C’erano una volta / Giacinto Facchetti

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Il santino icona inviolabile dell’Inter e del nostro calcio

Resta nella storia da giocatore per i modi garbati e l’equilibrio. E come uomo per la lealtà, l’affidabilità, il senso di responsabilità. Che Calciopoli non ha scalfito

Giacinto Facchetti

(di Cesare Lanza per Laverità) Gianni Brera scrisse che Giacinto Facchetti, insieme con il suo compagno (nell’Inter e in Nazionale) Tarcisio Burgnich, è stato tra i massimi difensori del calcio italiano. Di più: il mitico Gioann sosteneva che Facchetti sarebbe stato un magnifico, straordinario centrattacco e che si adattò, senza entusiasmo, al ruolo di terzino – sinistro – d’attacco, o «fluidificante», solo per il suo innato senso del dovere, di disciplina. Giacinto era arrivato all’Inter quando in attacco furoreggiava il magnifico goleador argentino Valentin Angelillo. Fu Helenio Herrera, che stravedeva per lo spilungone di Treviglio, a inventarlo terzino e a confidare, con astuto cinismo, che ciò gli conveniva perché con un solo giocatore disponeva in campo di un doppio campione, grandissimo in difesa così come in attacco.

Facchetti, classe 1942, di segno astrologico cancro, era più giovane di me di solo dieci giorni. Quando per la prima volta lo incontrai per un’intervista, lui era già famoso e io un cronista imberbe, alle prime armi. Mi accolse amichevolmente a pranzo e rimasi incantato, e sbalordito, per la sua educazione, i modi garbati, la misura e l’equilibrio, qualità rarissime tra i miei coetanei, in particolare nel mondo del calcio. Resta nella storia per due motivi che ne determinano l’unicità. In campo è stato il primo atleta ad essersi imposto sia come attaccante, velocissimo incursore e autore di molti gol, sia come ineccepibile difensore, in area e sulla fascia. Mi accorgo, scrivendo racconto e ricordi, che il rischio è quello di eroicizzarlo non solo come campione, e indubbiamente lo merita, ma anche di santificarlo per qualità umane, per valori fondamentali cóme lealtà, affidabilità, assunzione di responsabilità. Difficile, su ogni fronte, trovargli un difetto o un punto debole.

Era nato il 18 luglio 1942, a Treviglio. Morì il 4 settembre 2006 e Milano, ancora giovane, a 64 anni, stroncato da un tumore al pancreas. Oggi ne avrebbe 76 e sarebbe ancora Un prezioso protagonista: lo immagino come eterna icona della sua Inter, ma anche come dirigente istituzionale, un italiano «diverso», negli organismi internazionali del football. Figlio di un ferroviere, inizia, come quasi tutti i ragazzini dell’epoca, prendendo a calci un pallone nell’oratorio o per strada. A15 anni gioca nella Trevigliese (come attaccante). Lo scopre Helenio Herrera, che lo guarda e dice: «Questo ragazzo sarà una colonna fondamentale della mia Inter». Lo assume per il finale di stagione 1960-1961, lo trasforma in un terzino d’attacco. Un predestinato! Esordio in Serie A il 21 maggio 1961, a diciotto anni, in un Roma-Inter bene augurante: vittoria dei nerazzurri per 2-0. E nell’Inter resta fino al 1978: vince due volte la Coppa dei campioni, quattro scudetti, due Coppe Intercontinentali e ima Coppa Italia. 634 partite, 75 gol, mediamente uno ogni otto gare, mica male per un difensore. Gianni Brera lo definì Giacinto Magno. Era anche incredibilmente corretto: fu espulso solo una volta in tutta la sua carriera, e non per una trasgressione di gioco, ma per un applauso ironico all’arbitro. Dopo la bellezza di quattordici campionati senza sanzioni, nel 1975. Eccellente anche in Nazionale: debutta ventenne (Turchia-Italia 0-1}, 94 partite, capitano e campione d’Europa nel 1968 e due anni dopo vicecampione del mondo dopo la storica vittoria per 4-3 sulla Germania. Primo giocatore azzurro a disputare due eampionati del mondo consecutivi da capitano (Messico 1970 e Germania 1974). Nel 1978, convocato da Enzo Bearzot per l’Argentina, è reduce da un infortunio e lealmente sente di non essere nella forma necessaria. Rinuncia e annuncia, a 36 anni, la fine della sua carriera di giocatore. E comincia subito, alla grande, un alto percorso da dirigente: nel ’78 (nel mondiale che avrebbe potuto disputare come giocatore) è l’accompagnatore della Nazionale che arriva quarta e si impone per la coinvolgente qualità del gioco. Due anni dopo è vice presidente dell’Atalanta. Poi si afferma nella sua Inter: direttore generale, vicepresidente nel 2001 dopo la morte di Giuseppe Prisco e infine presidente, il 19 gennaio 2004, dopo le dimissioni di Massimo Moratti. Sono molto significativi ed espliciti alcuni apprezzamenti dopo la sua morte prematura.

