C’erano una volta / Heriberto Herrera

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Il sergente diventato mister che inventò il calcio moderno

Faceva dormire i giocatori in stanze senza lampadine per costringerli a non fare tardi e cacciò il ribelle Sivori dalla Juventus. Il suo «movimiento» anticipò le teorie di Sacchi

Heriberto Herrera

(di Cesare Lanza per LaVerità) Avevo un rapporto amichevole con Heriberto Herrera: mi piacevano la sua passione assoluta, come allenatore, per il calcio e la fiducia con cui sosteneva le sue idee. Ma devo ammettere che si impose soprattutto come antagonista per il cognome uguale a quello del ben più famoso Helenio Herrera, dominante negli anni Sessanta. Con il quale non avevo confidenza, anzi lo conoscevo poco e mi stava anche un po’ antipatico. I due Herrera erano del tutto diversi, anche se a causa del cognome capitava di confonderli: subito Heriberto venne indicato dai giornalisti come HH2. Ma fu il geniale Gianni Brera a distinguerli, con il suo estro inimitabile: chiamava Accaccone l’Herrera vincente, che era arrivato per primo in Italia; e Accacchino l’Herrera rivale, assunto successivamente dalla Juve.

Heriberto detestava le chiacchiere. Arrivai a Torino, 50 anni fa, come capo della redazione torinese del Corriere dello sport e arruolato anche come corrispondente sportivo del Corriere della Sera. Ero giovanissimo, impertinente. La prima volta che incontrai Heriberto all’uscita dagli spogliatoi gli rivolsi una domanda molto lunga. Invano i colleghi mi avevano consigliato prudenza. Ci fu dunque una risatina. E un lungo momento di silenzio. Poi Heriberto mi gelò, roteandomi sulla punta del naso l’indice della mano destra, e mi intimò: «Capito nada. Ripeta!». E tuttavia dopo qualche settimana Accacchino mi prese in simpatia. Lo invitai addirittura a cena a casa mia e lui, solitamente burbero, accettò. Leda, la mia prima moglie, era un’ottima cuoca: portò in tavola le sue lasagne e una mia amica, vedendomi afferrare le posate, mi bisbigliò: «Non si tagliano le lasagne con il coltello!». Ma, nello stesso momento, Heriberto si stava avventando sul piatto anche lui con il coltello. E la mia amica, rassegnata, sospirò: «Vabbè, non importa…». Ricordo quella scenetta quasi comica come se fosse successa ieri. Fu poi una magnifica serata, fuor di etichetta: lazzi e frizzi. Accacchino si guardò bene dal parlare della sua «Giuve», ma si rivelò affabile e spiritoso. Aveva portato una bottiglia di mate, una bevanda sudamericana, di cui era notoriamente ghiotto (a parte l’acqua, non beveva altro, né vino né caffè o tè) e si fermò fino a tardi.

Heriberto Herrera Udrizal era paraguaiano, nato a Guarambaré il 24 aprile 1926. Dapprima era stato un calciatore, un modesto ma combattivo difensore: in patria nel Nacional, poi in Spagna per sette anni nell’Atletico Madrid, fino a quando fu costretto a ritirarsi, per un grave infortunio. Poi si affermò come allenatore per il carattere inflessibile: sosteneva una rigida disciplina tattica ed esigeva ubbidienza totale. Guai a sgarrare! Rayo Vallecano, Tenerife, Granada e, in Italia, Juventus (dal ’64 al ’69), Inter, Sampdoria, Atalanta.

