C’erano una volta / Mario Soldati

Share

Lo scrittore-regista-enologo che viveva come nei suoi libri

Si narra che Agnelli, per ridimensionarne  l’orgoglio, gli fece assaggiare due vini e chiese il suo parere da esperto. Ai suoi distinguo lo gelò così: «Vengono dalla stessa bottiglia»

Mario Soldati

(di Cesare Lanza per LaVerità) So che non è giusto partire con un episodio lievemente sbeffeggiante su Mario Soldati, scrittore e regista di eccellente qualità e anche popolare protagonista in televisione. E non si sa neanche se sia stato un episodio o, semplicemente, uno sfottimento per il vulcanico artista, che aveva (giustamente) un certo orgoglio di sé. Ma è molto divertente quell’aneddoto, vero o inventato che sia, e perciò cedo alla tentazione. Dunque, si dice che Gianni Agnelli invitò Mario Soldati a pranzo, elogiandone la competenza di enologo, e gli chiese un parere su due vini che gli erano stati regalati. Ecco il primo bicchiere, Soldati sorseggia e si sofferma in una analisi accurata. Poi un secondo bicchiere: altra analisi approfondita, con alcune virtù al confronto con il primo, ma anche qualche difetto. Alla fine l’Avvocato, perverso, si lascia andare ai complimenti e – quando Soldati è compiaciuto – conclude con il celebre sorrisino: «Peccato però, caro Soldati, che la bottiglia sia la stessa e uguale il vino nei due bicchieri». Ammesso che la beffa sia avvenuta, non si sa come abbia reagito il regista, noto perché non aveva un carattere facile. Quanto ai vini, Soldati diceva: «Il vino non può essere studiato come oggetto di consumo, ma come un’opera d’arte… Non mi sono mai presentato come un esperto, non ho mai preteso di scrivere se ncn le mie impressioni personali, private, fuggitive, e affrontando il rischio, qualche volta, di sbagliare». In Vino al vino, Soldati scrive: «Ho preferito, a tutti gli altri famosi, buonissimi e moltissimi vini del Piemonte, gli ignoti o quasi ignoti, gli artigianali o quasi artigianali… Il vino  è come la poesia, che si gusta meglio, e che si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita». E si deve bere in compagnia. «Perché il miglior pasto del mondo è cattivo se sono solo? Perché il peggior pasto del mondo è quasi buono se sono in compagnia?… Che cos’è un vino senza gli amici? Un vino senza gli amici è poco più di niente».

Arrossisco accorgendomi di aver dato tanto spazio al Soldati enologo! Penso infatti che sia siato un grandissimo scrittore. Cito con assoluta devozione l’esordio a teatro con la commedia drammatica Pilato nel 1924. Nel 1929 pubblica il suo primo libro, Salmace, una raccolta di sei racconti: il primo è la storia di un cambiamento di sesso. Il libro ottenne un elogio da uno dei giganti del tempo, Antonio Borgese. In quell’anno arriva il primo successo con America, primo amore, originale reportage dagli Stati Uniti. Nel 1935 pubblica 24 ore in uno studio cinematografico con uno pseudonimo. Viene licenziato dalla casa cinematografica Cines per un incidenti come sceneggiatore nel film Acciaio: un copione all’origine firmato da Luigi Pirandello. Raccontò: «Era un bellissimo film, come si dice oggi, d’autore, con danze e figure di macchine, di acciaierie: spettacolare. Ma fu anche un fiasco finanziario: non piacque e io ne feci le spese. La colpa non era mia, ma c’era bisogno di un colpevole, e così venni licenziato in tronco. Senza liquidazione, senza niente… Era il 1934, dovevo vivere con meno di 200 lire al mese. Così ho ricominciato a scrivere». Nel 1941, Verità sul caso Motta, racconti con i toni del giallo e del grottesco. Nel 1943, La giacca verde, storia di un gioco perverso, in un convento abruzzese, tra due rifugiati, un meschino batterista che si spaccia per un grande musicista e un giovane, autentico musicista, che non svela la menzogna. Nel 1947, Fuga in Italia: Soldati racconta la sua fuga da Roma a Napoli con Dino De Laurentiis durante l’occupazione tedesca. Nove mesi ai microfoni di Radio Napoli. Arriviamo al 1950: A cena col commendatore, i racconti apparsi sulla rivista Botteghe oscure, diretta da Giorgio Bassani. Nel 1953 con Le lettere da Capri vince il premio Strega. Una complicata storia d’amore, gelosie e tradimenti, poco apprezzata, anzi stroncata cai critici. Nel 1967 arrivano Racconti del maresciallo, storie poliziesche incentrate sul maresciallo dei carabinieri Gigi Arnaudi. Nel 1970 con L’sttore vince il Campiello. È indispensabile citare anche Cinematografo che risale al 1974, edito da Sellerio nel 2006: secondo la definizione di Salvatore Silvano Nigro. un libro «apocrifo» perché raccoglie racconti, poesie, ritratti e polemiche, tutto legalo al mondo del cinema. Nel 1977 Vino al vino. Terzo viaggio, nel 1980 La carta del cielo, a cura di Natalia Ginzburg, un’antologia di racconti per la scuola.

