C’erano una volta / Rino Gaetano

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Un genio morto 36 anni fa racconta l’Italia di oggi

Il segreto della longevità del giovane cantautore che perse la vita in un incidente: saper unire un’impareggiabile ironia a una graffiante satira politica e sociale

Rino Gaetano

(di Cesare Lanza per LaVerità) Rino Gaetano? I lettori sanno che non nascondo le mie simpatie e antipatie. Per questo straordinario cantante, dire simpatia sarebbe dir poco, sarebbe limitativo. Direi ammirazione, stima, affetto profondo, sgomento per la sua tragica morte: a soli 30 anni, a Roma, per un incidente stradale, come 20 anni prima Fred Buscaglione, che era un po’ più anziano di lui (38 anni).

Rino Gaetano era calabrese come me, lui di Crotone, io di Cosenza. In molti aspetti della sua vita, superficiali e no, mi identificavo: il piacere della cucina calabrese, il peperoncino sempre a portata di mano a tavola, i parenti che lo chiamavano Salvatorino (come noi, in famiglia, per un mio cugino), l’ostinazione, le inquietudini, l’ironia, le battute… Più di tutto, il carattere ribelle e anarcoide, simile al mio.

Ciò che ha reso grande Rino, però, è la sua qualità di visionario presago: le sue canzoni sono attuali ancor oggi, popolari e amate, 40 anni dopo. Il suo successo continua, a dimostrazione che il talento vero (ma è più giusto dire il genio) resiste all’usura del tempo, anzi è riconosciuto dalle generazioni che arrivano dopo. Gaetano ha avuto un grande successo negli ultimi anni della sua breve vita (1950-1981): trovo straordinario non solo che per noi adulti le sue canzoni siano rimaste indimenticabili, ma soprattutto che molti giovani, i nostri figli è nipoti, lo apprezzino con affetto sincero. Un sentimento riservato solo agli interpreti più grandi, pochissimi nomi, della musica leggera: dai Beatles a Elvis Presley, a Lucio Battisti. Perciò, relativamente incompreso da giovane, Rino è poi entrato, e resta, nella storia della nostra musica. E la morte improvvisa e imprevedibile, giovanissimo, nella nostra memoria, lo avvicina – per me – a un altro mito dei nostri tempi, l’attore americano James Dean (1931-1955)

Perciò, subito, lascio la parola a personaggi autorevoli che (forse) non lo hanno amato quanto me, ma lucidamente ne hanno colto l’identità e il valore artistico.

Walter Veltroni: «Il suo talento è nella capacità straordinaria di leggere l’Italia e gli italiani attraverso il gioco e la provocazione intelligente, la denuncia sociale e il nonsense, il ribaltamento degli schemi che è, necessariamente, ribaltamento della verità di comodo, delle dichiarazioni ufficiali, della politica incipriata del Palazzo, degli stereotipi di un benpensantismo ingrassato e moralista.»

Maurizio Costanzo: «Dico subito che Rino Gaetano era un artista e aggiungo: non si può tranquillamente dirlo di tutti. Era un artista, con tutte le fragilità degli artisti, con la presenza e la voglia spesso determinante di provocare. Nuntereggaepiù, più che una canzone è un manifesto, un coro di protesta».

Mogol: «La gente se lo ricorda, passano gli anni e lui diventa importante. È un’alchimia, è indecifrabile veramente, secondo me è la sua libertà d’artista, la sua non appartenenza a nessun codice… Nel mondo della musica è passato come la primavera, velocissimo.:.».

