C’erano una volta / Giancarlo Pajetta

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A volte insultava i suoi rivali, ma con me fu un vero signore

Famoso per le battute, tra sarcasmo e rabbia, definiva i democristiani «cornutacci» Mi chiese di dirigere «Paese Sera», lasciai cadere la proposta e forse feci un errore.

Da sinistra, Miriam Mafari e Giancarlo Pajetta

(di Cesare Lanza per LaVerità) Un comunista senza se e senza ma, un uomo onesto e mai tentato dal denaro, un signore arguto e pungente ma anche educato e corretto. Ammiravo Giancarlo Pajetta e mi era molto simpatico: era affascinante il suo desiderio utopistico di ribellione, anzi di rivoluzione. Non condividevo nulla della sua ideologia, ma ero lusingato dalla simpatia che aveva per me, anche se sapeva che non ero affatto comunista e mi considerava un anarcoide incontrollabile. Chissà, forse anche recuperabile. Perché un giorno – ero andato a trovarlo nel suo ufficio nelle mitiche Botteghe Oscure – mi chiese se fossi interessato a dirigere Paese sera. Lasciai cadere la proposta – ammesso che tale fosse – e ogni tanto mi chiedo (sono passate decine di anni!) se commisi un errore… Pajetta, che aveva più o meno l’età di mio padre, è stato un personaggio mitico, per me.

Battute e scontri, zuffe e diverbi: Pajetta era famoso per le battute, tra sarcasmo e rabbia, indignazione e passione politica. Ricordo subito quelle di più schietta sincerità, o di raffinato senso dell’umorismo. «L’istruzione è obbligatoria, l’ignoranza è facoltativa», «Comunista: io non mi vergogno di questo nome e non lo cambio», «Enrico Berlinguer: si iscrisse giovanissimo alla segreteria del Pci», «Giulio Andreotti? Non si può eleggere an presidente del Consiglio per insufficienza di prove», «La Repubblica è il secondo giornale preferito dai comunisti, che però lo leggono per primo». Per la verità, rivisitato oggi, a confronto con gli strepiti della politica di oggi, il suo linguaggio sembra delicato, quasi esangue. A Giorgio Almirante che accusava i comunisti («Attaccate soltanto quando ve lo ordina la Russia»), Pajertta replicò: «Vi abbiamo lasciato fuggire, l’unica colonia che avete conquistato è stata Salò». E ancora ad Almirante un’altra volta gridò: «Fatelo uscire dalla porta delle latrine».

Il liberale Antonio Cuttitta a Montecitorio parlava di storia e chiosava: «Quando l’Inghilterra vede sorgere uno Stato forte, promuove una coalizione e riesce a dimostrare che è interesse di tutti gli Stati europei combattere questo Stato più forte: è il secondo insegnamento del mio maestro di quinta elementare». Pajetta si alzò e gli domandò beffardamente: «E sei stato promosso, a fine anno?». Oscar Luigi Scalfaro lo rimproverò di cavalcare la tigre studentesca del Sessantotto, senza poi saperla condurre. E Pajetta: «Pensa a te! Cavalcare un somaro e non andare da nessuna parte è peggio!». Un episodio più divertente: nell’aula deserta della Camera era rimasto con Pajetta un solo deputato democristiano, che continuava a parlare da oltre un’ora. Si alzò e si avviò verso l’uscita, poi gli strillò: «Quando hai finito, spegni la luce».

Abitualmente il suo linguaggio era contenuto nel sarcasmo. Ma qualche volta, si lasciava andare agli insulti. Non esitava a chiamare i democristiani «cornutacci e forchettoni». Il 18 marzo 1949 si votò l’adesione dell’Italia alla Nato. Alcide De Gasperi venne interrotto 32 volte, come «buffone» da Palmiro Togliatti e «servo» da Pajetta. Erano frequenti le puntualizzazioni che Palmiro Togliatti, ribattezzato Il Migliore, si sentiva obbligato a fare, per correggere le bordate dell’autorevole compagno. Una volta Pajetta affermò: «Tra rivoluzione e verità scelgo la rivoluzione». Togliatti intervenne e questa spavalda affermazione divenne: «E la rivoluzione coincide con la più larga zona di verità».

