C’erano una volta / Carlo Dapporto

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L’esempio di comicità ligure lontano dalla ferocia di Grillo

Impeccabile nel vestire, raffinato maestro del calembour. Scoperto dalla Osiris, passò dal teatro alla tv con la stessa cifra leggera: strappava il sorriso anche senza la battuta

(di Cesare Lanza per LaVerità) Carlo Dapporto mi ricorda una stagione felice, spensierata della mia vita. Avevo neanche 20 armi, me n’ero andato dalla mia famiglia, da Genova, dopo un pesante litigio con mio padre, e vivevo a Cosenza, in casa di uno zio. Il preside del liceo mi aveva concesso l’incredibile privilegio di entrare e uscire dall’aula come volessi. Perché? Mi ero fatto apprezzare come giornalista, mi occupavo di due pagine che Il Tempo di Roma dedicava alle Calabrie. Erano i primi anni Sessanta. E la sera, quando ce n’era l’occasione, andavo a intervistare i personaggi dello spettacolo che passavano da Cosenza, in tournée. Bussavo alla porta dei loro camerini, ero un «abusivo» del mestiere, come si diceva all’epoca: un cronista da marciapiede, un volenteroso principiante. Di giorno, tra una lezione e l’altra al liceo, seguivo omicidi e suicidi, processi, a volle chiudevo le palpebre agli occhi dei morti ammazzati. E avevo conquistato una piccola popolarità in città, con l’amicizia e il rispetto nella rivalità – dei giornalisti veri, i bravi professionisti che lavoravano per il quotidiano concorrente, la Gazzetta del Sud. Tempi meravigliosi, privi di sofferenza A teatro mi introducevano ossequiosamente come «l’inviato del Tempo», i divi di musica e comicità mi accoglievano con riguardo. Oltre a Dapporto – il più affabile – ricordo le interviste con Delia Scala, Peppino di Capri, Romano Mussolini.

Di Dapporto ricordo la gentilezza e l’ironia con la quale, sorridendo, diceva come nel suo show, «col pardon», fingendo di scusarsi. Di lui, come degli altri, non sapevo nulla: non avevo imparato a prepararmi, oggi è tutto più semplice! 6o anni fa non c’erano Internet e Google, nella redazione cosentina non c’era neanche un archivio… Qualche lustro più tardi ho scoperto molto di lui. Lo incontrai ancora (ero diventato inviato e perfino direttore, nei giornali), nella «sua» Sanremo, la città che adorava. Gli dissi che ero il ragazzi che 20 anni prima lo aveva intervistato, nella lontanissima Cosenza. Sorridente, finse di ricordare. Era tan o gentile che non ebbi il coraggio di chiedergli qualcosa della sua vita privata, segreta. Era legato alla moglie, e felice con due figli, ma aveva sempre tenuto nascosto un amore con un’altra donna, da cui ebbe anche una figlia. Di questa donna, Giancarla, ho letto di recente il ricordo del famoso papà: «Aveva un attaccamento totale al suo lavoro, con un carattere molto emotivo. E molto generoso nei sentimenti, semplice e schietto. Mai supponente, né superbo. Aveva qualche accenno di collera, che durava il tempo di una battuta. E perché è rimasta nascosta la storia con mia madre? Parliamo di un’Italia che non accettava rapporti che non fossero matrimoniali è tutto ciò che era al di fuori della legge cattolica. Carlo Darpporto invece era molto moderno». E ancora: «Una sera guardavamo insieme il circo in tv. Un domatore con la frusta incitava la tigre finché, ammansita, la faeeva aecucciare. A quel punto il domatore con le mani aprì le sue fauci e vi infilò dentro la testa. Papà aprì la bocca sbigottito e commentò: “Guarda cosa deve fare uno per mangiare! … E non parlo della tigre!”». E ancora, con malinconia: «Perché non permettere a me e Massimo (figlio legittimo, oggi anch’egli un attore importante, ndr) di conoscerci come fratello e sorella? Perché tener nascosto questo legame di sangue?».

Massimo Dapporto, suo figlio, racconta: «Mio padre è sempre rimasto molto legato a Sanremo, dove aveva la mamma, gli amici e la famiglia sanremasca: fino agli anni Settanta ci siamo tornati ogni estate. Sentiva poi Milano come la sua patria professionale, quella che lo aveva portato al successo. Ma negli anni Cinquanta ci portò tutti a Roma: gli era stato fatto un contratto quinquennale dalla Ponti-De Laurentiis, e il cinema si faceva a Cinecittà. Non erano ancora gli anni della commedia all’italiana e andavano di moda i film ad episodi in bianco e nero, in cui famosi attori di rivista interpretavano sullo scnermo i loro sketch; oppure i film a colori ispirati alle riviste di maggior successo, come accadde per Giove in doppiopetto, uno dei più grandi successi di mio padre. Mio padre lo ricordo innanzitutto come uno che portava il buonumore dappertutto, anche fuori dalla scena, con chiunque. Per lui avere una persona davanti significava già avere un pubblico. Aveva quello spirito ligure sempre pieno d’ironia, che trovo ad esempio in Beppe Grillo, anche se lo aveva in modo soffice, più elegante… Al di fuori del lavoro era quasi sempre con personesemplici. Passava ore a giocare a scopetta col tappezziere sotto casa. Oppure al tavolino del bar, con gli amici…». Ma com’era la sua identità artistica? Gino Bramieri lo definì «il re delle barzellette». Battute e storielle lievi, mai volgari. Un esempio? La disse in tv, ospite proprio di Bramieri, a proposito della presunta avarizia dei genovesi: «Un genovese va dal medico, è afflitto dal dolore. Il dottore gli chiede: mi dica esattamente dove sente male. E il genovese: se mi fa lo sconto, glielo dico!».

