La superiorità degli americani sceneggiatori delle commedie

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Un’immagine del film Harry ti presento Sally

(di Cesare Lanza per LaVerità) Scommettiamo che gli sceneggiatori americani, per estro e perfezionismo, sono superiori a quelli italiani? Lo so, è una discussione un po’ futile e inutile: da bar, quando non si parla di calcio; o da viaggio in treno, o da sdraio, sotto l’ombrellone. Il pretesto è arrivato dall’ennesima proiezione, in tv, di Harry, ti presento Sally. Un film (americano, 1989), con una qualità straordinaria, come pochi altri (Via col vento, Guerra e pace, Pretty woman, le favole tradizionali tipo Cenerentola e Biancaneve…): più lo proponi in tv e più puoi essere sicuro che ci saranno grandi ascolti, come la prima volta. La discussione si è incentrata sulla memorabile scena in cui, a tavola in un ristorante affollato, Meg Ryan sì esibisce in un orgasmo simulato, per dimostrare all’incredulo amico, Billy Crystal, che fingere si può. Sostenevo, per la verità senza entrare nel merito della qualità, che uno sceneggiatore delle recenti commedie all’italiana (quelli di una volta, da Mario Monicelli a Dino Risi a Luigi Comencini, e via andare, erano di ben altra classe) non sarebbe stato capace di inventare nulla di paragonabile. Avrebbe risolto lo sketch con una battutaccia 0 una facile oscenità strapparisate. E si è discusso a lungo, con citazioni più 0 meno colte e appropriate. E sapete come sono riuscito a «vincere» il futile dibattito? Ricordando la «chiusura», come si dice in gergo, di quella scherzosa finzione. Con il cameriere che si avvicina al tavolo vicino per le ordinazioni e una signora anziana gli sussurra: «Vorrei la stessa cosa che ha preso quella ragazza…». È nei particolari che si vede l’esistenza di Dio. E, più semplicemente, la superiorità di uno sceneggiatore.

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