Meno avvincente, per me, la sua carriera nel cinema, a cui si dedicò solo perché poteva procurargli qualche guadagno. Saldati accusava il cinema di essere troppo dipendente dall’industria. Fu assistente e aiuto regista, poi sceneggiatore. Collaborò con Mario Camerini e con Alessandro Blasetti. Nel 1939 debutta nella regia con Dora Nelson, e nel 1941 trionfa con Piccolo mondo antico, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro: Soldati era un appassionato lettore di queste scrittore. Protagonista, Alida Valli. Malombra, nel 1942, è tratto ancora da un romanzo di Fogazzaro. Nel 1945 Le miserie del signor Travet, con l’interpretazione di Cario Campanini, al fianco di Alberto Sordi e Gino Cervi, gli porta un altro successo: fa il primo film trasmesso dalla Rai, il 3 gennaio del 1554. È la storia di Ignazio Travet, un funzionario regio Torino, fine Ottocento – attento e coscienzioso. Ma senza mai una promozione, afflitto dall’ostilità del capofficio. Altre date importanti: nel 1951 firma la sceneggiatura di Questi fantasmi, regia di Eduardo De Filippo; un anno dopo dirige Sophia Loren ne La donna del fiume; nel 1956 scrive la sceneggiatura di Guerra e pace di King Vidor.

La televisione, infine. Soldati è ideatore, regista e conduttore di un memorabile reportage, Viaggio lungo la Valle del Po (1956): la prima inchiesta enogastronomica alla ricerea di cibi e vini genuini. A seguire Chi legge? Viaggio lungo il Tirreno, gli sceneggiati La finestra, Il colpo grosso, I racconti del maresciallo, A carte scoperte – inchieste con Cesare Garboli. Andrea Camilleri scrisse: «Pier Paolo Pasolini aveva detto che Soldati intratteneva con i suoi lettori un rapporto di fraternità. Bene, questa è l’impressione che di lui ebbero gli spettatori televisivi: un signore un po’ gigione, tanto che Ennio Flaiano disse di lui che viveva a ogni momento la sua autobiografia, col suo eterno sigaro in bocca, col suo bastone, con i suoi entusiasmi, ma che sapeva parlare con i lettori a tu per tu» Mi irrito quando leggo che Soldati fu un eclettico di talento. È un giudizio riduttivo. Per me è stato un artista di ingegno senza confini. Mi confortano numerose illustri opinioni. Enrico Emanuelli: «È scorbutico. Dicono che spesse lo sia per posa. È legato a umori repentini, una cosa gli va o non gli va, a capriccio. Ma, dietro a questi estri, vi é una natura indipendente, è acuto, pieno di difetti appunto perché ha virtù non comuni». Natalia Ginzburg: «Fra gli scrittori del Novecento, Soldati è l’unico che abbia amato esprimere la gioia di vivere. Non il piacere di vivere, ma la gioia; il piacere di vivere è quello del turista c he visita i luoghi del mondo, ne vede le piacevolezze e le offerte, ma trascura 0 rifugge gli aspetti vili, 0 malati, o crudeli; la gioia di vivere non rifugge nulla e nessuno: contempla l’universo e le esplora in ogni sua miseria e lo assolve». Leonardo Sciascia: «Qualcosa che somiglia alla felicità… E questo è, esattamente definito il mio sentimento di lettore di Soldati». Indro Montanelli: «Del talento di Soldati c’era poco da dubitare: era capace di fare qualsiasi cosa. Ma la sua vera vocazione era quella dell’attore. In ogni momento, anche nella conversazione tra amici». Nella Ajello infine: «Un dispensatore d’allegria, non l’ho mai visto un istante accasciato, in disarmo 0 scettico… Stando con Soldati si aveva la sensazione di abitare in unosolda dei suoi racconti».

