Il surf diventa lo sport dello Stato della California

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La California è da oggi ufficialmente patria del surf. Il governatore Jerry Brown ha infatti firmato la legge che proclama sport “nazionale” dello Stato quel modo e quella filosofia di cavalcare le onde, a volte giocoso, a volte sprezzante del pericolo, che l’opinione pubblica mondiale ormai associa indelebilmente a quell’angolo di West Coast. Un modo di vivere reso celebre da film come “Un mercoledì da leoni” e “Point Break”, ma prima ancora, dai ritornelli dei Beach Boys: il loro celeberrimo Let’s go surfing now, everybody’s learning how, (“Andiamo a fare surf. ora, tutti stanno imparando a farlo”) che dà il via a Surfin’ Safari del 1962 sembra ora più che mai un monito per i (pochi) non adepti del Golden State. Un invito valido anche per quegli ospiti che, vistitando i 1.770 chilometri di costa compresi tra San Diego e il confine con l’Oregon, si imbattono quasi ovunque nello stesso scenario: appassionati di ogni età, sesso, etnia e livello tecnico che scivolano sulle creste o che aspettano il momento ideale per farlo, in spiaggia o a bordo di pullmini e truck stipati di attrezzatura a tema; tavole conficcate nella sabbia o appoggiate in posizione di riposo; capanne attrezzate a rivenditore-centro assistenza a tema.

Non è un caso che il promotore della legge, Al Muratsuchi, deputato del parlamento locale, sia anche un praticante: “Nessuno sport può rappresentare meglio il sogno californiano – ha detto dopo la firma della legge – inteso come la continua ricerca di opportunità di vivere in armonia con la natura”. Muratsuchi usa la tavola sin dai tempi del liceo: nel parlamento dello stato rappresenta Torrance, località prossima a quella Haggety che oggi una delle mete predilette degli appassionati, e ieri era tra le citazioni di “Surfing USA” della storica rock band degli anni Sessanta.

Il surf, si sa, non è orginario della California, ma veniva praticato dalle popolazioni polinesiane. In California è arrivato dalle Hawaii, dove è diventato sport “nazionale” già dal 1998. “La legge californiana riconosce questa paternità – spiega il deputato -, ma è allo stesso tempo vero che qui la tecnica sportiva si è perfezionata, sviluppando le tecniche come lo shooting the curl (il passaggio sotto l’onda che si infrange n.d.r.) e l’hanging 10 (la capacità di mettersi con i piedi sulla punta della tavola, mentre la coda poggia sull’onda, le dita rivolte in avanti n.d.r.). Oggi, poi il Golden State è la mecca dell’industria del settore, che generare vendite per 6 miliardi di dollari (5,2 miliardi di euro) annui.

Dello stesso avviso è Michael Scott Moore, autore del celebrato libro Sweetness and Blood, del 2010, un’opera che sta alla tavola come i “Cinquecento anni” di Gianni Clerici stanno alla storia del tennis. Secondo lo scrittore, data per scontata la paternità hawaiana della tavola, il ruolo della California nella sua evoluzione fino al suo status odierno è fondamentale. “Il surf contemporaneo è nato tra Huntington Beach, Malibu, la South Bay, Manhattan (la Manhattan Beach californiana, nulla a che vedere con NY, n.d.r.) e Redondo” – spiega Moore, inutile dirlo, un amante delle onde, come forse è superfluo aggiungere che l’elenco dei lidi che enumera riprende esattamente Surfin’ USA.

“È in Californa che si sono sviluppate le tecnologie di costruzione delle tavole. Nelle aziende locali operano e hanno operato molti tecnici aerospaziali – con passato da surfer. Loro  hanno sviluppato quelle forme innovative per gli attrezzi che ha innescato la trasformazione, da attività pop a vero e proprio sport – continua Moore -. Sostanzialmente, i costruttori californiani hanno reso più leggere, sicure e facili da manovrare mantenendosi in equilibrio quelle tavole che gli hawaiani avevano utilizzato per secoli”.

L’accostamento California-surf ha cominciato a diffondersi tra gli americani (e non solo) nei primi anni Sessanta del secolo scorso. Merito della saga cinematografica “Beach Party”, antesignana del filone giovanilista, dove il Golden State veniva presentato come un’infinita spiaggia abitata da teenager perennemente a cavallo delle onde. La colonna sonora – Beach Boys ma anche Dick Dale, Jan and Dean e altri – ha fatto il resto, insieme agli immancabili pullmini del noto costruttore tedesco il cui Beetle imperversava anche negli States. Il tutto è diventato parte della mitologia locale, tanto che Huntington Beach si definisce “Surf City”, con annessi museo a tema e inevitabile “Hall of Fame”.

A Redondo, invece, c’è la statua di George Freeth, che è considerato il primo surfer della California, lui che, nel 1907, cominciò a stupire gli avventori del litorale con le sue peripezie a bordo della tavola. George naturalmente aveva imparato nelle isole Hawaii, di cui era originario, ma non importa: difficilmente tra i fan della tavola – la cui cultura si è intarsiata sin dagli albori con quella dei figli dei fiori – si scateneranno guerre di campanile. “Dovunque ci siano onde favorevoli, a noi va bene” – dice Moore: e scorrono davanti agli occhi le immagini di Keanu Reeves che in Point Break stana Patrick Swayze proprio scovando la sua stessa onda, dalla California all’Australia, ma anche quelle dei pullmini di austriaci, svizzeri e olandesi appostati davanti alle spiagge nostrane che hanno fama di poter togliere qualche (piccola) soddisfazione agli adepti. Associated Press ha provato ad ascoltare la controparte polinesiana, telefonando alla scuola hawaiana del leggendario specialista di onde estreme Titus Kinimaka. Dall’altra parte della cornetta, una signora ha riconosciuto che il tema avrebbe meritato di essere dibattuto. “Peccato, però” – ha aggiunto – “che qui siano tutti in acqua”…

Arturo Cocchi, Repubblica.it
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