Il primo è quello di un altro virtuosissimo nostro campione, Gigi Riva. «Ho vissuto con Facchetti cento partite in azzurro, io attaccante, lui capitano. Giorni belli e meno belli, ma sempre Giacinto era una persona straordinaria, pulita, onesta. Per noi tutti un esempio, un riferimento: il nostro angelo».

Jair da Costa: «Lo consideravo più di un fralello. Non potrò mai dimenticare come, appena giunto in Italia, fu lui il primo a ospitarmi in casa sua».

Gianfranco Bedin: «Quando io arrivai all’Inter, ero il più giovane del gruppo, eppure metteva sempre una buona parola per me. Un giorno mi regalò un volume dal titolo I proverbi. 5.000 massime, che conservo gelosamente ancora oggi».

Aristide Guarneri: «Aveva dentro un’umanità eccezionale, parlava con tutti, trovava una parola buona. Ha aiutato tanta gente…».

Giuliano Sarti: «Ho un ricordo che mi porto da sempre nel cuore. Risale al famoso Mantova-Inter, a quel mio errore pagato con uno scudetto. Dopo aver visto il pallone in rete, per la rabbia andai a sbattere la testa contro il palo. Un attimo dopo quel gesto di disperazione, vidi Facchetti venirmi incontro. Ricordo il suo sguardo e soprattutto le sue parole: “Giuliano, non te la prendere, sono cose che capitano”. Il primo della squadra a consolarmi. Con parole che mi toccarono profondamente».

Dino Zoff: «Non si poteva non volergli bene».

Beppe Severgnini: «Giacinto – con quel bel nome vegetale – era figlio della sua terra: un bergamasco senza montagna e senza accento, che dei bergamaschi aveva però le qualità che contano, e al resto d’Italia spesso sfuggono: la tenacia, l’affidabilità, l’incapacità di parlare a vanvera, l’indignazione lenta ma implacabile».

Gianni Rivera: «Una grande persona. Molto più grande sul piano umano rispetto a quello sportivo. Fuori dal campo valeva molto, molto di più». Nella vita privata fu sempre legato alla moglie Giovanna, conosciuta quando tutti e due erano giovanissimi. Con quattro figli: Barbara, Vera, Gianfelice e Luca.

Ricorda la signora Facchetti: «Avevo 18 anni e a casa c’era bisogno di soldi, perciò lavoravo già da impiegata: pendolare da Spino d’Adda a Milano e l’unico svago, al sabato o alla domenica, erano i quattro salti alla balera di Rivolta d’Adda. Ed è lì che avvenne il fatidico incontro con lo “statuario” Giacinto. Accompagnava le sue tre sorelle. Era l’unico uomo di casa, il papà era morto che aveva 17 anni». Erano simili per sobrietà e riservatezza. «Le uniche foto nostre sono quelle con i figli…». Che Facchetti possa essere considerato santificabile (non tanto per i suoi successi sportivi, perché questo è successo a molti, ma per le sue qualità morali) è dimostrato dai film e dai libri che gli sono stati dedicati. A lui è ispirato il personaggio di Giacinto in Azzurro tenebra (1977), il romanzo di Giovanni Arpino dedicato alla nazionale del campionato mondiale 1974. Il prete lungo (1971), è un racconto di Luciano Bianciardi: qui viene indicato per la rettitudine morale. E ancora: Il Capitano è un documentario di Alberto D’Onofrio, per il programma La Storia siamo noi della Rai, presentato alla mostra di Venezia, nel 2007. Romanzi, racconti, film… E musica. Nell’agosto 2011 gli Stadio pubblicano Gaetano e Giacinto dedicato a due grandi del calcio, Scirea e Facchetti. Infine, Se no che gente saremmo del figlio Gianfelice Facchetti, un raccolta di ricordi, quasi un album di famiglia (Longanesi 2011).

