C’erano una volta / Paolo Mantovani

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Il petroliere che non temeva i sequestri: «Io pagai subito»

Era il patron della Samp che conquistò il suo unico scudetto. Mi confidò: «Sono stato rapito ma non l’ho mai raccontato. Andai in banca, ritirai i soldi e in due ore fui libero»

Paolo Mantovani

(di Cesare Lanza per LaVerità) Solo due volte, nel campionato di calcio italiano, fu accettata una rivoluzionaria novità: il sorteggio totale, cioè senza condizioni né restrizioni, per la designazione degli arbitri. Tutte e due le volte lo scudetto fu vinto da due club provinciali, la Sampdoria e il Verona. Due squadre estranee al potere e alla possibilità di incutere subordinazione psicologica, a differenza del triangolo Juventus-Inter-Milan, i club dominanti abituati a disputarsi il primo posto, con rare incursioni della Roma, della Lazio e del Napoli. Il miracolo sampdoriano è giustamente attribuito alle qualità del presidente del club, uno straordinario personaggio, il petroliere Paolo Mantovani. Atipico. Intelligente. Tanto visionario quanto concreto. Decisionista.

Nei miei anni vissuti a Genova ho avuto l’opportunità di conoscerlo bene. E ci sono due episodi – legati ai rapimenti, erano gli anni Settanta e Ottanta – che mi vengono subito in mente e descrivono la straordinarietà del suo temperamento. Una volta ero invitato a pranzo da Mantovani nella sua bella villa di Sant’Ilario. Quando arrivai, lo trovai immerso in una conversazione delicata con Mauro De André, un avvocato famoso, suo amico. Stavano discutendo del rapimento del fratello di Mauro, Fabrizio, il celebre cantautore. Precisamente, dell’entità del riscatto chiesto dai rapitori, per liberare Faber e la moglie Dori Ghezzi. Era l’autunno del 1979, il rapimento durò 116 giorni. All’inizio era stata richiesta una cifra enorme: 2 miliardi. Dissi a Mantovani che avrei aspettato la fine del colloquio in un’altra stanza, ma lui mi rispose: «Resti, sappiamo che lei è una persona corretta, non utilizzerà giornalisticamente ciò che ascolta». Anche Mauro De André non fece obiezioni. A parte il fatto che neanche 40 anni dopo tradirei la parola data, non ricordo retroscena avvincenti. La discussione era incentrata sulla scelta da fare: pagare subito o continuare le trattative. Mantovani era propenso a chiudere subito. In seguito ebbi la conferma che era abituato a decidere rapidamente, e racconterò anche un episodio che mi riguarda.

Quanto ai rapimenti, un’altra volta. Mantovani mi raccontò una storia che tuttora mi sembra inverosimile, ma non osai contraddirlo allora e anche oggi, per rispetto, non mi va di accentuare dubbi e perplessità. Cominciò con l’esprimere ciò che sembrava una semplice opinione: «Non capisco», disse, «perché coloro che sono in grado di farlo non paghino subito, senza trattative, senza storie. La realtà va sempre accettata. I rapitori hanno il coltello dalla parte del manico. E si tratta di salvare la pelle. Senza contare lo stress, lo choc, le sofferenze, sia del rapito, sia delle famiglie». Ne parlammo qualche minuto, poi aggiunse: «Le faccio una confidenza. Per quanto mi riguarda mi sono regolato proprio così. Sono stato rapito e mi sono trovato in un’auto. Ho detto ai rapitori: perché fare il solito casino? Ditemi quanto volete, prendetevi le vostre garanzie, accompagnatemi in banca: prelevo, se posso, quello che volete e la finiamo lì! Senza rischi per voi e senza paura e pericolo per me…». E così fu, mi disse: tutto si concluse in un paio di ore. Diciamolo: oggettivamente, è inverosimile. Gli riversai addosso le domande fondamentali per un giornalista: chi, dove, come, quando, perché. Ma lui non aggiunse una parola. Sia allora, sia adesso la domanda che mi faccio è questa: il rapimento era successo veramente, o era la descrizione di come si sarebbe comportato, nel caso fosse stato rapito?

