C’erano una volta/ Vujapin Boskov

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Il tenente Colombo del calcio che fregò Ruud Gullit e Tito

Filosofo della panchina e inventore di massime indimenticabili, regalò il tricolore alla Samp. Con il suo carisma tenne testa al Milan di Sacchi e al dittatore jugoslavo

di Cesare Lanza per Laverità

« R i g o r e è quando arbitro fischia». Questa è la battuta più famosa, conosciuta non solo dagli appassionati di calcio, di Vujadin Boskov. Un personaggio unico. Un gran bel campione come calciatore, mediano e centrocampista. Eccellente allenatore. Filosofo arguto. Umorista bonario. Ironico. Autorevole. Di più: carismatico, pur senza aver neanche lontanamente – conquistato gli straordinari successi di tanti suoi colleghi. Amatissimo, anche dagli avversari: come me, genoano per la pelle, e lui era il leader della Sampdoria che vinse lo scudetto, lo avrei voluto sulla panchina rossoblù. Geniale nella capacità di sdrammatizzare. Quella celeberrima battuta, che ho ricordato per prima cosa, è considerata un aforisma sul senso della vita, su come affrontare la realtà: le recriminazioni e le polemiche sono inutili, come i rimpianti; bisogna accettare ciò che la vita ti dà, è sciocco guardarsi alle spalle, meglio proiettarsi in avanti… In quelle cinque parole c’è tutto. Jelenia, la moglie amatissima di Boskov, ha raccontato che il suo Vujadin era molto fiero del successo raccolto pubblicamente da quel «rigore è quando arbitro fischia», al punto che ripeteva spesso la sua battuta. In casa, spinto dal carattere quasi sempre allegro: un approccio sorridente alla vita.
Infantilmente la ripeteva, a proposito e a sproposito. Un irresistibile tormentone, che – per le partite di calcio – sarebbe più che mai di attualità: potrebbe essere un riferimento distensivo in questi giorni in cui Juventus e Roma protestano – giustamente – per i gravi torti arbitrali subiti in Champions league. Ma aforismi, scherzosità, i commenti improvvisati e sintetici di Boskov sono tuttora una collezione che sarebbe interessante raccogliere in un libro. Estrosi, in apparenza a volte anche banali, ma quasi sempre pungenti e istruttivi. «Chi non tira in porta non segna», «Senza disciplina vita è dura», «Se vuoi fare una brutta figura, parla con gli arbitri, scoprirai le tue debolezze di carattere», «Squadra che vince, non si cambia», «Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri», «La mia grossa preoccupazione è prendere un gol meno dell’avversario», «Un brocco resta brocco anche se gioca a zona», «Loro sono loro e noi siamo noi… perché Sampdoria è Sampdor i a » , « G r a n d i s q u a d r e f a n n o grandi giocatori. Grandi giocatori fanno spettacolo e migliore calcio», «No serve essere 15 in squadra se tutti in propria area». La maggior parte dei suoi pensieri, in parte calcistici e in parte filosofici, risalgono alla sua maturità, quando diventò allenatore. E perciò appaiono ancor oggi significative le sue idee: «L’allenatore deve essere al tempo stesso maestro, amico e poliziotto», «Gli allenatori sono come i cantanti lirici. Sono molti e anche bravi, ma soltanto due o tre possono cantare alla Scala di Milano», «Gli allenatori sono come le gonne: un anno vanno di moda le mini, l’anno dopo le metti nell’armadio», «Se mettessi in fila tutte le panchine che ho occupato, potrei camminare chilometri senza t o c c a r e t e r r a » , «Nel calcio c’è una legge: giocatori vincono, allenatori perdono», «Più bravi di Boskov solo quelli sopra in classifica». Voleva che la sua squadra capolavoro, la Sampdoria, giocasse sempre un calcio «allegro», che non si poteva e non si doveva cambiare. Così mi ripetè quando andai, da genoano, a chiedergli quale fosse la qualità che distingueva – rispetto al Genoa – la squadra blucerchiata. E provai perfino a sfotterlo: «Allora, allegria! Come insegna Mike Bongiorno!?». Ma mister Vujadin non era p e r m a l o s o . «Certo, proprio così: l’allegria è preziosa, se i giocatori in campo si divertono, i risultati arrivano e anche il pubblico si diverte!». In panchina tutti lo descrivono come un vulcano, a volte si esprimeva in quattro o cinque lingue diverse. Gli chiesi ingenuamente se e quanto si emozionasse… «Non ho bisogno di fare la dieta», rispose, «perché ogni volta che entro a Marassi perdo tre chili». Trovava sempre un aspetto positivo: «Preferisco una sconfitta 4-0 a quattro sconfitte ì-o». 0 anche: «Dopo pioggia viene sole». , Si dice che, una volta, addirittura fece cantare itifosi dello stadio per convincere il suo gioiello, Roberto Mancini, a dargli la mano in segno di pace dopo uno screzio. E diceva spesso: «Meglio amici con un difetto, che nessun amico». Paolo Mantovani – il petroliere, presidente della Sampdoria che arrivò allo s c u d e t t o – disse di lui: «Boskov? Ha il bruttissimo difetto di tutti i nostri giocatori. È un sampdoriano che allena la Sampdoria, come loro sono sampdoriani che ci giuocano». E Francesco Totti: «Un grande uomo, competente, dotato di un umorismo acuto e intelligente. Ricordo ancora il giorno del mio esordio in serie A: ero un ragazzo, c’era lui in panchina e mi impose tra i titolari con assoluta serenità. Non potrei mai dimenticarlo». Sempre incisivo il nume del giornalismo sportivo, Gianni Brera: «Io non conosco Boskov. So da un mio amico olandese che dice di avere allenato l’Ajax: ma non la favolosa squadra dei lancieri, un Ajax che sta a quello vero come la Juventus Domo alla Juventus. Di balle ne contiamo tutti, secondo convenienza e umori. È vero però che Boskov ha allenato il Real Madrid e che nell’Ascoli ha fatto così bene da indurre Mantovani ad assumerlo per la Samp. Qui ha navigato da sornione, mai facendo la figura del ciolla. Si è sovente adeguato secondo astuzia e adesso risulta che i suoi giocatori non vogliono se ne vada. Io l’ho criticato perché non portava la sua gente fuori dal mollime mediterraneo e spiegavo con la dannosa permanenza a Bogliasco le ricorrenti magre della Samp». Roberto Mancini, il campionissimo dal carattere difficile, aveva un rapporto umorale, altalenante con il suo allenatore. Raccontò: «È stato la nostra salvezza. Quando arrivò ci disse di venire agli allenamenti con la barba rasata e senza occhiali perché “noi rappresentiamo Sampdoria”. La regola è durata solo un giorno». E ancora: «Ci ha insegnato tutto, eravamo molto giovani. Lui era esperto e aveva voglia di insegnare: è stata la persona fondamentale per i nostri successi. Insegnamenti non solo sul calcio, ma anche per la vita: le persone che non lo conoscevano bene ridevano quando Boskov parlava, ma le sue battute erano metafore della vita». Dopo la morte di Vujadin: «Per noi era un fratello maggiore… Il papà era Paolo Mantovani, il presidente, e ora si incontreranno in cielo e si faranno due risate ricordando i tanti momenti belli passati insieme… Quando è arrivato alla Samp ha preso una squadra che stava crescendo, ci ha fatto sentire tutti importanti, ci ha aiutato tanto a credere in noi stessi e a migliorare». In morte di Boskov anche il portiere della Samp, Gianluca Pagliuca, lo raccontò con affettuosa stima: «Era bravo a sdrammatizzare dopo le sconfitte e a criticare noi giocatori dopo la vittoria. Quando perdevamo aveva il sorriso, quando vincevamo cercava il pelo nell’uovo per dare ulteriori stimoli». Tutti i commenti sono concordi nell’apprezzamento delle qualità umane di Boskov. Sinisa Mihajlovic: «Per me è stato un maestro, un esempio, una di quelle persone che non vorresti mai lasciare e quando se ne vanno ti resta un vuoto incolmabile. Era inimitabile, una leggenda del calcio serbo e un mito per ogni tifoso della Sampdoria». Roberto Mancini si intenerì: «In campo mi arrabbiavo, con l’arbitro e a volte anche coni compagni. Una domenica passai prop r i o il segno e Boskov all’intervallo, con espressione furiosa, gridò davanti alla squadra: “Mancini, tu sei un terrorista dello spogliatoio!”