C’erano una volta / Gabriella Ferri

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L’interprete più emozionante della disperazione umana

Ancora oggi mi commuovo alle sue canzoni. È la sua personalità a renderla unica Si è arresa all’inesorabile depressione, conclusione simbolica della sua esistenza

Gabriella Ferri

(di Cesare Lanza per LaVerità) Preferisco farvela subito, questa confidenza, che – temo – vi farà sorridere. Ogni volta che sento Gabriella Ferri cantare una sua canzone, mi commuovo e piango. Mi sono chiesto tante volte perché e credo di averlo capito, ma non è semplice spiegarlo. La sua voce non è di qualità tecnicamente superiore e nobile. È la personalità di Gabriella a renderla particolare, meravigliosa, unica. Mi trasmette l’emozione più forte che si possa avvertire: l’infelicità, la disperazione della vita. La chiamo per nome come si fa con chi ti è caro: Gabriella canta la consapevolezza del non senso della vita, che in me è sempre una sensazione fortissima; l’impossibilità di ribellarvisi, anche quando si è ubriachi di gioia e di voglia non solo di vivere, ma di esistere (l’illusione che ci esalta e ci sostiene e poi svanisce e ci fa soffrire). E anche nelle sue numerose interpretazioni ricche di apparente allegria, mi arriva al cuore un sentimento di malinconia, di impotenza di fronte al mistero della vita. Sorridete o ridete di me, se volete: Gabriella mi commuove e mi fa piangere perché è l’interprete più pura, sensibile e delicata anche nell’aggressività, della gioia e della tristezza della vita. Nella «sua» vita, dopo successi trionfali, ha ceduto e si è arresa alla non resistibile depressione. Non è importante che abbia voluto, o no, togliersi deliberatamente la vita – la famiglia ha sempre smentito con fermezza – o che sia stata vittima di un infortunio, conseguente alla mancanza di lucidità e alla inesorabilità della depressione. Non poteva esserci una conclusione diversa, e divenuta simbolica, per la sua testimonianza, costante, dell’alternanza tra la gioia e il dolore, alla fine prevalente.

L’OMAGGIO DELLA MERINI

Lascio dunque la parola ad Alda Merini, la «mia» grande poetessa, di cui sono stato innamorato, senza mai aver avuto un reale legame sentimentale con lei. Ero (sono) innamorato virtualmente, e tempo fa qui l’ho raccontato senza pudore, per la forza cruda e vera dei suoi versi, per me molto simili, nella profondità dell’anima, all’identità della «mia» cantante. In morte di Gabriella, Alda ha scritto: «Sei libera finalmente da quei dolori del sogno che danno trafitture e croci da tanti sordidi amori non ricambiati o forse rifiutati per sempre perché noi con queste chiome sparse per terra non facciamo che lavare i piedi di coloro che non ci accolgono. La donna artista deve volare alto ma non volevo che tu avessi una brutta compagna come la morte.» Provo ora a raccontare Gabriella attraverso i ricordi e le voci di chi l’ha scoperta, stimata e amata. Mike Bongiorno scoprì e presentò Luisa (figlia del regista Giuseppe De Santis, celebre per Riso amaro) e la sua amica Gabriella, la prima come «la ragazza dei quartieri alti» e Gabriella come «quella dei quartieri bassi». Patty Pravo diceva che «Gabriella Ferri gliè dava», nel senso che si divertiva. Perfino in Dove sta Zazà, hanno scritto con intelligenza: la popolare canzone napoletana per bande scritta da Raffaele Cutolo, cui Gabriella aveva dato un’anima malinconica e drammatica al punto che l’autore le scrisse: «Dopo tanti anni ho trovato l’interprete giusta». Ammalata di depressione dal giorno della morte del padre, il figlio Sieva ha raccontato: «Si svegliava con il panico, aveva paura e prendeva pillole che la facevano sentire un po’ meglio». La sintesi di Federico Fellini: «Una voce, una faccia, un clown». Ed ecco il ritratto, per me perfetto, struggente e minuzioso, di una sua amica, l’attrice e cantante Antonella Morea: «Come diceva un titolo sul Messaggero: adesso il cuore di Roma è più povero… Lei era un pagliaccio straordinario, un pagliaccio di razza. Veramente l’amica ideale, ti dava tutto. Dove cantava, ecco, lì era il centro del mondo. La disperazione degli autori. Un po’ un pazzariello, uno sguardo dolce e disperato che non si può sfuggire. Era la maschera con cui lei nascondeva tutto, tutto quel macello. Molto sensibile, molto ansiosa, molto severa con sé stessa, impegnativa. Ogni sua frase era un urlo lanciato al mondo. Donna bellissima che non aveva paura di imbruttirsi, eccentrica, feroce, antico riformista, libera, rivoluzionaria, troppo in tutto. Una grande madre, grande moglie, grande amante». Roberta Hidalgo, fotografa: «Ma perché non si pensa a un monumento? Esiste il ponte che collega Testaccio e Trastevere, perché non mettere una statua di Gabriella Ferri e un’altra di Claudio Villa, che magari si guardano o ognuno guarda il proprio quartiere?». Infine il gallerista Ferruccio Nocente: «Gabriella, forse anche per questa morte, è diventata un mito. Oggi chi parla di Nilla Pizzi o di Claudio Villa? È ancora viva ed è ancora amata. Come la Magnani, erano donne diverse». Lei, Gabriella, diceva di sé: «Il mio non è un lavoro musicalmente colto. Il criterio con cui scelgo i pezzi è lo stesso che mi ha sempre guidato: l’istinto. Il contatto con la gente scatta quando mi do completamente, se non lo facessi sarei la peggior cantante del mondo!».