Anche l’episodio che mi riguarda dà un’indicazione del suo istinto particolare, prendere decisioni drastiche, immediate. Un giorno – era un venerdì – andai a parlargli dei miei problemi editoriali: un settimanale, che si chiamava Buongiorno, con una piccola televisione locale. Gli proposi di diventare mio socio e di contribuire a gestire la società. Mi ascoltò e disse subito: «Mi piace, mi convince. Si può fare.» Potete immaginare la mia felicità: avevo trovato il partner, il riferimento ideale. Mi disse che ci saremmo rivisti dopo una settimana, al ritorno da un suo viaggio di lavoro. Invece, mi telefonò due giorni dopo. Era in un Paese arabo, per acquistare petrolio (la sua specialità) . «La chiamo con urgenza perché non voglio che lei si trovi in difficoltà sulla base di ciò che le avevo promesso. Purtroppo è intervenuto qualcosa che mi induce a rinunciare. L’iniziativa è ottima, ma ci sono altri fattori che mi bloccano. Mi scuso, volevo informarla appena possibile». Non ne parlammo più. Mi chiesi che cosa gli avesse fatto cambiare idea. A quell’epoca aveva qualche problema giudiziario, da cui poi uscì del tutto indenne. Forse non voleva esporsi? O piuttosto pensava di non avere né il tempo né la mente per occuparsi del mio progetto? O forse temeva, appoggiandomi, di urtare il giornale dominante allora e oggi, Il Secolo XIX? Non posso escluderlo, ma direi di no: Mantovani non era uomo da aver timore di qualcosa o di qualcuno.

Sono genoano, ma devo ammettere che la Sampdoria, costruita da Mantovani in pochi anni, è stata una squadra formidabile, rimasta nella storia del calcio. L’allenatore era lo slavo Vujadin Boskov, leggendario per la sua ironia, ostile alle polemiche inutili («Rigore è quando arbitro fischia»). La squadra era incentrata sui cosiddetti «gemelli del gol», il cocco di Mantovani, Roberto Mancini, e Gianluca Vialli. Lo scudetto, meritatissimo, arrivò nel 1991. E c’erano altri campioni formidabili: il portiere Gianluca Pagliuca, il difensore centrale Pietro Vierchowod, il centrocampista Toninho Cerezo… Una squadra che riuscì a prevalere sul fantastico Milan di Paolo Maldini e Franco Baresi, di Marco van Basten e Ruud Gullit: vinse la Supercoppa italiana e arrivò alla finale di Champions league, si arrese solo al Barcellona.

Da quanto ho scritto, è evidente la mia stima per Mantovani. Esagerata? Assolutamente no. E perciò lascio la parola ad altre testimonianze. Il terzino dello scudetto Moreno Mannini: «È stato ed è la Sampdoria. Non ci sarà un altro Paolo Mantovani, e non ci sarà un’altra Sampdoria come quella che lui ha costruito. La Sampdoria riconosciuta nel mondo è quella di Paolo Mantovani». Roberto Mancini: «Il presidente i soldi non li regalava, ma sapeva riconoscere i meriti e li premiava. Si presentò l’emissario della Juventus, la squadra per la quale da ragazzino facevo il tifo. Era convinto che avrei accettato al volo l’offerta di Giampiero Boniperti e ci restò malissimo quando seppe che mi ero già impegnato con la Sampdoria. Mai mi sono pentito di quella scelta… Sono diventato il giocatore con più presenze nella storia della Sampdoria, ho giocato con la maglia blucerchiata per 15 anni e se il presidente non fosse morto probabilmente non me ne sarei mai andato. Insomma sono stato una bandiera. Hanno scritto che Paolo Mantovani per me è stato un secondo padre e che io ero diventato per lui il quinto figlio. C’è del vero, lo dico con rispetto verso mio padre e i suoi figli. A chi mi domanda che cosa aveva di speciale il presidente, rispondo: il rispetto verso tutti. Lo dava e lo chiedeva. Pretendeva da noi calciatori e da tutti coloro che facevano parte della società lavoro, serietà e rispetto delle regole. Per lui l’uomo veniva prima del giocatore. Non alzava mai la voce, ma bastava uno sguardo, quando era scontento, per capire che si doveva cambiare registro. Sapeva essere duro, se necessario, ma aveva slanci di estrema dolcezza. Uno come lui non esisterà più. Forse era più un papà che un datore di lavoro».