. Ma no, mister… Ridevano tutti, alla fine mi acquietai pure io. Sapeva prenderti, sapeva darti fiducia. Ricordo che prima delle partite col Milan diceva sempre a Vierchowod “tu prendi Ruud Gullit e infilatelo nel taschino”. Sembrano scemenze, ma in quei momenti l’autostima della squadra cresceva a dismisura. Ha reso la mia giovinezza straordinariamente bella». Vujadin Boskov era nato il 16 maggio 1931 a Begec, vicino a Novi Sad, nella provincia di Vojvodina, all’epoca parte della vecchia Jugoslavia dominata da Tito. Nel 1955 si sposò con Jelena, intellettuale, giornalista, studiosa, e le rimase legato per tutta la vita. Nel 1957 ebbero una figlia, Alexandre. Si laureò in storia e filosofia, era appassionato anche di geografia e politica. Perciò i compagni lo chiamavano «professore» 0 «filosofo». Ha girato l’Europa, come allenatore: Vojvodina e subito la Nazionale della Jugoslavia, che lasciò per dissapori col regime di Tito. Den Haag nei Paesi Bassi, poi Feyenoord, squadra di Rotterdam. In Spagna: Real Saragozza, Real Madrid, Sporting Gijón. Poi arriva in Italia, all’Ascoli. E alla Sampdoria, 1986-1992, scudetto nel 1991. Poi Roma e Napoli e in Svizzera al Servette. E torna alla Sampdoria, dopo un anno sbarca a Perugia. Infine, ancora (1999) allenatore della Jugoslavia. Per due volte arrivò alla finalissima della Coppa dei campioni (la Champions league di oggi), tutte e due le volte amaramente sconfitto 1-0, col Real Madrid e con la Sampdoria. Non ha vinto dunque molto, eppure la sua fama resiste nel tempo. È stato docente alla scuola per allenatori di Coverciano, ma leggerezza e ironia prevalevano su schemi e tatticismi. Un suo giocatore, Moreno Mannini, racconta: «La sua tattica era molto simpatica. La domenica mattina ci riuniva davanti alla lavagna e poi diceva: “Tu, Pietro (Vierchowod) e tu Moreno non fate toccare palla agli attaccanti. Poi date palla a Toninho (Cerezo). Poi Toninho la butta avanti, tanto Vialli e Mancini fanno gol”. Questo era il suo discorso prima della partita». Vujadin morì il 27 aprile 2014, a 82 anni, dopo una lunga malattia, una forma molto aggressiva di Alzheimer. Racconta sua moglie Jelena: «Da tre mesi non parlava più, non una parola. Ma quel sabato, l’ultimo giorno, dopo avergli dato la cena lo salutai. “Ciao Vujadin”. E lui rispose “Ciao”. È stata l’ultima frase di mio marito». Jelena ricorda la loro lunga e bella, romantica storia di amore: «La prima volta che ci siamo visti eravamo a Novi Sad, lui giocava con la Nazionale serba contro la Svizzera. Ero a bordo campo e vidi un viso coperto di sangue: in uno scontro gli avevano tagliato la palpebra dell’occhio destro. Poi fu lui a notarmi, ma ci mise tre anni a farsi avanti. Mi venne a prendere alla scuola di Arte drammatica, dove studiavo: disse che voleva passeggiare un po’ con me. Passeggiammo, per un paio d’anni… Era un uomo retto e onesto. Meraviglioso.
Ci siamo divertiti, quanto sapeva farmi ridere». Quanto alla sua filosofia nel calcio, ma anche nella vita: «Voleva vincere, ma reagiva a modo suo, dopo una sconfìtta. Diceva: bene, tra quattro giorni si gioca un’altra partita; e chiudeva il discorso. Soffrì molto per la guerra nel nostro Paese, non abbiamo avuto vittime in famiglia, ma fu una grandissima tragedia. Vujadin si ostinava a dire che la Jugoslavia sarebbe dovuta andare unita al campionato europeo del 1992. Non era certamente una soluzione, lo sapeva. Ma credeva che il calcio avrebbe dovuto dare un segnale, forte e simbolico. Purtroppo non andò così».

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