La Juventus lo «pescò» proprio per la sua fama di condottiero inesorabile: c’era, a Torino, la necessità di riportare ordine in uno spogliatoio incline alla ribellione. L’identità calcistica di Heriberto si può riassumere in una sola parola, il celebre «movimiento», come ripeteva lui compulsivamente, in campo e fuori campo. Ma bisogna riconoscere che Accacchino anticipò di qualche lustro il pressing asfissiante, l’assenza di posizioni fisse sul campo, in sintesi il continuo «movimiento», senza palla, dei giocatori. Quel gioco che molti anni dopo fu imposto in modo spettacolare dagli olandesi e poi, in Italia, dal rivoluzionario Arrigo Sacchi. Odiava gli individualismi e desiderava un gruppo unito: i calciatori dovevano essere soldatini. E non si lasciava influenzare da niente: impose la cessione (al Napoli) di Omar Sivori, cocco dei tifosi e di Gianni Agnelli, perché era visibilmente ribelle e si faceva beffe dei suoi diktat. Giornalisti e tifosi, ma anche i giocatori, lo chiamavano il ginnasiarca, il sergente di ferro. HH2 arrivava perfino a mettere le mani addosso a quei giocatori che non eseguivano alla lettera le sue indicazioni. Ma, con il passare degli anni, il pubblico juventino si mostrò sempre più critico verso Heriberto, colpevole di aver eliminato l’aristocratico stile del club. La rinuncia a Sivori non fu metabolizzata. Gianni Agnelli, con l’ironia che copriva il fastidio, si spinse a commentare: «Siamo diventati una squadra socialdemocratica…». Eppure proprio per la sua tenacia e la disciplina imposta alla squadra Heriberto era riuscito una volta a rimontare Accaccone e a vincere lo scudetto. L’Inter di quegli anni era questa, memorabile: Giuliano Sarti, Tarcisio Burgnich, Giacinto Facchetti, Gianfranco Bedin, Aristide Guarneri, Armando Picchi, Jair da Costa, Sandro Mazzola, Angelo Domenghini, Luis Suàrez e Mario Corso.

Nella Juve, Sivori a parte, i calciatori di livello erano pochi. Nel 1969 HH2 passò dalla Juve ai rivali dell’Inter, fino agli inizi della stagione 1970-1971. Ma anche a Milano il rapporto con la squadra arrivò presto a deteriorarsi, ci fu quasi una rivolta dei senatori interisti. E Heriberto fu esonerato alla fine del 1970 dopo alcune sconfitte. Niente comunque in confronto con i successi trionfali di Helenio. Ma oggi bisogna riconoscere che Heriberto aveva in testa un’idea precisa di calcio, originale, moderna: non sufficientemente apprezzata per il suo caratteraccio. Mentre Helenio era soprattutto un eccezionale galvanizzatore, uno scaltro aggregatore, un inimitabile predicatore, un incantatore. La rivalità tra i due fu inventata soprattutto dai giornalisti: Heriberto non disse mai una parola contro il rivale, a Helenio furono attribuite alcune piccole provocazioni, verosimili per il suo temperamento focoso.

Heriberto spesso era definito «sergente di ferro» per la sua leggendaria durezza. In realtà sergente lo era stato davvero (e così si spiegano molte cose) presso l’Accademia militare di Asunciòn. Secondo lui tutti i giocatori erano uguali e tutti dovevano sgobbare in egual misura. Ed era gelosissimo dei suoi giocatori. Non voleva, ad esempio, che si esibissero con i club dei tifosi, neanche se erano invitati a ricevere un premio. Li faceva sorvegliare da fidati collaboratori, pretendeva che si ritirassero a casa alle 22 in punto. Il suo stile di vita era esemplare per l’austerità rigida, lontana da vizi. E molti lo paragonavano a un frate trappista. Era molto colto in medicina, fanatico delle diete: al termine di ogni incontro, i suoi giocatori non trovavano mai bevande, ma vassoi di frutta per dissetarsi. Secondo cronache (o leggende) Heriberto ogni mattina voleva i giocatori sulla bilancia. Cento grammi sopra il peso forma? Fioccavano le multe. O scapaccioni, sberle, insulti e pugni. Ad esempio Gianfranco Zigoni racconta: «Una sera, dopo aver giocato in coppa Campioni, Heriberto bussa, entra in camera e mi assesta un pugno sullo stomaco. E urla: “Tua madre è una santa e tu sei un hijo de puta”. Io reagisco e gli chiedo: ma perché? E lui: “Durante la partita il difensore greco che ti marcava è andato due volte all’attacco”». Voleva che i giocatori dormissero all’interno di stanze senza lampadine perché «di notte bisogna dormire». Ed ecco una testimonianza di Sivori: «Sandro Salvadore un giorno prese un ferro dal bagno degli spogliatoi per darlo in testa a Heriberto e fu trattenuto da Luis del Sol. Un altro gli scagliò una sedia nella schiena».

