C’erano una volta / Ettore Bernabei

Share

A capo di viale Mazzini, il boiardo della Dc disse no ai Beatles, coprì le gemelle Kessler «per non far agitare i mariti» e, dopo averlo voluto, fermò Fo «per rispetto al pubblico»

Ettore Bernabei

(di Cesare Lanza per LaVerità) Ettore Bernabei, c’è bisogno di presentarlo? L’unico dubbio è se questo mitico protagonista del potere (assolutamente democristiano) in Italia sia stato più influente come direttore della Rai, per 14 anni, dal 1960 al 1974, o come leader dell’Italstat, per 17 anni, dal 1974 al 1991. E infine, dopo i 70 anni, inventò e guidò Lux vide, una società di produzioni televisive dai grandi ascolti. L’ho incontrato varie volte, in occasioni pubbliche poco significative. Poi lo intervistai a lungo e rimasi affascinato dalla sua personalità, perentoria e ironica, duttile e persuasiva. Mi aveva ricevuto nel piccolo studio nella sua casa romana, in via Flaminia.

Sono passati molti anni, ma quel colloquio mi è rimasto nella memoria: «Sempre sono stato oggetto di polemiche e di critiche e, quasi sempre, ho scelto di non replicare. Tra le accuse ricorrenti, negli anni Settanta e Ottanta, era in voga quella di “boiardo di Stato”, uno slogan usato, ovviamente, in senso dispregiativo. Mettevo tutto nel conto: chi guida un’azienda pubblica è esposto ad attacchi». Gli dissi che, in Rai, c’era stata un’altra accusa pesante, da molti era considerato un dispotico censore. Mi puntò addosso, con divertimento, i suoi occhi grandi e chiari. E rispose con l’ironia accentuata dall’accento toscano: «Ovvio, mi dicevano che ero un sopraffattore, che decidevo in base a visioni politiche, con discriminazioni faziose. Ma non ho mai fatto favori deteriori ai miei amici. Ero coerente verso la mia parte politica, la Dc. Constato con piacere che oggi, sempre più spesso, si dice e si scrive che quella Rai faceva una buona televisione». Gli dissi che la sua passione politica era incentrata sulla fedeltà ad Amintore Fanfani. «I miei maestri» replicò «sono stati Giorgio La Pira e Fanfani. Politicamente, la stessa cosa. La Pira, come sindaco di Firenze, applicò le visioni, che da sempre aveva: un’architettura cristiana dello Stato. Fece e mantenne alcune promesse: lavoro per i disoccupati, la casa per i senza casa, una chiesa dove pregare. Era una visione poetica e mistica, oltre che pratica». A Fanfani lo presentò La Pira: quando Amintore fu nominato ministro del lavoro e Giorgio divenne il suo sottosegretario, Bernabei fu designato direttore del quotidiano fiorentino Il Giornale del Mattino. L’inizio di una folgorante, stupefacente carriera. «Avevo 30 anni. Mi trovai a fare la campagna elettorale per La Pira sindaco e poi, nel ’56, Fanfani mi chiamò a dirigere Il Popolo, l’organo ufficiale della Dc. E mi trasferii a Roma». Poi, quasi subito, la Rai. A 39 anni, come direttore generale. «Non nascondo che avvertii qualche disagio all’inizio, per l’età e per l’inesperienza. Ma ero molto deciso. Autoritario? Era il 1960,15 anni dopo la fine della guerra e della caduta del fascismo. Non trovai dirigenti democristiani, socialisti, liberali… C’erano tutti i dirigenti della vecchia Eiar fascista. Un po’ strano, no? Dovunque era cambiato tutto, anche alla Fiat, massima azienda del Paese. Alla Rai non era cambiato nulla. E dunque il primo problema fu di assumere personale più giovane e qualificato». E ancora: «Il capo dei programmi era Sergio Pugliese, un bravo scrittore di commedie, volenteroso, ma senza esperienza specifica. Allora la buona tv consisteva nella prosa, nel varietà o nel riprendere, dai teatri, spettacoli concepiti e magari validi per 1.000 spettatori, non certo per le grandi