C’erano una volta / Diogene il cinico

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L’onesto «Socrate pazzo» un po’ Sgarbi, un po’ Pertini

Il filosofo rinunciò a tutti i beni materiali, tanto da vivere in una botte aperta. Polemico e inflessibile, disse ad Alessandro Magno: «Scostati che mi fai ombra»

Un ritratto di Diogene

(di Cesare Lanza per LaVerità)

Diogene . . . Metto le mani avanti, miei cari lettori, e rispondo a una vostra prevedibile obiezione: questa rassegna domenicale è incentrata sui personaggi che ho avuto il privilegio di conoscere. E racconto soprattutto ciò che penso sulla base delle mie esperienze dirette. Come la mettiamo allora con Diogene di Sinope (ce ne furono molti di Diogene all’epoca), che visse alcune centi- naia di anni prima di Cristo? È semplice: sperando di non urtarvi, ho deciso di fare eccezione per un paio di protagonisti dell’antichità, due filosofi. Diogene e Socrate. Di Socrate, inimitabile modello di riferimento per comportamenti e dignità, scriverò tra qualche tempo. Forse qualche lettore ricorda che a lui ho dedicato un premio al merito. Diogene invece è il grande filosofo «de noantri», uomo di strada, dal linguaggio violento e popolaresco come neanche ai mercati: se pensiamo ai nostri giorni, lo definirei incazzoso più di Vittorio Sgarbi, geniale più di Marco Pannella perle provocazioni, severo, inflessibile e incorruttibile come Sandro Pertini.

L’episodio più famoso della sua vita, quello che tutti conoscono, riguarda il giorno in cui uscì di casa con una lanterna. Gli chiesero perché e lui rispose: «Cerco un uomo». Ora, sfido tutti a munirsi di una bella lanterna e a imitare la suggestiva provocazione: dove lo trovate un uomo vero? E chi potrebbe essere? Al minimo i pareri sarebbero discordi. Qualche giorno fa, sommessamente, ho indicato Carlo Cottarelli – per lo stile con cui aveva accettato di formare un governo destinato alla bocciatura e poi per la discrezione con cui obbedì all’ingiunzione di ritirarsi – e sono stato sommerso da consensi e insulti. Ho letto a lungo le prodezze di Diogene, gli aneddoti che mi hanno incantato sono decine. Provo a coinvolgervi. Uno sconosciuto gli disse: «Tu non sai nulla e pure fai il filosofo», lui rispose: «Aspirare alla saggezza, anche questo è filosofia». È una convinzione che mi ha sostenuto nei momenti più bui della mia vita. Purtroppo, credo di non essere riuscito a conquistare il consenso dei miei figli. Ma non importa. Non a caso Diogene raccontò questa storia a un gruppo di sostenitori: «Un filosofo, vedendosi avanti con gli anni e volendo assicurare un buon avvenire al suo unico figlio, mandò a chiamare il più fidato dei suoi amici e gli fece questo breve discorso: “Voglio confidarti che possiedo una considerevole somma di denaro. Tu sei più giovane di me, sei in buona salute e quindi, con ogni probabilità, mi sopravviverai. Perciò, ti prego, prendi con te il mio denaro, custodiscilo e ascolta bene ciò che ne dovrai fare quando io non ci sarò più. Se mio figlio sarà riuscito a diventare un filosofo, lo distribuirai tutto ai poveri perché lui non ne avrà bisogno. Ma se non sarà riuscito a diventare un filosofo, allora consegnalo tutto a mio figlio, perché non possederà altro che questo”».

C’era chi lo rimproverava perché entrava in luoghi sudici. E lui rispondeva, non senza stima di sé: «Anche il sole penetra nelle latrine, ma non ne è contaminato». «Olà, uomini», gridò un giorno Diogene, e subito lo circondò una folla di curiosi ed egli la percosse con il bastone, dicendo: «Uomini chiesi, non canaglie» (quanto mi piacerebbe che un uomo politico di successo avesse il coraggio di parlare così alle moltitudini di cortigiani che lo vezzeggiano). E, a proposito di cortigianerie, a chi riteneva beato Callistene (segretario di Alessandro Magno) perché godeva degli sfarzi del re, osservò: «No, è certo infelice, perché fa la colazione e il pranzo quando fa comodo ad Alessandro». Seduttive, per la modernità, altre battute. Se gli chiedevano quale fosse la sua patria, rispondeva: «Sono cittadino del mondo». E a chi gli rimproverava l’esilio: «Ma è per questo, o disgraziato, che mi diedi alla filosofia». E qual era la cosa più bella tra gli uomini? «La libertà di parola». E ancora: si stupivano perché chiedesse qualcosa a una statua. Rispose: «Mi alleno a chiedere invano». A un tale che gli disse: «Non sono adatto alla filosofia», rispose: «Perché vivi allora, se non ti curi di vivere bene?». Ci sono altre delizie, per il senso dell’umorismo. Interrogato su quale sia il tempo opportuno per sposarsi: «Quando si è giovani, non ancora; quando si è vecchi, mai più».