E lui, che parlava poco cosa diceva? «La mia Giuve senza Sivori non piaceva agli Agnelli, ma era una squadra dura, umile e compatta. Sivori? Non era un leader, non lo sapeva o voleva fare». Di un allenatore che si presentò in campo senza fischietto: «Allenare senza fischietto è come andare a caccia senza fucile». Su Giovanni Sacco (protagonista di un tragico incidente d’auto): «Sei buono solo ad ammazzare i vecchi!». E in generale spiegò così la sua filosofia di gioco: «Se sei un campione, puoi allenarti meglio e più degli altri. Se non sei un campione, devi allenarti meglio e più degli altri».

E cos’hanno detto di lui? Marcello Lippi: «Non era amato, era difficile da capire. Lui che era un sergente anche per il cibo: ogni tanto portava tutti gli scapoli a pranzo. E ci abboffava, riempiendoci il piatto e il bicchiere, ma se il giorno dopo pesavi tre etti in più ti faceva fare chilometri di corsa. Ermanno Cristin, il nostro centravanti, dopo quei pranzi prendeva i lassativi per evitare fatiche supplementari. Non era un bel clima». Gianfranco Zigoni: «Non vorrei definirlo un dittatore, ma quasi. Lui voleva sempre vincere e noi calciatori eravamo tutti stronzi. Mi sono preso un esaurimento nervoso. Heriberto mi ha distrutto mentalmente». Sivori: «Eravamo una squadra sempre con i nervi tesi. Sembrava che non dovessimo scendere in campo per giocare, ma per fare a pugni». Ma un ottimo giornalista, Roberto Beccantini, mette le cose a posto: «Heriberto, paraguagio di rigida lavagna, passò per pazzo. Viceversa, era in anticipo su convinzioni e convenzioni». E Sandro Mazzola: «Era un ottimo allenatore, profeta di un calcio moderno, così moderno, il movimiento senza palla, che noi non lo capivamo». Gigi Simoni il più entusiasta: «E stato uno dei più bravi allenatori che ho avuto, un personaggio unico. Era molto tosto, severo, convinto delle sue idee. Non ti dava mai tregua, ma aveva grandi conoscenze calcistiche ed era davvero determinato nel caricare e nel preparare la squadra». Claudio Ranieri: «Da Herrera ho imparato la serietà».

Anche nella vita privata Accaccone e Accacchino erano opposti. Helenio ha avuto tre mogli: Lucienne Léonard, Maria Morilla e Fiora Gandolfi. E ben sette figli. Heriberto, secondo indiscrezioni, ebbe solo un’unica tentazione. S’innamorò della cognata del giocatore Cinesinho. Non si è però mai saputo granché di lui. Quando dall’Inter Heriberto arrivò a Genova, alla Sampdoria, ero ai vertici del quotidiano Il Secolo XIX. Qualcuno mi spifferò che HH2 era convinto che avessi sostenuto io la sua candidatura. Niente di più falso. Sono un fervido genoano, se mai lo avrei spinto verso il Grifone. Eravamo in confidenza , ma mai Accacchino mi disse una sola parola sulla sua vita privata. Heriberto si spense ad Asunciòn il 26 novembre 1996, a 70 anni. Helenio, gravemente malato, si era ritirato a Venezia, città di origine della moglie Fiora. Una morte romantica, seguita con attenzione e anche clamore dai mass media. Di Heriberto, invece, dal giorno in cui aveva deciso di tornare in Paraguay non si era saputo più nulla.

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