Morando Morandini scrisse sulla Notte che era irresistibile, comicissimo, ma di una comicità di prima mano ricca di calembour, di allusioni, di una mimica esatta come un orologio svizzero: «Diventa sempre più bravo, più duttile, più fine. Questo suo essere in bilico tra il tono sardonico e pochadistico della rivista e il ricorso a temi deamicisiani, costituisce sempre una sorpresa». Marisa Del Frate rievoca: «Venivo da una commedia musicale con Macario, fui chiamata dall’amministratore di Dapporto, per la commedia Il Cenrentolo. E lì ho conosciuto questo grande artista, elegante, tutto profumato, che avevo applaudito molte volte, ma mai incontrato. Un capocomico severo, ma gioviale dietro le quinte, con una capacità di improvvisazione che ho visto solo in Totò o Macario. Ha lo spettacolo nel sangue».

Di sé Dapporto diceva: «Sono nato a Sanremo, una città cosmopolita: qui sono approdate le più grandi orchestre del mondo, al Casinò. La mia Sanremo è a pochi chilometri dalla Francia, eppure è profondamente italiana. Ho dovuto lasciare la mia terra, per fare fortuna a Milano, e poi nel resto d’Italia, ma il mio cuore è sempre rimasto lì, e quando posso, prendo il primo treno e vado nella mia bella patria…» Ed ecco altri due esempi del suo umorismo sommesso, sottile: «La mia era una famiglia malestante»; «Rimango talmente impressionato dalla lettura di un libro giallo, che quando io poso cancello le mie impronte digitali». Raccontava così la sua carriera: «Nel 3940 divenni l’impresario di me stesso. Allestii uno spettacolo di rivista e ottenni consensi che mi procurarono la preziosa considerazione dei più importanti impresari italiani. Approdai al Supercinema di Milano. Successone! E una sera ci fu quella benedetta occasione che tanto avevo sognato, desiderato, sospirato, per il mio radioso avvenire: in platea c’era Wanda Osiris! Ero emozionatissimo, volevo piacerle. Il giorno dopo venne in camerino un agente teatrale. Era mandato dalla Osiris, che aveva lasciato il grande Macario e cercava un giovane comico per il suo nuovo spettacolo. Ero euforico. Essere stato scelto tra tanti! Come non accettare? Mi sembrò subito chiaro che quella era la svolta per la mia carriera d’attore. E poi venne Milano, la grande Milano del Teatro Lirico, varai il personaggio del Maliardo, che mi ha portato tanta fortuna. Andammo a Roma, che era la città del cinema. Il mio successo personale era ormai confermato, la signora Wanda mi concesse il nome in ditta: Grande compagnia di rivista Osiris-Dapporto. Grazie alla Wandissima mi trovai: in lizza con i maggiori comici italiani, e mi si aprirono anche le porte del cinema». Sul palcoscenico della rivista Sognate con me, del 1945, Dapporto conobbe una fascinosa ballerina, Augusta, e ne rimase folgorato: «Divenne mia moglie e mi diede la grande gioia di essere padre di due ottimi e adorabili figli: Massimo, che nacque nel 1945, e Dario, nato otto anni più tardi. La mia Augusta, con la sua sensibilità, divenne la mia consigliera, che metteva il suo bene, il suo amore al servizio anche del mio lavoro». Altre battute di quelle stagioni: «Un piccolo armatore genovese chiama il suo uomo di fiducia: “Vedi che tempo fa”. L’ometto va alla finestra e ritorna: “Mi sa che oggi ci avremo un po’ di pioggia’. E l’armatore: “”Come sarebbe a dire “Ci avremo?!” Non siamo mica soci!”». Non era una battutona, vera? Ma l’effetto comico arrivava dal suo stile inconfondibile nel racconto: la voce, la mimica, le pause.

Era nato a Sanremo il 26 giugno 1911, da Giuseppe, calzolaio, e Olimpia Cavallito, una casalinga di Asti, che gli trasmise l’accento piemontese. A 15 anni iniziò a lavorare: fabbro, cameriere, fattorino, prima di entrare nello spettacolo. Dopo una fortunata gavetta, il primo successo gli arriva a 24 anni, in coppia con Carlo Campanini, grazie a una divertente imitazione di Stanilo e Ollio. In teatro, nella sua compagnia, ebbe nel dopoguerra ininterrotti successi: con Lauretta Masiero, Marisa Del Frate, Wanda Osiris, Delia Scala.Nel cinema, 38 film: scelto anche da registi importanti, Pietro Germi e Mauro Bolognini, Eduardo de Filippo ed Ettore Scola. In televisione infine fu protagonista di vari Carosello e di popolari programmi, come Il Rotocarlo, con Miranda Martino. Ballava, cantava, raccontava barzellette: capelli imbrillantinati, sguardo ironico e seducente, cadenza francese, 0 piemontese; abbigliamento impeccabile in completo scuro, con cilindro, papillon, guanti, bastone e monocolo all’occorrenza. Si spense per infarto in una clinica romana il 1° ottobre 1589. Al suo capezzale la moglie Augusta, la figlia Giancarla nata dalla relazione extraconiugale, e il figlio Massimo. Giancarla ha raccontato che fino all’ultimo raccontò barzellette ma parlò anche dell’importanza dell’amore. Nella sua lunga vita Dapporto aveva avuto molti riconoscimenti, dal Quirinale gli arrivò anche il titolo di commendatore. Sanremo gli ha dedicato il piazzale antistante il Teatro del Mare. E nel giugno 2011, nel centenario della nascita, le Poste hanno ricordato Dapporto con un francobollo commemorativo, stampato in 2 milioni di esemplari.

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