C’erano una volta / Raul Gardini

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Il Corsaro stava per sparare al corteggiatore della moglie

Negli anni Ottanta, e fino al colpo di pistola alla tempia nel 1993, fu un protagonista. Pronto a tutto per amore di Idina, sfidava solo sé stesso. La sua morte resta un mistero

Raul Gardini

(di Cesare Lanza per LaVerità) Ho incontrato Raul Gardini a metà degli anni Ottanta. Era un gran brutto periodo, per me. Avevo accettato non solo di dirigere II Lavoro, il giornale genovese di storica tradizione socialista (Sandro Pertini lo aveva diretto per 23 anni): macché, purtroppo per me, avevo anche sciaguratamente accettato di figurare come azionista e responsabile editoriale. Mi trovai di fronte a debiti insostenibili, in un’azienda con 100 dipendenti, senza significativi introiti pubblicitari e in grave ritardo con le moderne tecnologie. E per di più Pertini, in quegli anni (dal 1978) presidente della Repubblica, mi telefonava spesso per dirmi di non tagliare il personale («sono tutti vecchi compagni leali e affezionati alla testata»: era vero, verissimo, però…). Mi rovinai economicamente, ogni giorno per tre anni affrontai difficoltà e guai, ansie e problemi. Colpa,naturalmente, della mia esuberante impulsività e di una certa, non giustificabile, sventatezza giovanile.

Nel pieno della bufera, cominciai il giro delle sette chiese, alla ricerca di un acquirente di primaria importanza: volevo lasciare in acque tranquille quel piccolo e meraviglioso giornale, a cui ero molto affezionato. Finì invece che, alcuni anni dopo la mia uscita, paradossalmente l’ex gloriosa testata del partito socialista fu rilevata dal gruppo L’Espresso-LaRepublica, guidato da Eugenio Scalfari, ovvero dall’uomo che più di ogni altro detestava Bettino Craxi e il garofano. Così va il mondo…

Chiesi a Gardini un appuntamento e lo ottenni con facilità. Non lo conoscevo. Ci vedemmo a Genova, in un ufficio delle sue molteplici aziende. Con lui c’era un suo fidato collaboratore, che restò in piedi per tutto il tempo e non disse una sola parola. L’inizio fu disastroso, per colpa mia ma anche per una sua reazione imprevedibile. Gli dissi che ero felice di conoscere l’uomo alla guida di un gruppo che ormai era giunto al secondo posto nella scena nazionale dell’economia e della finanza. Il sorriso sparì immediatamente dal volto di Gardini. Con un gesto di cortesia mi invitò ad accomodarmi in una poltrona, ma con un tono schietto e brusco replicò: «Al secondo posto? E perché?». Mormorai: «Beh, la Fiat… Gli Agnelli…». Rispose seccamente: «Noi non siamo e comunque non ci sentiamo secondi a nessuno». Ci fu un attimo di imbarazzante silenzio, poi proseguì: «Comunque non importa, almeno in questa occasione. Mi dica il motivo della sua visita».

Era asciutto, essenziale. Pensai che ormai l’incontro era partito male, ma con pazienza cercai di attrarre il suo interesse. Ci riuscii, probabilmente perché era un uomo molto curioso. Mi fece molte domande; i costi e i ricavi, la rivalità con il giornale assolutamente dominante a Genova, Il Secolo XIX, le possibilità concrete di sviluppo. Ero colpito dalla sicurezza con cui si esprimeva e, anche, dall’acume di alcune domande. Ebbi subito la sensazione di trovarmi di fronte a un protagonista, a un vero leader, però atipico per la vita italiana: pieno di passione nel cuore e di totale, orgogliosa indipendenza nel cervello. Mi accorgevo che gli stavo diventando, almeno un po’, simpatico: cercavo di trovare un filo conduttore per la conversazione. Chissà! Forse si compiaceva della possibilità di acquisire e gestire, con un piccolo investimento (rispetto alle centinaia di miliardi in cui nuotava ogni giorno) un giornale minuscolo, ma interessante per le sue origini e la vicinanza ai socialisti, centrali, in quegli anni, nella vita politica? Ma poi Gardini mi gelò con alcune battute taglienti: disprezzava la politica e tutti i partiti; non aveva simpatia per i giornalisti. In seguito, durante lo svolgimento di indagini e processi, si scoprì che tutti i partiti, solo i radicali esclusi, erano finanziati con fiumi di miliardi di lire; e anche che molti giornalisti erano a libro paga, anche se i nomi non sono mai stati resi pubblici.

Qualche anno fa ho letto una frase che gli è stata attribuita e che non solo descrive molto bene la sua personalità, ma riassume anche alcune cose che mi disse, in quel colloquio per me memorabile. Ecco qui, testualmente: «Le sfide le ho sempre fatte con me stesso. Non sono uno sbandieratore. Sono un convinto assertore delle mie opinioni, ma non mi sono mai accalorato per dire che avevo fatto questo o quello, mi sono sempre accalorato per dire che avrei fatto la tal cosa. Quello che ho già raggiunto, tutto sommato, lo considero un atto dovuto verso me stesso. Questo è uno dei motivi per cui mi siedo volentieri con la gente e la gente si siede volentieri con me, senza tante presentazioni e cerimonie…».

Alla fine gli dissi: «Non credo di essere molto bravo come venditore e penso che lei abbia già ben valutato i vantaggi e gli svantaggi dell’operazione». «Non del tutto», rispose sorridendo, «ma le farò avere presto la mia risposta».