Perciò, una volta mi azzardai a chiedere direttamente al campione: «La tua è una vita da antologia scolastica, il simbolo dei perfetti comportamenti. Scusami non ti annoi, almeno un po’?». Sorrise e mi rispose con prontezza: «Scusami tu! È un modo per dirmi che ti annoi, nel seguirmi e nel parlarmi». Poi aggiunse: «Non è poi un obbligo seguirmi, intervistarmi… Chi mi conosce sa bene che preferirei restare sempre un passo indietro». Presumo che a chilegga questa risposta potrebbe sembrare una superba sentsnzina. Non è affatto così: mormorava quasi con timidezza, proprio come se volesse – lui – giustificarsi. La verità è che «la perfezione» era una specie di abito che la natura gli aveva tagliato addosso su misura: nel parlare, nel vestire e nel pettinarsi, nel sorriso, nel giocare, nei comportamenti.

Ci fu chi provò a strappargli di dosso questa immagine edificante: il procuratore della Federazione calcio, Stefano Palazzi, lo coinvolse nelle indagini (e nelle polemiche roventi) sullo scudetto assegnato a tavolino all’Inter nel 2006, al posto della Juventus. Polemiche sopite, ma riaccese dal processo penale che si svolse a Napoli tra il 2008 e il 2011. Facchetti era scomparso, tuttavia Palazzi imputò al campione (e ad altri) l’accusa di illecito sportivo, sulla base di alcune, inedite intercettazioni telefoniche. Le accuse scivolarono via senza lasciar traccia, come gocce d’acqua sul vetro di una finestra. Non soltanto per la prescrizione, per la fragilità delle accuse, per l’assenza di prove: soprattutto per la sdegnata incredulità suscitata diffusamente nel mondo (e non solo) del calcio.

Ricordo reazioni molto forti. Ignazio La Russa: «Il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, è molto giovane e non ha avuto la possibilità di conoscere Giacinto Facchetti. Io ho avuto questo onore e mi ribolle il sangue vedendo che c’é chi tenta di infangarne il nome». E Gigi Riva: «Chiunque abbia conosciuto Facchetti sa che era un uomo vero. Non lo vedo nella veste di chi parla con gli arbitri per condizionarli. Tutti quelli che parlano di lui ora farebbero bene e stare zitti, Giacinto merita rispetto. Che senso ha tirar fuori una questione se è prescritta, e tirare in ballo una persona morta, che non può difendersi? Ha dedicato una vita allo sport e alla Nazionale… Sentire certe cose fa davvero rabbia». E Massimo Moratti: «Un attacco grave e assolutamente inaccettabile, Palazzi si sbaglia… Mi sembra di essere tornati nel bruttissimo clima che vivevamo quando c’era Calciopoli e nessuno sapeva 0 si faceva finta di non saperlo. Senza processo si può dire ciò che si vuole ma io non l’accetto, e l’Inter non l’accetta. È offensivo, grave e stupido.»

Nel libro di memorie (avvincenti, toccanti) di Gianfelice Facchetti, figlio di Giacinto, ci sono molti episodi interessanti, che ben definiscono l’eccezionale semplicità di vita del papà: «Sembrava nato per lo sport qualunque esso fosse e vi si dedicava con lo spirito puro del principiante, quello di chi non si stanca mai». In particolare ci sono alcune righe che ogni volta, al ricordo, mi emozionano e mi fanno riflettere sul senso della vita: «Senza dirlo a parole, rintracciava in tutto lo sport, calcio compreso, qualcosa di sacro, desiderava che anche noi figli fossimo educati a questo. Una volta mi disse: “Annusa i fili d’erba, certi giorni profumano di cielo”».

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