SEMPRE SINCERA

Sulla depressione, la compagna insidiosa di sempre: «Ero stanca di sentirmi un oggetto, che si avesse interesse solo per il mio personaggio, sentivo la necessità di essere un po’ persona…». Sempre sincera, su di sé: «Mi piace vestirmi da pagliaccio, da Ridolini, con la bombetta calata sugli occhi, la biacca al viso: non è tanto per umiliare il mio corpo, ma per una ribellione a tutte quelle che vogliono apparire snelle e sexy». Il rapporto con Roma era passionale, complesso e contraddittorio. C’era odio: «Con Roma io sono arrabbiatissima. Questa Roma che ha un fardello così pesante di storia e di cultura, con questi romani pigri, che tirano a campa’, che fanno la siesta per digerire le strippate di spaghetti, con tutte quelle macchine da scavalcare quando cammini, è stata snaturata, è diventata sciattona, sporca.» E c’era un amore intenso: «Il mio rapporto con Roma è viscerale, essenziale, inviolabile, perché è la mia città nativa. Se mi guardo allo specchio non vedo me, vedo Roma, i suoi colori, i tetti, questo incastro di vicoli, di piazze, un bellissimo mosaico. Per me Roma è un meraviglioso merletto, fatto a mano, dagli angeli».

ROMANITÀ NEL SANGUE

Il legame più profondo: «Sono molto legata a Testaccio, il monte dei Cocci. Io sono nata proprio qui, a Testaccio, il quartiere romano per eccellenza, di fine 1800, inizio 1900, un po’ felliniano… povero Fellini, che ogni tanto citiamo per esprimere le nostre immagini. Con tutto il rispetto e l’ammirazione, perché è stato un padre per me, un grande amico. Testaccio è un po’ felliniano perché è semivuoto, c’è un silenzio particolare, la gente ama starsene nei cortili o sui ballatoi… Un sapore che solo un testaccino tosto, gajardo e duro riusciva ad assaporare». L’esaltazione per la cucina: «La cucina romana, quella della mia povera mamma, era una cucina pesante, perché era il dopoguerra, c’era povertà e quindi si mangiavano le interiora, la testina d’abbacchio e queste cose che io rifiutavo. Io sono cresciuta con zuppe, con minestre, quelle minestre che poi il grande Aldo Fabrizi ha raccolto in un libro che mi ha dedicato. Mi piacevano molto pasta e lenticchie, pasta e fagioli, pasta e patate, pasta e ceri… Invece la pajata, la coratella, la coda alla vaccinara sono cose da muratori, da dar da mangiare a quei omoni grandi e grossi, macho romani, quelli che fanno sfoggio della loro virilità». E c’era sempre la romanità nel sangue: «Adesso non posso allontanarmi tanto da Roma, se vado via sto male, malissimo . Quando torno a casa non ti dico la gioia. Ho vissuto in Venezuela, in Africa, in Messico, in Francia, in Inghilterra… però non posso allontanarmi da Roma, mi manca troppo. Roma è la mia pelle». A Roma era nata il 18 settembre 1942. Morì a Corchiano, in provincia di Viterbo, il 3 aprile 2004. Non credo che sia necessario ricordarne la carriera. È stata la più grande cantante di canzoni romane e tuttavia è paradossale, anzi ingiusto legarla a una dimensione locale e dialettale. Conosce un giovane diplomatico, Giancarlo