C’erano una volta / Mike Bongiorno

Share

Tale e quale rispetto a come appariva in video. Le mie opinioni su di lui erano (e sono rimaste) contraddittorie. Perché preferisco da sempre il talento ingovernabile

Mike Bongiorno

(di Cesare Lanza per LaVerità) Di Mike Bongiorno ricordo soprattutto che mi invitò a pranzo un paio di volte alla fine degli anni Settanta. Silvio Berlusconi lo aveva ingaggiato – ufficiosamente – come un consulente magistrale per l’edificazione dei suoi progetti televisivi. All’epoca si era ancora fermi a Telemilano, i trionfi di Canale 5 e delle altre due reti, Retequattro e Italia 1, erano di là da venire! Il Cav aveva una certa stima e anche simpatia (pienamente ricambiate) per me e mi aveva proposto di insediarmi come coordinatore di ciò che esisteva e dei suoi coinvolgenti disegni. Alla fine rifiutai, sconcertato dalla personalità dirompente di Silvio.

Mike non aveva il compito di formularmi una proposta precisa e concreta. Certamente, però, era stato incaricato di illustrarmi i programmi, secondo l’intuizione, imprenditorialmente geniale, di Berlusconi, nutrita e incoraggiata dall’esperienza e dai successi del popolarissimo conduttore.

Ovviamente, conoscevo bene Bongiorno, famoso da almeno cinque lustri; lo avevo incontrato in conferenze stampa e in altre superficiali occasioni. Ma era la prima volta che mi trovavo di fronte a lui a tu per tu, per un colloquio privato, personale. Ricordo che la mia prima impressione fu di una notevole sorpresa, incluso un piacevole divertimento. Perché mi sembrò di essere un interlocutore di Mike in uno dei suoi programmi televisivi. Bongiorno era tale e quale, rispetto a come appariva in video. Nel linguaggio, nella inconfondibile pronuncia, nei comportamenti sempre positivi, nella semplicità e nella chiarezza. Uno spettacolo! Ma non era un quiz. Era l’illustrazione di una prospettiva di lavoro affascinante. Berlusconi pensava in grande e Mike, che aveva realizzato in Italia il sogno americano, era ottimista nel midollo. Si trattava di fondare qualcosa di gigantesco, una televisione da affiancare alla Rai e, chissà, in futuro, di misurarsi con essa ad armi pari e di provare anche a batterla. Con due principi ispiratori essenziali. Il primo: il monopolio della Rai era ingiusto e illiberale; il secondo, la Rai dominava, in quel regime di monopolio, ma non svolgeva bene il suo ruolo. C’erano dunque spazi enormi per far meglio nell’intrattenimento, nei dibattiti, nello sport (di giornalismo allora non si parlava, per timore di immediate reazioni politiche).

Mi è chiaro, oggi, che la mia carriera e la mia vita sarebbero profondamente cambiate, in meglio o in peggio non posso dire, se avessi accettato (resistendovi, però!) di far parte del primitivo gruppo di lavoro di Sua Emittenza, che non aveva neanche lanciato il suo primo slogan di successo («Corri a casa in tutta fretta / c’è il Biscione che ti aspetta»). Non indulgo a nessun rimpianto, nessun commento, nessuna elucubrazione. Mi sembra corretto invece dirvi che le mie opinioni su Mike Bongiorno erano (e sono rimaste) complesse e contraddittorie.

Lo ammiravo, in primo luogo, infinitamente. Come si può non stimare, e ammirare, un professionista di tale perfezione? E tuttavia la mia perplessità riguardava proprio la perfezione della sua professionalità. Preferisco da sempre l’estrosità, il talento ingovernabile e indisciplinato, le trasgressioni fuori dalle regole. In ogni situazione. Non c’entra nulla, ma – per spiegarmi meglio – è una perplessità simile a quella che ho espresso qualche volta sull’ineccepibile comportamento professionale di Ferruccio de Bortoli. E sono convinto che, come Ferruccio al di là del giornalismo, così anche Mike avrebbe avuto successo in qualsiasi mestiere. Insomma: professionisti si nasce e super professionisti ci si perfeziona, giorno dopo giorno.

