C’erano una volta /Helenio Herrera

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Il Mago, allenatore modesto che si trasformò in asceta. Avaro e scontroso, ma alla fine piaceva a tutti, soprattutto alle donne, per la sua grinta da grande motivatore. Corso: «Urlava sempre. Mica consigli tattici, solo “forza Inter”»

Il grande Gioanbrerafucarlo lo chiamava Accaccone. Era Helenio Herrera, il Mago, il più importante allenatore nella lunga storia del nostro campionato di calcio. Accaccone, sì: per distinguerlo da Heriberto Herrera, da Gianni Brera definito invece Accacchino, assai meno noto del celebre antagonista. Con Heriberto, un uomo intelligente e colto, avevo un rapporto molto amichevole, ma non credo che gli dedicherò uno di questi ritratti domenicali: non so a quanti interesserebbe, anzi non so quanti, oggi, possano ricordarne il nome. Ben diverso, Helenio! Ha ispirato ed eccitato i mass media come, forse, nessun altro nel mondo del calcio, se si eccettuano Pelè e Diego Maratona: innumerevoli i reportage su di lui, centinaia o migliaia i servizi televisivi, incalcolabili gli articoli di giornali, i titoloni, le interviste, e addirittura decine i libri biografici. Scriverò dunque di lui solo ciò che so, per averlo incontrato direttamente, o per essere stato informato da fonti attendibili perché a lui vicinissime. Ciò che mi piace di più di H.H. è qualcosa che per molti è tuttora ignoto. Nei favolosi anni Sessanta l’avversario più popolare di Accaccone, allenatore dell’Inter, era Nereo Rocco, allenatore del Milan. E il paròn, genuino e popolare, mi era umanamente molto simpatico, come ho scritto in queste pagine; Helenio invece mi era estraneo, inafferrabile e vincente, visibilmente scaltro. Contrariamente a ciò che appariva sui giornali e ai tifosi, Herrera e Rocco avevano un bel rapporto personale, molto amichevole: reciprocamente rispettoso e spesso scherzoso. Sorridevano nel leggere ciò che veniva attribuito alla loro presunta rivalità: «Meglio così!», dicevano, secondo i miei amici cronisti dell’epoca. «La rivalità fa bene agli interessi e alla popolarità di tutti e due». Ed ecco il retroscena: dopo la morte di Nereo Rocco, H.H. periodicamente si recava a Trieste, al cimitero, per rendere omaggio all’amico e rivale, davanti alla sua tomba. Voleva restare solo, lasciava ad attenderlo la sua ultima compagna, la giornalista Fiora Gandolfi, di fronte al camposanto . Fiora ha confermato l’episodio, in un ottimo ricordo, ricco di un collage di opinioni («L’uomo della domenica»), di Giorgio Porrà, su Sky. A proposito di Fiora Gandolfi: è stata una giornalista molto brava, una pittrice, una studiosa del linguaggio, una donna curiosa, affascinante. Ma H.H. era anche lui fascinoso, con qualsiasi interlocutore, e di più: fascinosissimo e seduttivo con le donne. Piaceva e sapeva di piacere. Non saprei dire – forse nessuno lo sa – quante mogli abbia avuto: tre o quattro, forse più, anche un’amante che non poteva sposare perché non era divorziata. E figli? Idem: chissà, sette, otto, forse più! Fiora stessa racconta: «Era un uomo onesto, spiritoso e ahimè gran seduttore. Ma io lo perdonavo sempre. Un furbetto mica da ridere, aveva un sacco di amanti, e io non me ne accorgevo. Ci provava con tutte, lo faceva con discrezione, ma non se ne lasciava scappare una». Si erano conosciuti quando H.H. aveva lasciato l’Inter e si era trasferito alla Roma. Fiora andò a intervistarlo in un ritiro, a Grottaferrata, e si piacquero subito: lui, colpito oltre che dal fascino femminile di Fiora, dalla cultura e dall’eleganza di lei; e lei dalla spontaneità, dalla diversità (assenza di volgarità, capacità di sintesi, qualità delle idee e dell’umorismo) di Helenio. Avevano detto a Fiora che H.H. portava la dentiera e aveva capelli colorati. «Invece non era vero, aveva i denti storti e i capelli non erano colorati, ma spalmati di brillantina», ha rievocato