platee televisive». Gli chiesi se fosse vera la leggenda: davvero aveva diretto la Rai, da padre padrone, senza mai firmare un documento? «Non c’era niente di strano. Non esisteva la burocrazia di oggi e, comunque, io non avevo vocazione per le carte e la burocrazia». E come dirigeva? «Andavo a vedere cosa c’era in pentola. La mia preoccupazione era che non ci fosse mai un’offesa per il pubblico. E non si verificavano, di norma, incidenti. Fu per questo scrupolo, di evitare offese al pubblico, per un semplice intervento effettuato allo scopo di non portare offesa ai telespettatori, che nacque lo stop a Dario Fo». Quindi era autoritario? «La mia responsabilità era anche decidere. E decidevo». Chi erano i suoi collaboratori? «Nominai alcuni miei assistenti, tra cui Angelo Guglielmi: intelligente, capiva le cose. La mia televisione poneva dei limiti, affidati al buon senso del padre di famiglia. Ma aveva anche una notevole apertura di vedute. E facemmo trasmissioni di avanguardia, certo non conformiste, come il primo sul legame con Fanfani. «Era un uomo straordinario, un grande percettore di insegnamenti. Prendeva da chicchessia tutto ciò che c’era di valido, di giusto. Era rispettoso delle gerarchie, a volte anche semplicemente di fronte al fattore anagrafico. Ad esempio rispettava La Pira anche perché era più vecchio, sia pure di quattro anni. Fanfani aveva spirito pratico, una forte tendenza a decidere. La Pira era uno studioso, un idealista. Si rivolgeva sempre al futuro, esercitava una funzione profetica…». E come colloca Fanfani nella storia italiana? «Dei grandi uomini politici, in sintesi, si ricordano i momenti cruciali. Alcide De Gasperi, perché vinse le elezioni, decisive, del 1948, contro il fronte comunista. Mi sembra giusto ricordare Fanfani come l’uomo che portò l’Italia al quinto posto tra i Paesi più sviluppati». Quanto alla Rai non c’era una corrente fanfaniana? «Ma no. Cercai di non ripetere l’errore del mio predecessore, Filiberto Guala, che aveva selezionato 30.000 aspiranti dirigenti, poi ridotti a 700, infine a 150. Guala però li mise subito come assistenti dei vecchi direttori e così i vecchi li fecero fuori. E io trovai questi giovani corsari rinchiusi nelle soffitte di via del Babuino: li ripresi e rilanciai, ma non li portai subito al vertice. Aspettai che maturassero». Una ricetta per un buon programma tv? «Semplice, rispettare il pubblico e non plagiarlo, rispettarlo per quello che è e non per quello che si vorrebbe che fosse. Mai scrivere, produrre, creare per sé stessi! E alla larga dai format! Ogni Paese deve rispettare la sua identità». Gli chiesi anche qualcosa dell’Italstat. «Mai avrei pensato di dover occuparmi, in vita mia, di case, strade e ponti. Presi la finanziaria dell’Iri nel settembre del ’74, quando aveva 450 miliardi di fatturato annuo, e la lasciai nel maggio del ’91 a quota 6.000. Ho già detto che mi chiamavano, con ostilità, boiardo di Stato… Ma noi abbiamo avuto i bilanci sempre in utile e non abbiamo fatto pagare una lira a Pantalone». Infine, la Lux vide di cui era molto orgoglioso per i programmi: «La serie su Carlo Magno, la Bibbia con 20 film di 90 minuti ciascuno, Padre Pio…» E per il successo di due dei suoi numerosi figli: «Matilde segue la commercializzazione, Luca la produzione esecutiva». Gli chiesi di indicarmi i migliori programmi. «Per l’informazione, il Tv7 legato a Sergio Zavoli e il Tgi diretto da Fabiano Fabiani, poi L’Odissea, il Leonardo, il Pinocchio, La Cittadella…». I migliori attori? «Alberto Lupo, Gastone Moschin, Gino Cervi». Le attrici? «Silvana Mangano, Irene Papas e le gemelle Kessler, grandissime: impeccabili professioniste».

