C’erano una volta / Fred Buscaglione

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Mi confidò di sentirsi solo. Non immaginavo che non l’avrei più rivisto

Quando avevo 17 anni cercai d’intervistarlo, ma mi liquidò dopo poche battute. Mi colpì il suo sguardo triste. Sul palco faceva lo spaccone, diceva di aver avuto 1.150 donne.

Fred Buscaglione

(di Cesare Lanza per LaVerità) Ero proprio un pischello del giornalismo. Nel 1959, a neanche 17 anni, avevo cominciato a scrivere qualche articoletto sul Corriere Mercantile e poi sul Nuovo Cittadino (un quotidiano cattolico) di Genova, la mia città adottiva. Ma poi Antonio Ghirelli, che diventò per me una specie di secondo padre, era andato a dirigere Tuttosport e accettava con divertimento ogni mia stravagante proposta. Così un bel giorno gli chiesi se potevo intervistare Fred Buscaglione. «Come no», rispose Totò al volo. E io, subito, mandai una lettera a quel cantante che tanto mi affascinava. Nessuna risposta. Dopo un paio di settimane mi arrivò una sua foto con dedica, senza un cenno alla richiesta di appuntamento: forse una frettolosa cortesia di qualche suo collaboratore.

Non mi arresi. Un giorno andai a Rimini in compagnia di un amico di scuola, lui si esibiva all’Embassy e si faceva pagare relativamente poco (70.000 lire al giorno, altrove era già a quotazioni di 1 milione), per gratitudine verso i gestori, che lo avevano aiutato nei tempi duri della gavetta. Ci appostammo e lo beccammo, autorizzati a entrare nel suo camerino. Ci disse subito: «Ma l’intervista è per il giornalino della scuola?». Il mio amico rispose al volo indicandomi col dito: «Il giornalista è lui! Io sono solo un compagno di viaggio…». «Una goliardata, dunque», sospirò Buscaglione e si accasciò su una poltroncina. Io balbettai e citai le testate genovesi per le quali scrivevo. «Lasciamo stare i preti», disse Fred. «Il discorso ci porterebbe lontano. Ma una domanda, prima, te la faccio io…».

Lo fissai, prendendo coraggio. Avevo pensato di trovarlo con una bottiglia di whisky a fianco e, chissà, con qualche pupa adorante che aspettasse paziente di portarselo a letto. Invece urlò perché qualcuno gli portasse un caffè doppio. Ricordo che mi colpì la tristezza, profonda ed evidente, del suo sguardo. Ci chiese se anche noi gradivamo il caffè e poi: «Avete visto il mio spettacolo?». A disagio, rimasi zitto. Il mio amico, invece, ridendo: «Non avevamo i soldi per il biglietto». E lui a voce bassa esclamò: «E che cazzo», disse, o qualcosa di simile. «Potevate anche chiedermeli, no?».

Ci chiese se almeno conoscevamo le canzoni, poi io azzardai: «Qual era la sua domanda?». Mi rispose brusco: «Non siamo ridicoli, datemi del tu». E poi: «La domanda è semplice: che cosa, secondo te, distingue il mio lavoro e la mia vita? ». Il mio amico bofonchiò: «Il successo?». E Buscaglione, quasi schifato, reagì: «Ma per carità…». Debbo dire che io ero un po’ particolare, negli anni del liceo: vedevo i film di Michelangelo Antonioni e della nouvelle vague, leggevo
Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Ernest Hemingway e William Faulkner… E mi davo arie di intenditore di alienazione – la parola di moda all’epoca – e di psicologia. Perciò sparai la mia botta: «La solitudine?». «Bravo!», rispose lui, d’acchito. «L’infelicità?», azzardai ancora. Fred Buscaglione scoppiò a ridere. «Adesso non esagerare, non ti inventare altro». E tornò triste: «Nella solitudine ci sono tante cose, certo anche l’infelicità. Ma anche molto altro. La riflessione, ad esempio. La possibilità di riflettere». Partì in quarta con una serie di pensieri slegati. A un certo punto si fermò e ci guardò con insolenza: «Ditemi la verità, siete venuti in Romagna dove tutti trombano», disse così o qualcosa di simile. «E avete detto: visto che siamo qui perché non andiamo a rompere i coglioni al vecchio Fred?»  Mi colpi la costante malinconia. Mormorò: «Spero per voi che siate riusciti a trombare. Ma forse siete troppo giovani e vi è andata male. Troppo giovani anche per l’intervista. Peccato». E ci congedò . Erano entrati nel suo camerino due o tre suoi  collaboratotori: Fred di qua, Fred di là… Qualcuno lo chiamava Ferdinando, ch’era il suo vero nome. Niente alcol, niente pupe.

Uscimmo nella notte di Rimini, ancora viva, chiassosa: belle ragazze (le tedesche!), bulli, sensualità, le canzoni che arrivavano dai lontani juke-box nei bar sempre aperti. Come succede spesso agli adolescenti, avevo cambiato umore: malinconico anch’io, come Buscaglione. E il mio amico d’improvviso peggio di me. A proposito di solitudine… Ci aspettavano le lenzuola fredde, prive di compagnia, della nostra camera, in una pensioncina. Ricordo che alzai lo sguardo verso il cielo meravigliosamente pieno di stelle. Non potevo immaginare che, neanche un anno dopo, il 3 febbraio i960, Fred Buscaglione sarebbe morto, a Roma, all’alba, in uno stupidissimo incidente stradale. Il re dello swing, dunque, se ne andò ad appena 38 anni.