Rino – all’anagrafe Salvatore Antonio Gaetano – come cantante aveva una voce ruvida, di forte personalità; come autore, i suoi testi erano intrisi di nonsense, provocazioni, contraddizioni. E con uno stile ironico, anche beffardo, ma sempre privo di aggressività e arroganza: anzi, al contrario, si avvertono a volte struggenti sfumature di malinconia esistenziale. La fondamentale chiave di lettura del fenomeno Rino Gaetano è però un’altra: la modernità. Prendiamo una delle sue canzoni più popolari, quella che – dopo difficili inizi – lo portò alla notorietà nazionale: Nuntereggaepiù. Se non ho contato male, sono 28 i personaggi che Rino Gaetano, nella canzone, non sopportava più. Cito solo i più famosi… Gianni, Umberto e Susanna Agnelli, Attilio Monti, Leopoldo Pirelli, Marco lardelli, Enzo Bearzot, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno, Paolo Villaggio, Raffaella Carrà, Gianni Brera, Gianni Rivera. Ma anche i quattro partiti all’epoca sempre al governo: De, Psi, Pli, Pri. Era il 1978. Il tono è impertinente, ma bonario: il riferimento è all’onnipresenza di quei personaggi nel potere e nella vita pubblica italiana. Per molti lustri, gli stessi nomi sono rimasti uguali, immutabili e intoccabili; qualcuno è vivo e vegeto ancor oggi. Ma dove sta la qualità della canzone? Basta sostituire i nomi di quarant’annifa con gli onnipresenti di oggi (politica, talk show, finanza, sport, spettacolo…) e la valenza resta identica: probabilmente il tono sarebbe assai meno bonario.

Quando ascolto le canzoni di Rino, mi colpiscono e mi emozionano ogni volta, più di tutto, l’assoluta diversità, il dileggio spontaneo. Ha detto lo scrittore Enzo Caffarelli: «Rino è una figura atipica: la difficoltà di trovare modelli cui avvicinarlo, correnti in cui inserirlo, è il miglior complimento che gli si possa fare. Le musiche, fatte di pochi accordi, sono costruite intelligentemente e tutto sommato gradevoli. La voce è aggressiva, grintosa, volutamente grezza: le parole divertenti, con poche allegorie, immagini veloci, fotografiche.»

E Gino Paoli (introducendolo a Domenica in): «Vorrei presentarvi un amico che è venuto a trovarmi e che mi diverte. Mi diverte perché è l’erede di un certo tipo di nonsense, di marinetterie, del surrealismo più antico. Si chiama Rino Gaetano».

Il giornalista Andrea Scanzi: «Gaetano era una supernovità. Ha brillato tre anni, dal ’76 di Mio fratello è figlio unico al ’78 di Nuntereggaepiù. Il successo sanremese di Gianna lo spiazzò, non ebbe il tempo di venirne a capo.»

Considero anche affascinante il suo malumore verso le canzoni più facili che gli venivano suggerite o imposte dalle case discografiche. Come Gianna, che gli regalò un successo (600.000 copie vendute), di cui per niente Rino si compiacque, al Festival di Sanremo: nonostante il terzo posto, dietro i Matia Bazar e Anna Oxa. E Aldo Grasso, che ha un palato molto esigente, lo ha ricordato così, in un suo articolo: «Breve la vita del cantautore solitario e tormentato… ma intensa per la creatività delle sue composizioni tra paradosso e sarcasmo: artista esuberante e satirico, dotato di una vena musicale trascinante, Rino Gaetano ha interpretato un ruolo, arguto e irriverente, poco frequente nel panorama della canzone italiana».

Forse stupirò molti ammiratori di Rino, affermando che al di là delle sue canzoni più popolari, quella che mi intenerisce di più, di sapore sociale, è Fabbricando case. Pressoché sconosciuta, e mi chiedo perché, e perciò desidero ricordarne le parole più significative: «Fabbricando case / ospedali casermoni e monasteri… / Fabbricando scuole / dai un tuo personale contributo all’istruzione… Sub appalti e corruzione, bustarelle da un milione / Ci si sente vuoti dentro il cuore / e dopo vai dal confessore / e ti fai esorcizzare / spendi per opere assistenziali / e per sciagure nazionali / e ti guadagni l’aldilà / e puoi morire in odore di santità»…

