C’erano una volta / Franco Di Bella

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L’asso dei giornali perse alla roulette delle inchieste

Timoniere da record del «Corriere della Sera», dovette lasciare perché nel 1981 risultò presente nelle liste degli iscritti alla P2

Franco Di Bella

(di Cesare Lanza per LaVerità) Desidero scriverlo subito forte e chiaro: Franco Di Bella è stato un grandissimo giornalista, un caposcuola nel settore cruciale della cronaca, un importante direttore del Corriere della Sera, e fu vittima di una di quelle ondate di giustizialismo che affliggono il nostro Paese, purtroppo in modo ricorrente. La sua fine giornalistica fu determinata dal fatto che il suo nome era inserito nell’elenco degli iscritti alla loggia massonica P2, tutti immediatamente posti sotto processo, con enfasi inaudita e termini odiosamente scandalistici e colpevolizzanti. A distanza di tanti anni, vogliamo finalmente ricordare il detto evangelico «chi è senza peccato scagli la prima pietra»? E vogliamo anche riflettere qualche minuto, chiederci se quelle centinaia di persone esposte alla gogna, e perseguitate come criminali, avessero commesso un pur minimo reato? Come se all’epoca (e presumo anche oggi) non si potesse essere liberi di iscriversi alla massoneria, senza dover affrontare il rischio di essere insultati, diffamati, incalzati da un’indignazione tanto feroce quanto immotivabile. In quell’elenco di centinaia di persone per bene, c’era anche Di Bella. E allora? Era colpevole di qualche reato? No. Era un cattivo direttore? No, anzi ripeto: fu grandissimo, portò il Corriere a tirature record, a una diffusione popolare, insegnò il mestiere a decine e decine di giovani. Per me la linea di discriminazione tra ciò che è lecito e non lo è dev’essere stabilito dalla legge: possibilmente in modo oggettivo e persuasivo, con accuse sostenute da prove indiscutibili. E con una fondamentale linea di giudizio, per la verità utopistica: che la legge sia applicata in modo uguale per tutti, che non sia influenzata da pregiudizi, mass media, lobby di qualsiasi natura.

Concludo la mia arringa chiedendo (e ben sapendo che forse sarò messo in croce, per questo): Di Bella, nella vita privata e nella professione, ebbe comportamenti riprovevoli, anche se non punibili a termini di legge. Commise qualcosa di inaccettabile? A mio parere, no. E in questa ormai lunga rassegna di personaggi che «c’erano una volta», limitata a quelli che ho conosciuto bene, sono felice di poter esprimere liberamente, in questo giornale, le mie opinioni e raccontare le mie esperienze: il giudizio spetta ai lettori.

Non eravamo amici, non ci frequentavamo: se ricordo bene, non siamo stati neanche una volta a pranzo o cena, e si sa che le amicizie, le confidenze, l’intimità si creano e si consolidano a tavola. Però, negli anni Settanta, dirigevo il Corriere d’informazione, che aveva sede al piano superiore al Corriere della Sera, nel celebre palazzo di via Solferino 28. E ogni tanto scendevo le scale per scambiare due chiacchiere, innanzitutto con il mio maestro Pietro Ottone e con eminenti colleghi: una sosta piacevole era quella per un caffè con Di Bella. Al Corriere Franco fu capocronista, poi caporedattore, vicedirettore, infine direttore: era interessante parlare con lui perché si esprimeva in modo sintetico, diretto, concreto. Sempre interessanti, e spesso anche divertenti, le sue valutazioni delle notizie, dei giornalisti, dei politici. Non c’era tra noi confidenza, aveva anche quindici anni più di me, ma ricordo che una volta, in modo affettuoso, mi disse: «Non esagerare con le donne e il gioco d’azzardo, rischiano di occuparti la mente e di distrarti dal lavoro». E così è stato, lo riconosco, nella mia remota giovinezza e anche nella maturità. Ricordo quella frase perché mi fece piacere l’intento altruista, da fratello maggiore. O, forse, da «capo»: erano note le sue sforiate con i suoi cronisti, tanto aggressive quanto al fondo affettuose. Lui pensava che io avessi talento e io avevo rispetto per la sua genialità: ero il giovanissimo direttore di un giornale importante, ma mi sentii orgoglioso di essere trattato come uno dei «suoi», uno del suo gruppo, in redazione. Ricordo che borbottai: «Le tentazioni a volte sono irresistibili». E lui mi batté una mano sulla spalla, scoppiando a ridere: «Lo so e ti capisco. Ma ogni tanto resisti, Cesarone!».

Ricordare ciò che diceva e ciò che altri dicevano di lui sarà utile, a chi non lo abbia conosciuto, per valutare la complessità del personaggio. Comincio da suo figlio, Antonio Di Bella, anche lui giornalista, dirigente eclettico in Rai: «Era un conservatore, un padre esigente e severo. Con lui, era sempre come avere un caporedattore in casa… C’era un rapporto cordiale e conflittuale allo stesso tempo. Ha tolto il doppiopetto al Corriere, ha portato la cronaca nera in prima pagina». Enzo Biagi (maggio 1981): «Licio Gelli, capo della P2, chiese a Di Bella di cacciarmi. Ma ho il dovere di dichiarare che mai un mio articolo ha subito tagli: Di Bella non ha respinto un testo, né sono stato pregato di usare benevolenza o durezza nei confronti di qualcuno». Antonio Padellaro, il giorno della pubblicazione dell’elenco della P2: «Ricordo il mio ingresso al Corriere nella stanza, piena come un uovo di colleghi, che più di qualcosa avevano captato… E con il caporedattore Roberto Martinelli che annuncia al microfono: “Franco, è arrivato adesso Padellaro con gli elenchi”. Di Bella: “Dicci Antonio, di che nomi si tratta?”. Non avevo scelta: se avessi risposto non li ho ancora letti, avrei fatto una storica figura di merda perché nessuno ci avrebbe creduto. Parlai tutto d’un fiato: “Veramente direttore ci sei anche tu”. Dopo tanti anni rammento, nel silenzio interminabile, il ronzio di un ventilatore. Poi, da milioni di chilometri, una voce e tre sole parole: “Bene, scrivete tutto”. E Di Bella lasciò per sempre via Solferino».