Ferdinando era nato a Torino, il novembre 1921. Famiglia molto modesta di Graglia, un paesino vicino Biella. Il padre muratore, la madre portinaia e nel tempo libero insegnante di pianoforte. Dalla mamma Fred ereditò la vocazione per la musica: a 11 anni è ammesso al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, ma ci resta solo tre anni, non solo per le ristrettezze economiche della famiglia, soprattutto per la sua avversione alla musica classica. E per il ragazzo comincia una stagione difficile, per portare qualche soldo a casa: fa il fattorino, lo scaricatore del porto, l’apprendista odontotecnico… Adolescente, debutta nei locali notturni di Torino come cantante jazz e polistrumentista in grado di suonare contrabbasso, violino, pianoforte, tromba. Una prima svolta arriva a 20 anni, quando è notato (fine anni Trenta) da Leo Chiosso, all’epoca studente in giurisprudenza. Nacquero un legame artistico, con Chiosso paroliere di Fred, e una forte amicizia. Dopo la fine della guerra Buscaglione rientrò a Torino e fondò un proprio gruppo, gli Asternovas. Vita faticosa, umile e randagia, spettacoli in locali notturni di varie città d’Europa, spesso di pessima qualità. Era incompreso, le sue canzoni trasgressive magari piacevano, ma nessuno si azzardava a pubblicarle.

La seconda svolta arrivò da un amico, Gino Latilla, di tutt’altra ispirazione, la trionfante – negli anni Cinquanta – canzone melodica. Latilla si impose con la sua casa discografica, la Cetra, e da lì cominciò la scalata. Irresistibile di Fred: nello spettacolo, musica dischi (9 album) e televisione; e nella pubblicità che lo corteggiava a forza di milioni. E nel cinema: 10 film, tra cui Poveri milionari, regia di Dino Risi (1959), Guardatele ma non toccatele, regia di Mario Mattoli (1959), Noi duri, regia di Camillo Mastrocinque (1960) con Totò, Paolo Panelli e Scilla Gabel. Un momento rilevante per la sua notorietà fu nel 1957: l’accesso al grande pubblico, grazie al programma Rai Musica alla ribalta, incentrato su divi famosi come Renato Carosone, Henry Salvador e Gilibert Becaud.

Eravamo sedotti e conquistati dai testi delle sue canzoni. Finalmente un personaggio estraneo a ogni schema, nuovo, ardito, ironico! Goliardia mai volgare, bonario anticonformismo, apparente e scherzoso cinismo. Parole inconsuete per l’esaltazione delle ragazze maggiorate, tutte curve, bulli americaneggianti, e per le bevute di whisky: il femminismo non c’era, non c’erano moralisti pronti a battersi contro l’alcol, il fumo e altri vizietti. C’erano anche canzoni sentimentali come Love in Portofino e Guarda che luna. Ma niente a che fare con il botto imperioso di Che bambola!, Teresa non sparare ed Eri piccola, 0 anche Perdonate se ho il whisky facile.

Non bisognava fare i conti col femminismo, e perciò il nostro amico Fred in Che bambola! si incontra con una super ragazzona, «un bel mammifero modello centotré». Lui ci prova, lei «finta il destro e di sinistro» l’incolla «ad un lampion». E poi Eri piccola, forse la più celebre e certo la più divertente, con la ragazza che impugna la pistola e fa fuori 0 duro di turno, il protagonista. E Buonasera signorina? Un mito. Siamo a Napoli, «dove par che la montagna scenda in mar». E Che notte, definita l’epopea del gangster in stile Buscaglione? C’è sempre la bonazza dalle curve strepitose e ci sono piccoli gangster che si chiamano «Buck la Pasta, Jack Bidone coi fratelli Bolivar/ mentre, sotto ad un lampione/ se la spassa Billy Carr».

Un sorriso smagliante, i baffi curati, la ragazza e la bottiglia immancabili. Questa era l’identità imposta da Chiosso, non senza fatica e discussioni, a Buscaglione. E Fred – ch’era tutt’altro nella vita, un borghese pacifico e nient’affatto spaccone – diventò amatissimo. Beveva, sì, ma reggeva benissimo l’alcol, come un vero duro. Il suo sassofonista, Giorgio Giacosa, racconta: «Per bere, Fred non badava a spese. Non l’ho mai colto in stato confusionale, eppure ci dava dentro: al mattino, quando ci si trovava al bar Sandro di via Verdi 0 eravamo in giro a suonare, si faceva 4-5 Pernod come niente». Al mattino! Quanto all’amore e le donne, Fred disse: «Ero il più bel Casanova italiano all’estero, le mie conquiste ammontavano a 1.150». Un’esagerazione, evidente, come nei testi delle canzoni. Gli attribuirono flirt con Scilla Gabel, Anita Ekberg, Maria Grazia Buccella. Ma ebbe forse un unico, grande amore, con l’artista magrebina Fatima Robin ‘s, al secolo Fatima Ben Embarek, che poi diventò sua moglie. Conosciuta (lei aveva 19 anni) nel 1949 a Lugano, acrobata e contorsionista. Un matrimonio romantico, ma litigioso e tormentato. Si separarono alla fine del 1959, pochi giorni prima della fine di Fred.

Buscaglione morì improvvisamente, in un incidente d’auto a Roma, mentre rientrava all’hotel Rivoli, dopo una notte in un night di via Margutta. La sua Ford Thunderbird, color rosa pastello, si scontrò all’incrocio fra via Paisiello e viale Rossini, ai Parioli, con un camion carico di porfido guidato da un giovane, che invano tentò di soccorrerlo. Ai funerali, a Torino, partecipò una folla immensa: circa 20.000 persone, tra cui celebrità dello spettacolo come Johnny Dorelli, Gino Latilla e Wanda Osiris.

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