Altra cosa che non mi convinceva (e non mi convince) del grande Mike è la sua fedeltà rigorosa alla formula dei programmi in cui ha avuto successo: il quiz. In televisione mi piacciono quelli che rischiano, cambiano, inventano. Un nome per tutti, Paolo Bonolis. E non è solo una questione di talento. È anche questione di disponibilità, che molti campioni della tv – timorosi – non offrono mai, mai propensi a cambiare genere: si rinserrano nel fortino del successo acquisito e ripetitivo. Un nome per tutti, Aldo Biscardi, che ha fatto e rifatto il Processo calcistico, fino alla fine dei suoi giorni. E c’è anche chi Carlo Conti è il più famoso – si presta a qualsiasi esigenza di palinsesto o di emergenza e perciò, insieme con altri meriti,è considerato aziendalmente prezioso. Vero è, comunque, che Mike oltre ai vari quiz (da Lascia o raddoppia a Rischiatutto) ha condotto la bellezza di undici festival di Sanremo, un numero inferiore solo a quello, record, del suo grande rivale, Pippo Baudo.

Come succedeva a mezza Italia, anch’io ero molto divertito per le ricorrenti, clamorose gaffe di Bongiorno. Resta il mistero: erano spontanee e sincere, o il professionista/perfezionista presentatore le studiava a tavolino e poi fingeva che fossero casuali? Gioverà ricordarne alcune. Rivolgendosi a una concorrente, una volta, chiedeva informazioni sul marito, per poi essere informato dalla donna ch’era vedova. E ancora, con il suo accento inconfondibile: «Ma cos’è quella cosa lì che ti pende in mezzo alle gambe?», a un concorrente che indossava una vistosa cintura. E ancora: «Abbiamo Romina Power che ce la fa vedere»,disse introducendo un filmato.

Mistero nel mistero, non si è mai accertata la verità sulla sua gaffe più famosa. Forse, una leggenda metropolitana costruita su un episodio mai avvenuto: durante una puntata del telequiz Rischiatutto, la campionessa in carica Giuliana Longari avrebbe sbagliato la risposta a una domanda di carattere ornitologico. E il commento di Bongiorno sarebbe stato: «Ahi! ahi! ahi! Signora Longari, lei mi è caduta sull’uccello!». Un episodio mai smentito dai due protagonisti. Ma non è mai stato trovato il video della fantomatica gaffe.

E poi gli errori di lettura? Eccone due, gustosi: «Ma chi sarà questo signor Paoli VI del quale non ho mai sentito parlare?», si chiese leggendo una domanda, in cui si citava in realtà papa Paolo VI. E «Pio ics», leggendo il nome di papa Pio X.

E ancora: «Abbiamo qui Sharon Rampin… sei inglese?». «No, sono veneta, Rampin». Nei doppi sensi ci cascava con tutte le scarpe. A La ruota della fortuna, una volta rimproverò il giudice Davide Tortorella (alludendo al gioco delle carte…): «Lo so che sei dietro a quel bancone, a farti i solitari». Un ultimo episodio, a Rischiatutto: Enzo Bottesini, in gara, cameraman specializzato in riprese subacquee, gli disse: «Mike, so che lei è un sub eccezionale». E lui replicò: «No, sono un sub normale». Sulla sua irresistibile normalità Umberto Eco addirittura scrisse un libello (sopravvalutato) sulla Fenomenologia di Mike Bongiorno.

