C’erano una volta / Antonio Bisaglia

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Toni e Mario, morti gemelle che l’acqua ha inghiottito

Il capo dei dc dorotei cadde in mare dallo yacht. Il fratello cercò di far luce sulla sua fine e fu ripescato in un lago. Entrambi dichiarati annegati. Ma la verità non si saprà mai

Da sinistra, Romilda Bollati e Antonio Bisaglia

(di Cesare Lanza per LaVerità) Era ormai, di fatto, il capo dei dorotei, la corrente più forte e influente della Democrazia cristiana. Questo mio ricordo di Antonio Bisaglia sarà incentrato sul capitolo più inquietante della sua storia, quello estremo: la morte. Con una domanda che resta intatta, dopo 34 anni.

Fu vittima di un banale, e incredibile, incidente? O fu assassinato? Prima di arrivare a quel giallo – irrisolto, a giudizio mio e di molti – è opportuno ricordare chi furono i dorotei. Molti miei coetanei, stanchi dell’indomabile superiorità elettorale dello scudocrociato – che governò l’Italia per 50 anni usavano dire, con sarcasmo: moriremo democristiani? Più precisamente, ci si poteva chiedere: moriremo tutti dorotei? Perché è il doroteismo il connotato politico della storia italiana della seconda parte del secolo scorso: fino al 1992, cioè fino all’irruzione in scena dei magistrati di Mani pulite.

Posso anticipare che detestavo e ammiravo i dorotei; equilibrati, misurati; centrali, né di destra né di sinistra. Moderati e mediatori. Esattamente ciò che proprio non mi piace, nella vita. Preferisco le diversità, i contrasti, le trasgressioni, le impulsività, perfino le capricciosità. Moriremo democristiani e dorotei? Ma per carità… pensavo anch’io, una volta. Oggi, però, di fronte allo scempio politico di questi anni, più di una volta mi è venuto da pensare (e non scherzo!) di riflettere: magari ci fossero ancora le sicurezze dei dorotei!

Ribadisco: parliamo di una delle correnti politiche più rilevanti della Democrazia cristiana. Prese il nome da un convento di Roma dedicato a Santa Dorotea, nel quale alcuni leader del partito si riunirono nel 1959. Pensate: non c’erano correnti ufficiali nella scena, all’epoca. Però c’erano, eccome, rivalità e divisioni. Il nodo cruciale partiva da lontano: Amintore Fanfani aveva fatto fuori Alcide De Gasperi e aveva imposto alla De una linea autoritaria, accolta con insofferenza dagli altri uomini di spicco dc: Aldo Moro, Giulio Andreotti, Flaminio Piccoli, Mariano Rumor, Carlo Donat Cattin. I dissenzienti si radunarono nel convento delle suore di Santa Dorotea, la convergenza fu che dovevano essere accettate le dimissioni di Fanfani. Fu una svolta storica : successivamente molti andarono per la loro strada, con una «loro» corrente e a guidare i dorotei restarono Rumor e Piccoli. Bisaglia era il devoto delfino di Rumor.

Per tradizione e cultura politica, l’area dorotea da allora in poi ha sempre rappresentato la centralità moderata della Dc, attestandosi su posizioni rigorosamente anticomuniste, attente alle ragioni delle gerarchie ecclesiastiche e del mondo industriale.

Nei lunghi anni di attività politica e di governo della cosiddetta Balena bianca (copyright Giampaolo Pansa), la corrente dorotea ha affrontato trasformazioni, scissioni e contrasti al proprio interno. Tuttavia il doroteismo ha rappresentato un approccio, prima di tutto politico e culturale, sempre largamente presente all’interno del partito. La rottura, come ho ricordato, era nata nei giorni di vigilia del Consiglio nazionale del 1959: si formò una maggioranza determinata a stoppare Fanfani, rimuovendolo dalla segreteria, e accantonando la linea politica di apertura a sinistra.

La linea politica che i dorotei dettarono al partito e con la quale si presentarono al settimo congresso nazionale di Firenze nel 1959 era nettamente opposta a quella di Fanfani: espressa con la fiducia al governo Segni (almeno finché i voti missini non fossero divenuti determinanti) e chiusura per il momento all’ipotesi di accordo con il Psi. Questa, in sintesi, fu la svolta epocale. E da quel giorno cominciò la crescita impalpabile e inesorabile di Bisaglia, nel Veneto: in ruoli tanto oscuri e laterali, quanto preziosi per la tessitura di accordi e per la raccolta di voti, al servizio di Rumor.

Subito dopo le scuole elementari, Antonio detto Toni aveva intrapreso la strada per il sacerdozio, nel seminario vescovile di Rovigo, abbandonato nel 1945, quando inizia il liceo classico e si iscrive alla Democrazia cristiana. In famiglia c’era già un fratello prete, Mario, che ritroveremo più avanti, come protagonista nelle nebulose vicende delle frettolose indagini sulla morte di Antonio. All’università frequenta senza successo giurisprudenza, mentre si distingue subito in politica. Nel 1951 è consigliere nazionale del movimento giovanile. E già l’anno dopo si schiera al servizio di Rumor, dominus in Veneto, tra i personaggi di maggior rilievo della seconda generazione democristiana.

1955: diventa presidente della Cassa mutua provinciale dei coltivatori diretti. La Coldiretti sarà il maggior supporto della sua ascesa politica. 1956: consigliere provinciale di Rovigo e capogruppo dc. 1963: con 35.000 voti entra in Parlamento. 1968: Bisaglia ha solo 37 anni e viene nominato da Rumor sottosegretario alla presidenza del Consiglio. 1979: eletto senatore nel collegio di Bassano del Grappa e confermato alle successive elezioni del 1983. Dal 1972 svolge incarichi di governo per circa 8 anni. 1974: ministro dell’Agricoltura per alcuni mesi nel quinto governo Rumor. Novembre 1974: ministro delle Partecipazioni statali nel 4° e 5° governo Moro e nel 3°,4° e 5° governo Andreotti. Agosto 1979: ministro dell’Industria nel 1° e 2° governo Cossiga e nel successivo governo Forlani.