Negli anni in cui ebbi la fortuna di incontrarlo – 1978-1977 – in Italia c’era una situazione tutt’altro che semplice. Scandali – veri e importanti o artificiosi e strumentali – con protagonisti democristiani di primo piano, Giulio Andreotti e Carlo Donat Cattin, il presidente della Repubblica Giovanni Leone e Mariano Rumor. Le Camere venivano sciolte sempre in anticipo, i governi duravano anche meno di un anno. Il Partito comunista, guidato da Enrico Berlinguer, tallonava la Democrazia cristiana, si parlava di compromesso storico. Emergeva un nuovo leader, Bettino Craxi, socialista. Il terrorismo delle Brigate rosse faceva vittime ogni giorno. E frequenti erano gli scioperi, le manifestazioni, gli scontri. La situazione economica era in peggioramento, il debito pubblico galoppava. Questa era l’Italia dell’epoca in cui nacque il mio rapporto amichevole con Pajetta. Lo invitai al Corriere d’Informazione, il giornale che all’epoca dirigevo, per rispondere al telefono alle domande dei nostri lettori. Fu spiritoso, signorile. Era, da sempre, «il» comunista: indomabile, onesto, integro, con cuore e cervello sempre tendenti, d’impulso, alla rivoluzione. Un celebre episodio ne illustra a meraviglia il temperamento. Era il 1947. Ettore Troilo, prefetto di Milano, era stato un popolarissimo comandante partigiano. Il ministero degli Interni annuncia a sorpresa che Trailo verrà sostituito dal prefetto di Torino. Il sospetto diffuso era che, in prossimità delle elezioni politiche, De Gasperi volesse controllare Milano con attenzione. La sinistra insorge. Pajetta afferma: «Questa volta non ci si può limitare al solito corteo di protesta, occorre una risposta eclatante. Per e sempio, occupare la Prefettura». E così in 5.000 (ex partigiani, reduci e nuovi comunisti con voglie rivoluzionarie) bloccano la sede della prefettura, con «mitra e rivoltelle pronti nei camion 0 lenuti sotto le giacche a vento». Con loro, decine di migliaia di lavoratori e operai. Pajetta al telefono chiama eccitato Togliatti: «Abbiamo preso la prefettura di Milano!». Il segretario lo gela: «Bravo! E adesso dimmi: che cosa te ne lai?». Per molto tempo Giancarlo dovrà rassegnarsi ai lazzi ironici di Togliatti: «Pajetta, come va la rivoluzione? ». II bis ci fu nei giorni seguenti all’attentato a Palmiro Togliatti 14 luglio 1948: il leader comunista si allontana da Montecitorio a piedi, insieme con Nilde Jotti, sua compagna nella vita. A seguirlo, in agguato, c’è Antonio Palante, 25 anni, studente universitario, iscritto al Partito liberale. Pallante spara quattro colpi di pistola, calibro 38: colpisce Togliatti alla nuca, alla schiena e al costato (sconterà solo 5 anni di carcere). La notizia si diffonde in tutta Italia. Scoppiano scioperi, occupazioni, cortei, scontri con le forze dell’ordine, assalti alle questure e ale sedi dei partiti di governo. Ma si torna lentamente alla normalità. Togliatti è salvo e impone ai dirigenti del Pci di fermare la rivolta voluta dai più animosi, i rivoluzionari, fedeli di Pajetta.