Gianluca Vialli: «Per noi aveva sempre tempo, era una guida, un supporto, potevamo discutere di tutto, di calcio certamente ma anche di ragazze (argomento di cui parlavamo sempre volentieri), di sogni e di progetti. Sì perché quando hai 20 anni hai bisogno di sostegno come una barca ha bisogno di un timone e lui era lì, sempre, pronto a dispensare consigli, quelli giusti. Riusciva a esserci per tutti noi, sapeva indirizzarci nelle scelte. Ci sentivamo difesi da quell’uomo forte, dalla presenza importante e all’occorrenza severo». Gianluca Pagliuca: «Mantovani diceva che mi avevano comprato dal cielo perché fui vittima di un incidente stradale nel ’93 e rischiai veramente grosso, rischiai la vita. Mi salvò l’airbag e sicuramente anche il Padreterno perché, avendo visto come era ridotta la macchina, è stato un miracolo essersi salvato».

L’attuale capo degli allenatori, Renzo Ulivieri: «Ho imparato molto da Mantovani: come gestire la squadra, i rapporti con l’ambiente e con i tifosi. Da un certo punto di vista avrei dovuto io pagare.» Toninho Cerezo: «Mantovani è il più grande presidente del mondo».

È rarissima, se non unica, l’unanimità di giudizi tanto affettuosi. Ricordo anche qualche sua battuta. Innanzitutto sulla Sampdoria: «Eravamo specialisti in sofferenze, da tanti anni ormai alla Sampdoria. Ora cerchiamo di specializzarci in gioie». «I tifosi della Sampdoria hanno perso a Wembley e hanno cantato, hanno visto andare via Vialli e hanno cantato. Finché i tifosi della Sampdoria canteranno non ci saranno problemi per il futuro». «L’unica cosa di cui non sono pentito, nella mia vita, è di essere diventato presidente della Sampdoria». «Mancini? Per non vederlo più alla Sampdoria deve succedere qualcosa: o muore; o smetto io; o smette lui. Se non gioca Mancini non vado allo stadio. Non mi diverto».

Morì a soli 63 anni, troppo presto: certamente sarebbe stato protagonista per altri lustri. Era nato a Roma il 9 aprile 1930, si spense a Genova il 14 ottobre 1993. Aveva guidato la Sampdoria per 14 anni, 3 mesi e 11 giorni. I funerali furono spettacolari. Erano presenti 40.000 persone tra cui Beppe Baresi, Ciro Ferrara, Giuseppe Giannini, Beppe Bergomi, naturalmente Roberto Mancini. Per desiderio del presidente la cerimonia funebre avvenne in stile «jazz funeral», giunse appositamente da New Orleans la Heritage hall marching band che suonò What a friend we have in Jesus. Si scrisse che non fu soltanto un funerale, «quel giorno si recitò il de profundis per un calcio a dimensione d’uomo, non ancora sprofondato nell’orgia del business». Era presente anche Aldo Spinelli, presidente del Genoa, con la squadra al completo e centinaia di tifosi genoani, commossi sinceramente nonostante la storica rivalità con la Sampdoria.

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