Era più anziano di mio padre, potevo essere suo figlio. L’ho seguito e amato per tutta la vita, ma l’ho avvicinato solo negli ultimi anni, alla ricerca di un’intervista mai pubblicata. Avrei voluto trarre una raccolta delle sue fantastiche battute: «Nella mia vita non mi sono mai contraddetto per la semplice ragione che su qualsiasi cosa ho sempre avuto delle opinioni: la mia e il suo contrario». «Non sempre chi trionfa merita e chi merita trionfa». «Ognuno fa tutto il bene e tutto il male che può». «La fede in Dio si può averla senza saperlo. Anzi, forse, la si ha solo quando si crede di non averla». «Il cinematografo talvolta è arte, ma sempre è industria». «Alida Valli? Era bellissima e brava. Aveva temperamento e cuore, talento e bontà. Aveva tutte le virtù possibili. E tuttii vizi, per fortuna». Una bella e lunga intervista la scrisse Fiammetta Jori. Soidati si confidò a lungo. Le disse che la sua patria dell’anima era divisa tra Torino, Genova e Roma. Amava l’Africa, la Grecia e la Russia, stimava Michail Gorbaciov, pianse quando fu ucciso John Fitzgerald Kennedy. La confidenza più struggente, sul rapporto tra genitori e figli: «Ho amato moltissimo mia madre perché c’era troppo e mio padre perché non c’era mai! Nel rapporto con i figli c’è sempre dolore, il dolore sia dentro la vita. I figli sono cose bellissime, ma anche il contrario. Io li amo tutti, moltissimo». Ne ebbe sei. Tre dalla prima moglie, la studentessa Marion Rieckelman, Frank, Ralph e Barbara. E ancora tre da Jucci Kellermann, alla quale restò legato per tutta la vita: Wolfango, Michele e Giovanni. Morì il 19 giugno 1999, a 92 anni, a Tellaro (La Spezia) dove viveva in una bellissima villa, luogo di cultura e discussioni, di partite di scopone con intellettuali e pescatori, scrittori, pittori e amici del bar. I tellaresi lo ricordano come «un signore, che se guadagnava 100 spendeva 120, senza un battito di ciglio». La sua casa era un porto di mare: «Ogni sera a cena c’erano almeno 20 persone. Venivano l’editore Garzanti, Attilio Bertolucci il padre di Bernardo e poi anche Alberto Sordi, Zucchero e tanti personaggi del cinema. Una volta fa ospite anche Robert De Niro».

Per ultimo: a Torino vi è una targa dedicata a Soldati per un atto eroico, compiuto a soli 15 anni, quando salvò la vita a Raffaele Richelmy (nipote del cardinal Richelmy), dopo che la sua canoa si era ribaltata nel fiume. La notizia giunse anche al re, che attribuì al giovanissimo Mario la medaglia d’argento al valor civile.

Share
Share