Michael Nicholas Salvatore Bongiorno era nato a New York il 26 maggio 1924, figlio di Enrica Carello, che apparteneva a una buona famiglia borghese di Torino, e di Philip Bongiorno, un avvocato di successo. Sulla vita e i trionfi di Mike sono stati scritti migliaia di articoli e lui stesso ha pubblicato  una sua autobiografia: dunque ricordo, al volo, solo ciò che mi ha colpito. Nel 1929, dopo il crollo di Wall Street, e il divorzio dei genitori, Mike – un barnbino di cinque anni – con la madre arriva in Italia ed è accolto nella casa di alcuni zii, a Torino. Studia fino al liceo classico. Nella seconda guerra mondiale si unisce ai partigiani, nel 1944 è arrestato dalla Gestapo: per sette mesi in carcere a Milano, a San Vittore (dove conosce Indro Montanelli), poi in campi di concentramento in Germania. Nel 1945 è liberato grazie a uno scambio di prigionieri tedeschi con quelli di passaporto americano. Torna e vive per sette anni negli Stati Uniti, con piccole esperienze radiofoniche e in giornalismo. Nel 1952 il ritorno definitivo in Italia, gli esordi in tv: il debutto è modesto, con interviste a passeggeri in transito all’aeroporto di Roma, nel programma Arrivi e partenze, regia di Antonello Falqui. Ma il botto arriva presto: alla radio con II motivo in maschera, i concorrenti invitati a indovinare il titolo esatto di musiche deformate dal maestro Lelio Luttazzi. Un successo in radio strepitoso, ma in televisione ancora più grande, con una trasmissione che ha fatto epoca: Lascia o raddoppia, in cui i concorrenti – se indovinavano le risposte esatte – potevano andare avanti, raddoppiando il premio, oppure ritirarsi, ovvero «lasciare», accontentandosi del bottino già vinto. I televisori nelle case erano pochi, i cinematografi sospendevano la programmazione dei film e trasmettevano Lascia o raddoppia. I lettori miei coetanei certamente ricordano alcuni personaggi resi popolarissimi da quel quiz indimenticabile. Tra i tanti, il dandy Gianluigi Marianini, in scena sempre elegantissimo, col farfallino, e le due esuberanti, e fisicamente maggiorate, Paola Bolognani e Maria Luisa Garoppo. Campanile sera, Giochi in famiglia, Ferma la musica, Scommettiamo sono titoli, più o meno memorabili, dei programmi in Rai. Nel 1982 il passaggio ufficiale in Fininvest. Il motivo? Oltre al feeling con Berlusconi, i sontuosi compensi: «In Rai, in un anno, al massimo arrivai a 28 milioni, con Silvio i milioni erano centinaia», ha ricordato in un’intervista. In Mediaset i suoi programmi più noti sono stati Telemike e La ruota della fortuna, con vallette destinate a imporsi: Paola Barale, la prediletta Miriana Trevisan, Antonella Elia. L’elenco di straordinarie vallette è lungo, da Edy Campagnoli a Sabina Ciuffini, Paola Manfrin, Patricia Buffon.

Nella vita privata Mike fu meno ordinato e rigoroso. Oltre a vari e chiassosi amori (Flora Lillo, Vanna Brosio…), addirittura tre mogli. In America la cantante lirica Rosalia Maresca, cara alla famiglia Kennedy: nozze nulle dopo quattro anni perché lei non voleva figli. A Parigi, matrimonio con la giornalista Annarita Torsello, separazione burrascosa dopo solo due anni. A Londra infine, nel 1972, il legame matrimoniale – con Daniela Zuccoli – che durò fino alla fine dei suoi giorni. Con tre figli. Mike si spense a Montecarlo, a 85 anni, l’8 settembre 2009, per infarto: Daniela gli era vicina. Il Consiglio dei ministri decise che fossero celebrati i funerali di Stato. A Milano, in Duomo. In chiesa e in piazza erano presenti 10.000 persone. Fiorello, sul sagrato, lo ricordò con commozione, imitando la sua voce disse: «Hai visto? A me hanno dato il Duomo, a Pippo Baudo mica glielo avrebbero dato!»

Share
Share