Lo yacht di Saddam diventa una hotel per i marinai iracheni

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Era dotato anche di un passaggio segreto, che portava dalla suite presidenziale all’ingresso di un minisommergibile da utilizzare per una fuga sicura in caso di attacco. Lo yacht di Saddam Hussein, ora battezzato “Brezza di Bassora”, è stata una delle ultime stravaganza del dittatore iracheno, deposto dopo l’invasione americana del 2003. Il suo yacht, in stile boiardi russi, lungo 82 metri, costato 30 milioni e con l’obbligatorio bagno dei rubinetti e la tazza in oro, è stato restituito al governo iracheno nel 2010, dopo una lunga battaglia legale, e da allora è rimasto ancorato per anni a Bassora, lentamente divorato dalla salsedine.

I nuovi governati dell’Iraq non sapevano che farne, perché trasformarlo in un mezzo di trasporto per le alte cariche avrebbe scatenato l’ira popolare. Alla fine la capitaneria del porto di Bassora ha avuto l’idea giusta. E l’imbarcazione, con tutti i suoi lussi, è stata trasformata in una foresteria per gli ufficiali della Marina che sostano nella città fra una missione e l’altra. Lo yacht è dotato di 18 cabine per l’equipaggio, più 17 camere per gli ospiti e la grande suite, con letto matrimoniale king size, è il caso di dirlo, baldacchino e preziosi arabeschi intagliati in mogano. Altre amenità, ora a disposizione dei marinai iracheni: piscina, un piccolo teatro, posto di atterraggio per gli elicotteri e un lancia-razzi a difesa da eventuali attacchi dal cielo.

Il governo di Baghdad ha in un primo tempo cercato di venderlo, poi di utilizzarlo come laboratorio marino per l’Università di Bassora e alla fine ha deciso di trasformarlo in hotel. Ora la destinazione finale, a favore dei piloti delle navi da guerra avranno così un luogo per sostare e riposare in tutta comodità, magari al riparo delle tendine in seta che circondano il letto della suite. Ma il riutilizzo dello yacht dell’ex raiss è soprattutto una rivincita per gli sciiti, il 99 per cento della popolazione di Bassora, repressi brutalmente dopo la prima Guerra del Golfo, nel 1991.

La Stampa.it

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