Interrogato inoltre su quale vino bevesse volentieri, rispose: «Quello degli altri». Mettendo da parte il mio entusiasmo, ecco alcune citazioni di uomini di grande valore, in primis Alessandro Magno: «Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene». E Platone: «Diogene è un Socrate impazzito». L’imperatore Giuliano l’Apostata: «Ripudio il cinismo, a eccezione di quello di Diogene». Plutarco racconta: «Diogene si azzardò a man giare un polpo crudo nel tentativo di eliminare la necessità di cuocere le carni. Attorniato da molti uomini, coperto da un mantellaccio, porta la carnè alla bocca e dice: “Per voi io mi espongo a questo pericolo e metto a repentaglio la mia vita”. Bel pericolo, o Zeus! Il filosofo lotta contro il polpo crudo per rendere la vita umana più simile a quella delle bestie!». Diogene Laerzio è uno storico greco, autore della più importante testimonianza scritta, Vite dei filosofi, sull’esistenza di Diogene di Sinope: «Una volta stava cenando con un piatto di lenticchie. Per caso la vide Aristippo, filosofo che trascorreva la vita negli agi, trascorrendo i suoi giorni a corte e adulando il re. Disse Aristippo: “Caro Diogene se tu imparassi a essere ossequioso con il re, non saresti costr etto a mangiare robaccia come quelle lenticchie”. E Diogene gli rispose: “E se tu avessi imparato a vivere mangiando lenticchie, ora non saresti costretto ad adulare il re”». E ancora: «Una volta Diogene vide un fanciullo che beveva nel cavo delle mani: perciò gettò via dalla bisaccia la ciotola, dicendo: “Un fanciullo mi ha dato lezione di semplicità”». Infine, sempre a testimonianza del suo coraggio; «Diogene, dopo la battaglia di Cheronea. fu catturato e condotto davanti a Filippo. E a Filippo che gli chiese chi fosse, replicò: “Osservatore della tua insaziabile avidità”. Per questa battuta fu ammirato e rimesso in libertà».

Diogene, detto il Cinico (dal greco kyon, cane, appellativo legato agli ideali e allo stile di vita ascetici) o il Socrate pazzo (definizione, come vi ho già ricordato, di Platone), era nato a Sinope il 412 prima di Cristo. Filosofo, fu apprezzato come uno dei fondatori della scuola cinica insieme con il suo maestro Antistene, Euclide di Megara e Aristippo di Cirene. Il padre di Diogene, Icesio, era un cambiavalute: fu esiliato perché accusato di contraffare le monete. Anche Diogene si trovò sotto accusa, così fu costretto a spostarsi ad Atene: con un servo che poi abbandonò, dicendo: «Se Mane può vivere senza Diogene, perché non Diogene senza Mane?». Fu attratto dagli insegnamenti ascetici di Antistene e divenne suo discepolo. Ed ecco alcuni particolari che mi hanno lasciato stupefatto… Viveva in una piccola botte aperta. In viaggio verso Egina fu fatto prigioniero dai pirati e vendute come schiavo a Creta. Lo interrogarono sul suo prezzo. Replicò dicendo che non conosceva altro scambio possibile che quello con un uomo di governo, e che desiderava essere venduto a un uomo che avesse bisogno di un maestro. Gli chiesero allora cosa sapesse fare e Diogene rispose: «Comandare agli uomini» , E additò un tale di Corinto che indossava una veste pregiata, dicendo: «Vendetemi a quest’uomo: ha bisogno di un padrone». Quel tale si chiamava Seniade: Diogene diventò tutore dei suoi due figli e suo amministratore domestico. Vìsse a Corinto per il resto della vita, predicando autocontrollo e autosufficienza.

Formidabili le rievocazioni dell’incontro tra lui e Alessandro Magno. Secondo Plutarco, un concilio di elleni votò per compiere una spedizione contro i persiani insieme ad Alessandro e lo nominò comandante supremo. Molti uomini politici e filosofi andarono a incontrarlo e a congratularsi con lui. Alessandro sperava che anche Diogene di Sinope avrebbe fatto altrettanto. Invece il filosofo non teneva in minimo conto Alessandro. Così fu Alessandro ad andare da lui. Lo trovò sdraiato. Diogene si sollevò un po’ e lo guardò in volto. Alessandro gli domandò che cosa potesse fare per lui. «Scostati un poco dal sole», rispose il filosofo. Altri hanno narrato che Alessandro si presentò con una certa protervia, e si sentì rispondere: «Io sono Diogene, il Cane». Stupito, il sovrano chiese perché e il filosofo gli rispose: «Faccio le fèste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi». Alessandro fu molto colpito. E fu allora che disse: «Vorrei io essere Diogene ! » Al contrario, secondo la narrazione di Diogene Laerzio, Alessandro Magna, irritato dalla mancanza di rispetto, volle prendersi gioco del filosofo, che si definiva un cane, e gli mandò un vassoio pieno di ossi. La risposta di Diogene: «Degno di un cane il cibo, ma non degno di un re il regalo». Morì a Corinto il il giugno 323 a.C. a 89 anni. Secondo Diogene Laerzio, nel medesimo giorno nel quale Alessandro Magno spirò a Babilonia. Per ricordarlo, i corinzi eressero un pilastro e in cima vi posero un cane di marmo. Diogene scrisse 14 dialoghi e sette tragedie, ma nulla è arrivato fino a noi. Però il suo pensiero resta attualissimo, con idee che sono al centro, anche oggi, del dibattito. Sosteneva che nella vita nessun successo arriva senza uno strenuo sacrificio. Non concedeva alla legge l’autorità che invece attribuiva alla natura. La virtù, per lui, consisteva nell’evitare qualsiasi piacere fisico superfluo. Diogene rifiutava drasticamente le convenzioni, oltre che valori come la ricchezza, il potere, la gloria. Non esitava a insultare i suoi interlocutori. Era anarchico: rivendicava la libertà di parola, ma rifiutava la politica. E fu il primo a utilizzare il termine «cosmopolita», in un’epoca in cui l’identità di un uomo era legata all’appartenenza a una «polis». Si faceva beffe non solo della famiglia e dell’ordine, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. I suoi ammiratori lo consideravano un uomo devoto alla ragione e di onestà esemplare. Per i detrattori era un folle maleducato. In conclusione, oggi pure sarebbe protagonista e non diversamente amato e detestato.

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