani» dall’inglese «hands», e poi «rete» invece di «goal», «angolo» per «corner», «traversone» per «cross»… Nel 1949, in coincidenza con la cerimonia della cresima del figlio, rinuncia alla trasferta di Lisbona, al seguito del Grande Torino. E la rinuncia gli salva la vita. Nel viaggio di ritorno, come tutti sanno, l’aeroplano della squadra granata si schiantò contro la Basilica di Superga. Carosio raccontò: «Dovevo partire, rinunciai all’ultimo momento per le insistenze di mia moglie che mi voleva alla festa di mio figlio. Al mio posto salì sull’aereo Renato Tosatti, giornalista e scrittore pieno di humour, fu lui a morire al mio posto». Era snob e come tale incapace di curare i suoi interessi. Fu una celebrità prima all’Eiar e poi in Rai, ma restò sempre un dipendente della Shell, con problemi di natura economica. Con la Rai aveva un semplice rapporto di collaborazione, peraltro non idilliaco.  Quando dalla radio passò alle telecronache, qualcuno pensò che fosse per lui l’inizio della fine. La sua prima partita fu Italia-Egitto (6-1). Fu la voce dei successi in Coppa dei Campioni dell’Inter e del Milan, negli anni Sessanta. Commentò anche i Mondiali del 1966, in Inghilterra (la Corea eliminò l’Italia…). Dopo il fattaccio del 1970, Carosiò debuttò alla tv via cavo Teleadriatica di Pescara; poi collaborò con Radio Palermo Centrale, a seguire trascurabili apparizioni in tv siciliane. Morì il 27 settembre 1984 a Milano. Era sposato con Eugenia Zinelli e aveva due figli, Paolo e Giovanna.

Significative alcune testimonianze sulla sua personalità. Bruno Pizzul: «Carosio è una figura mitica anche per me. Nel 1970 ero in Messico come quarto telecronista e quando lui fu trasferito a Guadalajara, toccò a me andare a prenderlo all’aeroporto. Avevo una sorta di sudditanza psicologica nei suoi confronti e temevo la sua ira, perché gli avevano appena detto di non commentare più le partite dell’Italia dopo le presunte accuse a quel guardalinee etiope. Ma Carosio era il classico burbero benefico e si calmò in fretta. Mi diede molti consigli e ne ricordo uno in particolare: “In questa professione si sbaglia spesso, fatti vedere sempre con un bicchiere di whisky, così almeno hai un alibi”». Sandro Mazzola: «Ero molto legato a Carosio, lui aveva commentato le partite di mio papà Valentino con il grande Torino. Mi chiamava “Mazzolino” in tutte le telecronache dell’Inter, considerandomi con affetto il figlio di un campione che lui stimava moltissimo…». Roberto Bortoluzzi racconta la genesi di Tutto il calcio minuto per minuto. «Prima c’era solo Nicolò Carosio, che faceva la radiocronaca del secondo tempo della partita più importante. Alla fine gli portavano un foglio con i risultati degli altri campi e lui li leggeva. Di chi è stata l’idea di Tutto il calcio minuto per minuto? Difficile ricostruirne la paternità. Ne parlai con Carosio, con Sergio Zavoli, con Guglielmo Moretti. Agli inizi Carosio fece quel che fa oggi Enrico Ameri: la radiocronaca della partita più importante. Carosio è stato il maestro di tutti».  Gaetano Afeltra: «Le sue cronache sportive alla radio somigliavano più all’interpretazione di un grande attore per una prima teatrale, che al racconto di una partita di calcio». Gigi Riva: «Carosio mi fa venire sempre in mente il mio esordio in Nazionale, a Budapest nel 1965. Entrai al posto di Pascutti, che si infortunò dopo pochi minuti, e siccome avevo il numero 16, nella lista ufficiale attribuito a Gigi Simoni, per tutto il primo tempo lui mi chiamò Simoni. Poi gli venne il dubbio e nella ripresa diceva soltanto: “L’ala sinistra italiana”». Carlo Paris: «Nicolò Carosio rappresenta la storia del giornalismo televisivo più di tutti, perché è stato l’antesignano sia in tivù che in radio». Gianni Brera storceva il naso: «La gente si ferma in strada ad ascoltare gli altoparlanti che diffondono le cronache della partita. La voce è quella di Nicolò Carosio, che ha la giusta vibrazione epica. Le parole sono poche e schiette, così che le captano tutti. Quel che avviene sul campo non è precisamente quel che racconta Carosio, ma importante è sentire la partita, non vederla. Forse non la vede neppure Carosio, e ne avremo flagranti prove…». Più irriverente Aldo Biscardi: «Finale mondiale Brasile-Svezia del 1958. A 5′ dalla fine Carosio se l’è fatta sotto… si cagò sotto… Chiuse bruscamente la diretta a 5′ minuti dalla fine. Un attacco di diarrea».

Va bene ogni possibile retroscena. Ma fu una stagione di straordinari professionisti. L’eclettico e romantico Beppe Viola: calcio, pugilato, ippica, motori. Adriano De Zan, nel ciclismo. Paolo Rosi nel pugilato. Aldo Giordani, monumento del basket… E Carosio il più grande, tra i grandi. Se ne andò dimenticato da tutti. Solo nel 2007, per celebrare il centenario della sua nascita, le poste italiane gli dedicarono un francobollo commemorativo.

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