Gardini non acquistò Il Lavoro, tuttavia le modalità del suo rifiuto mi appaiono ancor oggi – più di 30 anni dopo strabilianti. Perché mi arrivò una sua lunga lettera – quattro foglietti scritti a mano – in cui mi spiegava minuziosamente le ragioni della sua decisione negativa. La conservo ancora, quella lettera. I motivi fondamentali erano che voleva concentrarsi su problemi importanti che lo assillavano e gli occupavano la mente e la giornata; e poi la previsione che l’acquisto sarebbe stato interpretato come un atto strategico, sul piano politico, cosa che poteva complicare e danneggiare i suoi affari.

L’aspetto strabiliante sta nella scelta di scrivermi e di darmi motivazioni appropriate: vi è mai capitato che un affare delicato sia stato risolto dai vostri interlocutori, con una lettera? A me no, mai: né prima né dopo.

Una cosa è certa: Raul Gardini era un personaggio – è stato anzi negli anni Ottanta e fino al suicidio, nel luglio 1993, un protagonista di primissima fila – completamente diverso da qualsiasi altro. E il punto è che, a conclusione di questi ricordi, dovrò darvi la mia opinione su una domanda inevitabile: si suicidò o fu assassinato? Vi anticipo la risposta: sul piano psicologico, tutte e due le ipotesi sono ugualmente convincenti. E vi riferisco – sulla sua atipicità la testimonianza di un amico di Gardini, certamente vera, ma al limite della credibilità.

Avevano chiamato Raul prima il Contadino, per le origini agricole, e poi il Corsaro, per le scorribande in Borsa: «Il denaro si trova sempre, è in Borsa, basta saperlo prendere», diceva. Tra i suoi hobby, si sa che la caccia era quello preferito. Una sera si trova, con parenti e amici, in una cena alla vigilia di una seduta di caccia. Raul è stanco, va a letto presto. Ma dalla finestra aperta ascolta alcune battute, invadenti e melliflue, di un suo collaboratore – non posso farne il nome – nei riguardi della moglie, Idina. Gardini è geloso, innamorato della moglie, sono legati da quando erano ragazzi, Idina aveva appena 14 anni e Raul la conquistò con una serie di tuffi «ad angelo». Perciò si infuria e il mio amico – questo è il suo racconto confidenziale si accorge durante la caccia che Gardini sta puntando il fucile sul temerario corteggiatore. Il Corsaro è famoso per avere una mira infallibile, l’amico fa appena in tempo a deviare l’impropria, tentata esecuzione. Il molestatore fu colpito appena di striscio. È l’ennesima conferma che Gardini era un uomo pronto a tutto. E resta dunque l’interrogativo: la sua vita si conclude il 23 luglio 1993, a 60 anni appena compiuti (era nato a Ravenna il 7 giugno 1933), con un suicidio, secondo le indagini ufficiali, o con un omicidio, secondo i dubbi di molti commentatori?

Non ho né notizie né indiscrezioni dagli inquirenti. Sul piano psicologico il suicidio è convincente perché le indagini di Tangentopoli, condotte da Antonio Di Pietro, stavano per concludersi e portarlo in carcere. Gardini non sopportava l’idea di finire in prigione ed era molto turbato dal suicidio in carcere, tre giorni prima, del suo rivale Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni. Ma

anche l’ipotesi dell’omicidio è valida: vero che il Contadino non accettava di essere sconfitto, ma aveva ancora molte carte in mano per battersi; era un personaggio scomodo, in grado di fare rivelazioni clamorose e dare indirizzi nuovi alle inchieste.

Raul aveva studiato da perito agrario (poi ebbe una laurea honoris causa), figlio di una famiglia molto ricca: i genitori Bruna e Ivan possedevano centinaia di ettari di terreno, nel litorale tra Ravenna e il Veneto. La sua ascesa cominciò dopo il matrimonio con Idina, figlia di Serafino Ferruzzi, uno degli uomini più ricchi nell’Italia di quel tempo. Compra l’Eridania, poi la francese Beghin-Say, diventa il dominus nella produzione dello zucchero. Negli anni Ottanta scala la Montedison, 14.000 miliardi di fatturato e 22.000 dipendenti: nel 1987 ne diventa presidente.

Due anni dopo unisce Montedison a Enichem, fondando Enimont: da lì cominciano tutti i guai, suoi e della Ferruzzi. Crisi finanziaria, storie di colossali tangenti mai del tutto chiarite, estromissione dell’azienda di famiglia. Trionfi consolatori con il Moro di Venezia in prestigiose competizioni internazionali di vela (a caro prezzo, 200-300 miliardi l’investimento di Montedison). Nel 1993 la fine dell’epopea. Dopo la morte del marito, Idina si fece suora, nelle carmelitane. Subito prima, e ancor più dopo il suicidio, addosso a Gardini piovvero accuse pesanti, da cui non poteva più difendersi. Ma, per quanto mi riguarda, resto un ammiratore del suo talento, del coraggio e del suo orgoglio. Penso che molte «verità» andrebbero riviste. Forse ci si arriverà. Qualche anno fa con il mio amico Gigi Moncalvo progettavamo di organizzare tre giorni di dibattito, per rivalutare la sua figura. La famiglia mi fece sapere che preferiva il silenzio.

Nel 1987 rividi Gardini per l’ultima volta all’hotel Pierre, a New York: per il matrimonio di sua figlia. Cerimonia intima, ristretta a parenti e pochi amici. Non ero invitato, ma anch’io alloggiavo lì. Ci salutammo con simpatia, ero già uscito – desolato – da II Lavoro, Raul invece era all’apice: gli dissi che rimpiangevo ciò che poteva essere, ma non era stato.

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