La Repubblica, nel giorno, della morte di Di Bella: «Franco Di Bella diventò il sergente di ferro. Quello che spediva i cronisti sul fatto, urlando “Non farti rivedere se non hai la foto!”, quello che inventava etichette storiche come “solista del mitra”, il rapinatore Luciano Lutring. Generazioni di cronisti si sono formati in via Solferino alla scuola di Franco Di Bella: una scuola dura, ruvida, piena di vitalità e allo stesso tempo segnata da automatiche condiscendenze con l’ufficialità. Per Franco Di Bella il tono, la spina dorsale di un giornale, era la cronaca». E più severamente in altra occasione: «Di Bella era capocronista (direttore Giovanni Spadolini) nel 1969, quando scoppiò la rivolta studentesca. Era capocronista quando scoppiò la bomba di piazza Fontana. Il Corriere si distinse per l’acquiescenza alle menzogne ufficiali sulle responsabilità degli anarchici».

Non aveva timore di affermare ciò che pensava, ad esempio ecco cosa disse Franco Di Bella di Giorgio Zicari, un giornalista molto discusso, ex Corriere: «Il più grande cronista italiano dopo Tommaso Besozzi» (Besozzi è rimasto celebre per aver scritto, di fronte alle menzogne delle autorità sulla cattura e l’uccisione del bandito Giuliano: «Di sicuro c’è solo che Salvatore Giuliano è morto»). Di Bella, successore di Ottone alla direzione del Corriere, commentò così l’uscita clamorosa di Indro Montanelli da via Solferino e la fondazione del Giornale: «Indro s’è portato via l’argenteria di famiglia». E il giorno delle dimissioni: «Con il cuore gonfio di amarezza, ma con coscienza serena, me ne vado per evitare ripercussioni sulla testata alla quale ho dedicato trent’anni della mia vita». Tante volte aveva ricordato il primo giorno di lavoro al Corriere della Sera, appena assunto sotto la direzione di Mario Missiroli: «Il primo giorno per l’emozione e la felicità andai nel cesso a piangere…».

Gli rimproverarono spesso di aver fatto un giornale «troppo» popolare, e lui rispondeva: «Lo considero un merito». Ricordo perciò due episodi di questa sua istintiva vocazione per gli argomenti nazionalpopolari. Il primo è quello, famoso, cosiddetto della bistecca in prima pagina. Sotto la direzione di Piero Ottone. Oggi la cosa può apparire futile, ma cinquant’anni fa il Corriere – riferimento obbligato per tutti nella stampa – era paludato, rigido nelle scelte degli argomenti per la prima pagina. Un giorno Di Bella propose di portare in prima pagina l’aumento della carne e Ottone, forse per snobismo e per il suo gusto per l’innovazione, sorrise e acconsentì. Non ci crederete: scandalo! Addirittura di recente mi hanno detto che Giulia Maria Crespi, la prestigiosa e temuta proprietaria, si lamentò: «Ma Piero, cosa fate, cosa avete combinato?». Il secondo episodio fu una scelta sua, di Di Bella, quando divenne direttore. Non ricordo specificamente l’argomento, ma si trattava di un argomento sentimentale, un affare di cuore, scovato tra le centinaia di lettere al giornale. Con la disinvoltura dei tanti giornali femminili che propongono da sempre rubriche su vicende amorose, Franco senza esitare pubblicò in prima pagina. Successo clamoroso. E le tirature del giornale crescevano. A dispetto dei lettori radical chic. E in via Solferino dopo quella pubblicazione piovvero a lungo lettere strazianti di gelosie, innamoramenti, colpi di fulmine, cuori infranti.

Di Bella era nato a Milano il 19 gennaio 1927. Morì, sempre a Milano, il 20 dicembre 1997. Non si era mai ripreso dalla ferita psicologica, la mortificazione per l’uscita dal Corriere, il 13 giugno 1981. Aveva detto alla redazione, congedandosi, che si sentiva «morto dentro». All’epoca si parlò molto della scelta drastica di Ottone, che puntò su Di Bella, maestro di cronaca, e su Gino Palumbo, maestro di sport, per rinnovare il Corriere della Sera e renderlo moderno e incisivo. Tra Palumbo e Di Bella esisteva un’indubbia rivalità: corretta, silenziosa, riservata. Si disse che Ottone preferì Di Bella al Corriere e mandò Palumbo a dirigere il Corriere d’informazione. Forse qualcosa di vero c’era, ma non ho riscontri diretti. Erano due fuoriclasse. Di Bella più realista, equilibrato, Gino più crudo e spericolato, a volte temerario al di fuori dello sport. Memorabile il suo enorme titolo, ad esempio in prima pagina: «I metalmeccanici hanno ragione».

La lista della loggia Propaganda 2 era stata rinvenuta il 17 marzo 1981, durante le perquisizioni nella villa e nella fabbrica di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (Arezzo): 962 nomi, tre ministri, dirigenti dei servizi segreti; ufficiali, alti magistrati, banchieri, imprenditori, parlamentari, giornalisti. Massoni, ma non criminali e neanche colpevoli di qualsivoglia reato.

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