Bisaglia, in Veneto, si era anche proposto come promotore di alcune istanze autonomiste, sia per quanto riguarda un’ipotetica riforma federale, sia per una riorganizzazione della Dc veneta sul modello bavarese. Era un «prete» accorto, sommesso e misurato nell’organizzazione, ma intelligente e moderno, all’avanguardia, nelle strategie. Già alla fine degli anni Settanta aveva programmato uno sviluppo pianificato per il Veneto ed il suo Polesine. Il Veneto è sempre stato al centro dei pensieri di Antonio Bisaglia, che vedeva nella sua terra un alto potenziale, rispetto alle altre regioni italiane.

Quando lo conobbi e lo frequentai – primi anni Ottanta – era già un capo rispettato, stimato e temuto. E sosteneva senza chiasso l’ostilità di big come Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita. Bisaglia aveva una visione del tutto diversa da quella di Fanfani (troppo personale, quasi dittatoriale) per la gestione del partito. In poche parole, nel fiore degli anni era ormai un gigante, al culmine della sua ascesa: tra i cinque democristiani di maggior spessore, potente e silenzioso. Scomodo.

E così arriviamo al giorno improvviso, e tuttora misterioso, della sua morte. Il 24 giugno 1984, a Santa Margherita Ligure. A soli 57 anni! L’anno prima, nel 1983, l’ex aspirante sacerdote, dalla vita privata riservatissima, aveva sposato una celebre nobildonna, Romilda Bollati di Saint Pierre: ricca, colta, snob, di comportamenti raffinati e aristocratici. Bisaglia cadde dal panfilo Rosalù, di proprietà della moglie, in seguito a un’onda anomala che lo avrebbe investito mentre navigava nel golfo. Secondo le testimonianze dei presenti, Bisaglia rotolò giù dallo yacht su cui, pare , dopo aver pranzato, si fosse sdraiato a leggere il giornale in una serena giornata di sole. Finì in mare, forse non sapeva nuotare, annegò immediatamente. Nessuna delle sette persone che erano con lui si accorse della caduta del senatore. (Ma chi erano queste persone? Dalle cronache e dalle ricostruzioni, non è chiaro). E poi Bisaglia non era su una piccola barca, ma su un veliero di 22 metri… Inoltre: secondo alcuni amici era un esperto nuotatore, mentre per altri non sapeva assolutamente nuotare. Dove sta la verità?

Francesco Cossiga, allora ministro degli Interni, si precipitò all’ospedale di Santa Margherita, dove Bisaglia, subito ripescato, era stato portato, senza vita. Non fu eseguita l’autopsia, prevista per legge, e la stessa sera la bara fu trasferita a Genova e poi a Roma, con un volo militare. In acqua oltre al cadavere, fu ritrovata anche l’asta della bandiera dell’imbarcazione e sulla fronte di Bisaglia era chiaramente visibile una ferita. In molti iniziarono a pensare che si trattasse dell’arma di un delitto premeditato. Nonostante tutte queste incongruenze i magistrati di Chiavari stabilirono che la morte di Bisaglia era avvenuta per disgrazia. La ricerca della verità finì in tragedia.

Il fratello Mario Bisaglia era fortemente convinto della pista dell’omicidio e fin da subito si mobilitò per cercare di capire cosa accadde veramente. Mario però non ebbe mai il tempo di dire al mondo cosa aveva scoperto. Il 17 agosto 1992 fu ritrovato cadavere nel lago di Cadore con le tasche piene di sassi. Secondo gli inquirenti Mario qualche giorno prima era partito da Rovigo per Calalzo per incontrarsi con due giornalisti: Daniele Vimercati del Giornale e Carlo Brambilla dell’Unità (forse voleva raccontare cosa aveva scoperto sulla morte del fratello?). Altri sostengono che don Mario riuscì ad ottenere in confessionale delle informazioni decisive sulla morte di Toni e che aveva intenzione di incontrare il Papa per sciogliere il vincolo del segreto confessionale. L’autopsia non riscontrò presenza di acqua nei polmoni.

La vedova di Bisaglia, Romilda, commentò così i dubbi sulla morte del cognato don Mario: «Mi sembrano parte di un gioco oscuro nel quale non voglio entrare. Non intendo occuparmi di politica». Una freddezza, a mio giudizio opinabilissimo, poco apprezzabile.

Un’altra romanzesca curiosità: anche Gino Mazzolato, ex cassiere della Dc polesana, morì in circostanze simili. Era molto vicino a Bisaglia, fu coinvolto in Tangentopoli. Venne ritrovato annegato nel fiume Adige.

Romilda, in anni successivi, dichiarò: «Del Bisaglia politico ho sempre saputo poco. Toni non me ne ha mai parlato. Se solo avessi potuto immaginare il dolore e le persecuzioni seguite alla sua scomparsa forse, in tutta onestà, non mi sarei unita a lui. Per essere stata vicina a Toni solo per affetto e per poco tempo, sto pagando un prezzo che non ha confronti e che ricade, inevitabilmente, sulla mia famiglia».

Il giallo – perché di giallo si può parlare avrebbe acceso, per i tanti romanzeschi aspetti, la fantasia di un’Agatha Christie. Non escludo ricostruzioni letterarie e cinematografiche, ma la vicenda giudiziaria resterà sepolta nel mistero. Una verità indiscutibile non sarà mai accertata.

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