Era nato a Torino il 24 giugno 1911. Famiglia benestante, filocomunista. La madre, Elvira, maestra delle elementari, il padre, Carlo, un avvocato. Giancarlo fu un precoce ragazzo ribelle, antifascista a soli 14 anni nel ginnasio Massimo D’Azeglio di Torino. A 17, espulso «da tutte le scuole del Regno» per tre anni, arrestato e poi rinchiuso nella sezione minorile delle carceri di Torino. Nel 1931, a 20 anni, in esilio: in Francia, con lo pseudonimo di Nullo. E nel 1933, in missione segreta a Parma, è scoperto dalla polizia fascista e condannato a 21 anni di carcere per «attività eversiva». Liberato con la caduta del fascismo solo dopo dieci anni. Entra subito nella Resistenza partigiana, capo di Stato maggiore delle brigate Garibaldi. Dopo la Liberazione, cirettore dell’edizione milanese dell’Unità e membro della direzione del Pei. Nel 1945 eletto alla Consulta, nel 1946 all’Assemblea costituente, nel 1948 alla Camera dei deputati (dove è riconfermato ben 12 volte}. Dal 1984 anche parlamentare europeo.

E la vita privata? Si sposa con Letizia Cerrini in giovane età. Tre figli: Gaspare, Giovanna e Luca. Si separa alla fine degli anni Cinquanta. Poi, dal 1962 (ma si erano conosciuti nel 1944) un grande amore, con la scrittrice e giornalista Miriam Mafai. Una vita intensa, uno accanto all’altro per 30 anni, ma solo verso la fine della vita di Pajetta abitano nella stessa casa. Non esisteva il divorzio e Miriam era separata (come Giancarlo), madre di due figli. Fu una grande storia d’amore caratterizzata soprattutto dal reciproco rispetto. Disse la Mafai: «Tra un weekend di passione con il mio Pajetta e un’inchiesta io preferirò sempre la seconda… Mi sono trovata bene così, con Pajetta. Lui non si sentiva secondo rispetto al mio lavoro e io non mi sentivo seconda rispetto alla politica. Eravamo alla pari». E ancora: «Siamo stati molto felici. Ma non abbiamo mai vissuto da coniugi: non eravamo interessati né io, che avevo più di 30 anni, né lui, che ne aveva oltre 50. Giancarlo si trasferì a casa mia solo nell’ultimo periodo».

Lo chiamavano il «giaguaro». Giulio Andreotti, nel suo libro Onorevole stia zitto, lo definì «Giancarlo l’interruttore». A Roma viveva in un povero appartamento in zona Monteverde, con uno stile di vita sobrio e riservato. Non amava le volgarità, era un uomo garbato, di fine ironia, meticoloso sul lavoro. Era impaziente, un «divoratore» di libri di ogni genere. Molto amato dai militanti, ma stimato anche da ogni interlocutore. Conosceva il tedesco, che aveva imparato in carcere, il francese, l’inglese, lo spagnolo e (un po’) il russo. Hanno detto di lui… Enzo Bettiza: «Durante il suo ultimo viaggio a Mosca era disperato. Litigava in russo con i camerieri: “State svendendo tutto agli americani, pure le spoglie di Lenin finiranno al museo delle cere di New York.I russi lo guardavano come un matto». Miriam Mafai: «Viveva di niente, a Roma, in un appartamento orrendo. Non aveva mobili, gli dicevo che aveva nostalgia del carcere. Della mia casa diceva: in Unione Sovietica ci vivrebbero tre famiglie! Io gli rispondevo: infatti, non voglio andare a vivere lì. Il suo sogno, da vecchio, era una camera in affitto in una casa di operai a Torino. E, diversamente da tutti i deputati, ai suoi figli ha lasciato praticamente niente». Achille Occhetto: «Ho avuto una fortissima simpatia per Pajetta. Viveva la morte del partito come se fosse stata la sua».

Si spense a Roma il 13 settembre 1990, a 79 anni per un infarto, di notte, dopo una sera passata alla Festa dell’Unità. Si legge in un articolo della Repubblica: «Poco dopo le 10, il rientro a casa, il saluto a Miriam prima di dividersi, per la notte, nelle due stanze gemelle affacciate sul corridoio di casa. Di lì a poco, sorpreso da un infarto nel bagno, Pajetta è morto, indossa ancora gli abiti di una lunga giornata. E così, lo trova Miriam Mafai verso le 5, messa in allarme da una luce ancora accesa». Nella sua ultima intervista, a poche ore dalla morte, lanciava un estremo appello per salvare il Pci: «Questo è il momento peggiore della mia vita di militante. Neanche in carcere ho sofferto tanto».

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