Riccio, e lo sposa nel 1967. Si trasferisce con lui a Kinshasa, ma soffre la forzata inattività e convince presto il marito a tornare a Roma. Il matrimonio non dura però a lungo: dopo separazioni e riconciliazioni, si conclude nel 1970. Due anni dopo, in Venezuela, conosce l’imprenditore americano di origine russa Sieva Borzak, che sposa solo tre mesi dopo: da lui l’unico figlio, Sieva junior. «Madre attenta e aperta. Nel mondo dello spettacolo pochi amici veri: Pier Francesco Pingitore, Pippo Franco, Leo Gullotta, Pino Strabioli, Renato Zero, Mara Venier, Patty Pravo». Adorava il suo pubblico, amava il popolo, la gente comune, senza pregiudizi. Era geniale e quindi, spesso, sola e incompresa. Nella solitudine del talento. I primi successi: Barcarolo romano e La società dei magnaccioni… (Fatece largo che passamo noi, sti giovanotti de’ sta Roma bella: semo ragazzi fatti cor pennello, e le ragazze famo innamora’…). Un milione e 700.000 copie nel 1964. Poi – dal folk siciliano – Ciuri ciuri e Vitti ‘na crozza. Poi Ti regalo gli occhi miei, incisa in spagnolo, con strepitosi primati di vendite in  Argentina, Venezuela e Cile («Ti regalo gli occhi miei, i capelli, la mia bocca, le mie mani, il mio respiro, la mia vita ti regalo, così spero scoprirai che cos’è, cos’è l’amore perché tu hai solamente… poco poco 0 forse niente»).

GLORIA E TONFO A SANREMO

È famosa nel mondo. A Roma, Bagaglino, Folkstudio, Piper club. Ma anche un tonfo, nel 1969 al Festival di Sanremo, nella sua unica partecipazione: in coppia con Stevie Wonder, propone un’ottima canzone, Se tu ragazzo mio, ma è eliminata al primo turno. Vorrei ancora citare al volo Ciccio Formaggio, Sor fregnone, Sinnò me moro, scritta da Pietro Germi! E la suprema Dove sta Zazà? (Era la festa di San Gennaro, quanta folla per la via… Con Zazà, compagna mia, me ne andai a passeggia…). Gloria e trionfi negli anni Settanta, anche in tv, insieme con Pippo Franco ed Enrico Montesano. Nel 1980 l’illuminazione le arriva dalle canzoni scritte per lei da Paolo Conte: Non ridere, l’autoironica Vamp e Sola contro un record. Poi si trasferisce per qualche tempo negli Stati Uniti. Mi consentite di sorvolare sulla sua decadenza? Alla fine del secolo scorso le ultime uscite. Nel 2002 qualche apparizione nelle domeniche di Maurizio Costanzo, a Canale 5. Muore nel 2004 in seguito alla misteriosa caduta da una finestra della sua casa di Corchiano. Gabriella aveva già tentato di togliersi la vita nel 1975, dopo la morte del padre Vittorio. Nel fatale 2004, forse il suicidio, forse un malore causato dai medicinali antidepressivi. Nessun biglietto di addio. Il giorno dei suoi funerali, a piazza Santa Maria Liberatrice, c’ero anch’io. E, nascondendomi, piangevo. Mi veniva in mente la bellissima Remedios, che in seguito fu la colonna sonora di Saturno contro di Ferzan Ozpetek. Nelle case vicine molte finestre erano aperte, arrivava la musica dai dischi di Gabriella. Se siete arrivati fin qui, ascoltateli, vi prego.

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