Anche queste sono parole valide, dopo decine di anni, e lo saranno anche in futuro. Difatti Fiorello ne parla così: «Non sono canzoni da ricordo, quelle di Rino, sono canzoni del presente e del futuro. La prima parola che associo a lui è: avanti. E il Rino di trent’anni fa, quel Rino ancora oggi starebbe un passo avanti a tutti noi». E pensare che oggi, se il suo destino fosse stato diverso, avrebbe avuto appena 67 anni! Riconoscimenti importanti gli sono arrivati da cantanti famosi. Addirittura Vasco Rossi ha detto: «Se non ci fosse stato Rino, io non avrei mai cantato». E Francesco De Gregori: «Era fisicamente diverso da noi, non aveva l’aplomb da universitari che avevamo noi, nonostante cercassimo di fare i freakettoni. C’era poi l’aspetto zingaresco di Rino, era una specie di scheggia impazzita, aveva un grandissimo talento, una fantasia smisurata. Ricordo il suo sguardo beffardo, provocatorio, ma anche la grande dolcezza. Le sue canzoni avevano l’aspetto formale del nonsense, ma avevano contenuto, facevano pensare. Rino sapeva cosa sono le canzoni e come si scrivono. Era un uomo del Sud e questo si percepiva, lo dico in senso positivo.»

Fino alla metà degli anni Settanta la gavetta fu dura, numerose le delusioni. Poi si susseguirono canzoni meravigliose, per la musica e per le parole. Mio fratello è figlio unico, e Tu, forse non essenzialmente tu, che Renzo Arbore e Gianni Boncompagni inserirono nei loro programmi radiofonici; Ma il cielo è sempre più blu, e Berta filava, Sfiorivano le viole, Ahi Maria. Era riservato, guai a incalzarlo sulla sua vita privata e sui suoi amori, (che mai compaiono nelle sue canzoni). «Potrebbe dare fastidio alla donna con cui ho avuto una storia d’amore: tra perdere un amore e perdere una canzone, preferisco perdere una canzone…» I suoi riferimenti erano Bob Dylan, Bob Marley, i Beatles ed Enzo Jannacci. Si irritava se gli venivano attribuite appartenenze politiche o anche semplici simpatie.

Se ne andò nella notte tra il 2 e il 3 giugno 1981. Alle 3.55 un terribile incidente stradale lo aveva ridotto in fin di vita, con varie micidiali fratture. Forse per un collasso, come sembrò indicare l’autopsia, forse per un momento di sonnolenza, Rino in via Nomentana, reduce dall’ennesima notte tiratardi, invase la corsia opposta, contro mano, e andò a sbattere contro un camion. Inutili i soccorsi, disperata la ricerca di un ospedale attrezzato ad accoglierlo e curarlo (ci furono per questo giustificate polemiche). Ma non c’era più niente da fare. All’alba l’ultimo respiro.

Uno dei suoi più cari amici, il giornalista Enrico Gregori, lo descrive così: «Era svagato, ma con i riflessi prontissimi. Mi colpì immediatamente la sua umiltà… Era un sognatore, ma con molto senso pratico. Come cantautore: innovativo e, soprattutto, avulso dal panorama dei cantautori in voga negli anni in cui esordì.»

E ancora: «La notte in cui è morto avrei dovuto essere in macchina con lui. Ma, per un inconveniente, l’appuntamento saltò. La sorella di Rino, Anna Gaetano, mi ha sempre detto che se io fossi stato con lui, molto probabilmente quell’incidente non sarebbe accaduto. Ma questo non ce lo può dire nessuno. Per il resto, credo di non avergli mai fatto capire fino a che punto lo considerassi grande come cantautore. Ma è anche vero che io e lui avevamo l’abitudine di prenderci parecchio per il culo. Suppongo che sapesse quanto lo stimassi».

Incontrai l’ultima volta Rino Gaetano a Milano, a pranzo. Avevo lasciato la direzione del Corriere d’Informazione e avevo fondato un periodico pretenzioso e vanitoso, Milano elle (che durò poco). Gli avevamo chiesto un’intervista. Ricordo alcune cose che disse, con fermezza, ma con misura, quasi a bassa voce. «Il mio desiderio è di poter essere sempre libero, tutto qui. Non voglio insegnare niente a nessuno, ma non mi piacciono la politica e i partiti. Non faccio comizi. Non faccio proclami… Canto e scrivo ciò che sento». E così è stato. Era l’epoca in cui quasi tutti i cantanti erano militanti, veri o finti, di sinistra. Rino non era né di sinistra né di destra. Impossibile non volergli bene.

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