Fiora. «Non beveva, non fumava, era in controtendenza. Aveva l’aria di un uomo raffinato, ma anche pieno di tremende rozzezze. Però diretto, diverso, si vedeva che era nato povero». Tornarono a incontrarsi dopo tre mesi e – si sposarono anche – non si lasciarono più. Un grande amore, per tutti e due. Se provo a mettere in riga i dati essenziali della vita di Accaccone, fin da subito faccio fatica. La data della morte è certa: a Venezia, la città che amava e aveva scelto come residenza dopo essersi ritirato dal calcio, 20 anni fa, il 9 novembre 1997. Ma la data di nascita? Assolutamente incerta: a Buenos Aires il 10 aprile 1910, pare. Ma H.H. avvertì il desiderio irresistibile di ringiovanirsi, fino a modificare nel 1916 l’anno del suo arrivo al mondo: con una semplice correzione, da o a 6 sul passaporto. E Fiora ha raccontato di aver faticosamente fatto l’operazione inversa, sulla lapide di Helenio, riportando il 6 a 0. Dunque il Mago morì (forse) a 87 anni, dopo una vita romanzesca, degna – anzi, al di là delle fantasie di un racconto di Alexandre Dumas padre 0 di un Lev Tolstoj. Era figlio di un anarchico andaluso (sembra che fosse stato indagato per un attentato al re di Spagna), costretto a emigrare in Argentina. Ebbe un’infanzia poverissima, piena di stenti e sacrifici: fu operaio, magazziniere, tornitore, venditore di carbone e pronto a qualsiasi mestiere, pur di mantenersi e dare una mano in famiglia. E questo spiega, presumo, la sua avidità: chiedeva e otteneva ingaggi da favola, inauditi all’epoca, e tutti gli allenatori suoi contemporanei gli furono grati perché anche i loro compensi di conseguenza lievitarono, senza peraltro mai sfiorare quello inarrivabile del Mago. Ogni sua spesa personale doveva essere a carico del club. Pretendeva che i suoi premi fossero doppi rispetto a quelli dei giocatori. Ecco: i suoi calciatori non aveva un rapporto umanamente apprezzabile. Joaquin Peiró, un gran campione da H.H. ristretto al ruolo di riserva, mi raccontò: «Non mi faceva giocare, lo detestavo. Non ci parlavamo, non mi rivolgeva la parola. Ma quando succedeva che aveva bisogno di me, per infortunio dei titolari 0 per altre ragioni, era diabolico. Si trasformava. Dal lunedì fino alla domenica mi prendeva da parte come se ci legasse un rapporto affettivo, mi diceva che ero il migliore. E io ci cascavo: gli credevo, andavo in campo motivatissimo, galvanizzato». Ma anche con i campioni, i titolari della sua formidabile Inter, i rapporti non erano idilliaci. La sua bestia nera era Mariolino Corso, cocco della famiglia Moratti, aveva un carattere indipendente e libero, impertinente: si diceva che durante gli allenamenti insultasse il Mago e il Mago, astuto, sapendo di non poter sanzionarlo, fingeva di non sentire. Corso era un tipino di talento eccezionale e inconsueti capricci. Brera diceva che in campo, nelle giornate calde, sceglieva per sé un angolo del campo all’ombra e di lì non si muoveva facilmente. Corso ha detto che, per lui, H.H. era un allenatore modesto, ma anche lui riconosce che era uno straordinario galvanizzatore, capace di compattare la squadra e ottenere il meglio da tutti. A Giorgio Porrà, con sarcasmo, ha confidato che Helenio correva lungo le fasce del campo, agitandosi e urlando. «Tutti pensavano che ci diceva chissà cosa, consigli tattici, indicazioni… In realtà gridava solo forza Inter, forza Inter! ». Corso rivela anche che ogni anno H.H. tentava di vendere, inascoltato, i giocatori di maggior temperamento, in primis lui, Aristide Guarneri e Armando Picchi. Quanto al denaro, una volta con l’impudenza della mia età imberbe gli chiesi se fosse vero che, prima di partecipare a una serata in un club 0 ad altri eventi simili, si informasse se per lui era prevista una medaglia d’oro, il nobile metallo che gli stava molto a cuore. Si rabbuiò, poi capì che non era opportuno polemizzare e ridendo rispose: «A tutti