Bernabei era nato a Firenze il 16 maggio 1921. Si spense a Monte Argentario (Grosseto) il 13 agosto 2016. A 95 anni. Cosa apprezzo maggiormente di lui? Ha utilizzato il potere per migliorare il Paese. Nella sua tv, mai superata per qualità, il servizio pubblico si sentiva: TV7, gli sceneggiati incentrati sui classici. E poi gli Atti degli Apostoli con la regia di Roberto Rossellini e il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. E Alberto Manzi che insegnava a leggere e scrivere agli italiani. La «mamma Rai» di Bernabei ha valorizzato, o inventato, fior di professionisti: Enzo Biagi, Alberto Ronchey, Arrigo Levi, Angelo Guglielmi, Mario Motta, Umberto Eco, Leone Piccioni, Brando Giordani, Angelo Romano, Renzo Arbore, Antonello Falqui. Non vorrei tuttavia santificarlo. Bernabei è anche quello che ha detto dei Beatles: «È inutile trasmettere il loro concerto, di questi ragazzi tra un mese non se ne ricorderà più nessuno!». Era sempre molto schietto, di Eco diceva: «Lo preferivo come autore tv». Su Silvio Berlusconi: «Prego perché possa avere la grazia di perdonare i suoi persecutori e conquistare il rispetto dei suoi avversari». Sui quotidiani: «I grandi giornali padronali, cioè Il Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero, eccetera, sono sempre stati anti democristiani, Stavano con le destre laiche, i repubblicani, iliberali e i circoli finanziari internazionali che li sostengono e che non amano per niente la Chiesa cattolica».

E di lui cosa è stato detto? Giovanni Minoli (marito di sua figlia Matilde): «Bernabei è stato sempre anche l’uomo di raccordo tra Fanfani e Aldo Moro, i due cavalli di razza della Dc. Era “uomo di fiducia” per entrambi: durante il rapimento Moro fu casa Bernabei il luogo di incontri riservati tra Fanfani, Bettino Craxi e Claudio Martelli per immaginare strategie di un’impossibile salvezza. Non ha mai invaso la mia vita privata. Gli ho sempre dato del lei, per tutta la vita». Giuliano Ferrara: «Fu il distillato purissimo del regime democristiano al suo colmo». E Sergio Zavoli: «Ha saputo unire l’Italia con una linea laica». Ma c’era molto veleno. Ad esempio, Giorgio Bocca: «Come per il fox trot, capita di provarne nostalgia solo perché eravamo più giovani». E Sergio Saviane definiva la Rai delle censure di Bernabei: «Uno stabilimento di tosatura delle pecore». Concludo rievocando episodi celebri. Fu lui a coprire le lunghissime gambe delle Kessler con la calzamaglia nera. Anni dopo spiegò: «Dovevamo far sognare senza svelare. La calzamaglia era strategica. Grazie a essa, l’italiano medio dimenticava la cellulite o le gambe storte della moglie, ma gli restava il dubbio su come fossero davvero le gambe delle Kessler. Quindi, poi, tornava sereno dalla moglie cellulitica. La famiglia era salva e le Kessler mandavano gli italiani a dormire tranquilli, gli italiani che poi dovevano votare. Le Veline invece fanno venir voglia di dargli un morso. Ma poiché non c’è nulla da mordere, la gente si arrabbia».

Insomma, mai ammettere di aver censurato: «Negli anni in cui una parte della Dc sosteneva che in Russia i comunisti mangiavano i bambini crudi, io arruolai Dario Fo». Gli chiesi anche perché avesse detto la drastica battuta: «I telespettatori italiani sono 20 milioni di teste di cazzo». Non rispose, ma replicò con un sorrisino furbo, come quello di un bambino.

Share
Share