fa piacere ricevere un riconoscimento». Non ricordo se disse esattamente «riconoscimento», parlava una lingua mista di spagnolo, francese e italiano. Ma capiva e si faceva capire. Era avarissimo. Corso e Mazzola, ma molti anche al di là del calcio, dicono che non pagava mai niente, neanche un caffè. I suoi grandi successi restano stampati nella memoria non solo dei tifosi dell’Inter, ma di tutti gli amanti del calcio. Arrivò a Milano dalla Spagna (dove lo chiamavano «Habla habla» per la sua estenuante dialettica) nel 1960 e vi restò fino al 1968.1 primi due anni all’Inter furono insoddisfacenti. Angelo Moratti, pur spazientito, ebbe l’intelligenza di aspettare. Lo scontro più forte fu quando il presidente acconsentì al desiderio di Accaccone di cedere Antonio Valentin Angelillo, un fantastico goleador, ma colpevole di avere una impegnativa relazione con la bella e seducente Ilya Lopez. Poi arrivarono stagioni grandiose. H.H. aveva ottenuto un compenso all’epoca strabiliante, 40 milioni, oltre agli abituali premi doppi: trovò un ambiente depresso e rassegnato, riempi gli spogliatoi di cartelli per incitare i giocatori, ipnotizzò pubblico, critica, giornali, dirigenti, calciatori, allenatori. Il suo slogan preferito era «Taca la baia ! ». Fu presto ribattezzato il Mago. Ed ebbe ragione lui: Coppa Italia, scudetti, due Coppe Campioni, due Intercontinentali. Nelle decisioni importanti per mandare in campo la formazione migliore, Moratti si impose più di una volta: H.H. lo stimava ed era impaurito, obbediva sempre. Il presidente però non lo faceva mai davanti ai giocatori, per non indebolire il carisma del mister. Herrera aveva allenato in Francia, poi l’Atletico Madrid, il Barcellona, la Nazionale spagnola, l’Inter, la Nazionale italiana. Arrivò alla Roma nel 1968, quando avevo 26 anni ed ero in procinto di trasferirmi a Torino. Misi a segno un piccolo scoop. Lavoravo al Corriere dello Sport. Accaccone era arrivato in circostanze misteriose, l’indiscrezione più intrigante era che, prima di firmare, aveva voluto, a garanzia, una valigetta con molti milioni in contanti. E non si capiva, non si sapeva quando, precisamente, sarebbe arrivato e dove avrebbe alloggiato. Finalmente arrivò, con totale reticenza sua e della Roma. Ma dove si nascondeva? Feci la cosa più semplice, dopo aver inseguito false piste per tutto il giorno. Spesso la banalità è decisiva! Telefonai, parlando in inglese, agli alberghi più importanti. Finalmente, all’Hilton se ricordo bene, me lo passarono. Era di buon umore: promise sfracelli, ovviamente lo scudetto; disse che Roma era la città più importante del mondo, negò la diceria sulla valigetta piena di denaro. Incantò Roma come gli era riuscito a Milano, era amatissimo dai tifosi, ma non ottenne trionfi e neanche significative vittorie, salvo una Coppa Italia e una Coppa angloitaliana. Nel 1973 fu licenziato. Furibondo per la mortificazione, sparò a zero: dirigenti incapaci di programmare e rendere la Roma competitiva, negò di aver chiesto una somma pazzesca, 150 milioni, per il rinnovo del contratto. Con un’acida pillolina finale: non era un caso, se la Roma aveva vinto un solo scudetto, nel 1942, grazie però alla tutela di Benito Mussolini. Gradite una sintesi finale, su questo personaggio complesso e contraddittorio come pochi altri? Lascio la parola all’inimitabile Brera: «Accaccone? Buffone e genio, cialtrone e asceta, manigoldo e competente, becero e salutista». Nel 1973 fu cacciato dalla Roma per scarsi risultati. Se la prese con la dirigenza e, acido, disse: «Avete vinto solo uno scudetto, nel 1942. E solamente grazie alla protezione di Mussolini». Secondo i giornali, lui e Nereo Rocco erano in pessimi rapporti Invece si rispettavano ed erano buoni amici, nonostante le differenze: il primo scaltro, il secondo pop e simpatico.

di Cesare Lanza, La Verità

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