Interessante quesito: perché il Qn vende più di tutti?

Share

Il motivo è semplice: si pone dalla parte dei lettori

Analisi dei motivi per cui le testate del gruppo Riffeser sono le più acquistate nelle edicole italiane

Andrea Riffeser

Chi, non dico trent’anni fa, ma anche solo 10 anni fa, avesse scritto che il QN, il Quotidiano nazionale, sarebbe diventato il quotidiano più diffuso in Italia, sarebbe stato preso per pazzo. Questa leadership in edicola è diventata invece una realtà. Tra l’altro tutt’altro che effimera o occasionale.

Ma molto solida anzi. E, per il momento, inscalfibile. Il QN, quotidiano nazionale è il fascicolo giornalistico con il quale sono veicolate nelle edicole italiane le varie testate del Gruppo Riffeser e cioè: la Nazione, il Resto del Carlino, il Giorno e il Telegrafo.

Quale è la ragione del successo di questa catena di testate? Essa è essenzialmente dovuta al fatto di non aver compiuto, per paura o per prudenza, le cose a metà. Partiamo, ad esempio, dal formato. Dopo le costosissime prove sperimentali condotte dagli inglesi di The Times, non c’è più dubbio: i lettori preferiscono il formato tabloid secco, cioè appunto il formato adottato dal QN.

La soluzione tabloid secca è una scelta definitiva perché, per iniziativa di Rupert Murdoch che voleva ridurre a tabloid il The Times, dopo averlo acquistato, è stata fatta una costosissima prova sperimentale andando in edicola, per un semestre, con due The Times totalmente diversi, redatti da due redazioni diverse, stampati da due rotative diverse. Uno era broadsheet (cioè nel classico formato largo) e l’altro era tabloid.

Murdoch fu costretto a fare questa onerosissima prova perché tutti (ma proprio tutti) i suoi dirigenti lo imploravano in ginocchio di non commettere la sciocchezza di ridurre il formato di The Times. La loro preoccupazione era giustificata dal fatto che in UK, da sempre, il giornale di grande formato connotava tutti i giornali di qualità (destinati quindi alle èlite inglesi) mentre il tabloid era il formato tipico dei quotidiani popolari, quelli gridati, con la foto delle donne da camionista nella terza pagina. Ridurre il formato di The Times significava quindi proletarizzare una testata che fino a quel momento era impettita, con l’acca giustamente ed esageratamente aspirata. Significava quindi declassarla, eliminando il suo specifico elitario e snob.

Murdoch che invece, in tutti i paesi del mondo dove si era progressivamente trovato ad operare, dalla nativa Australia, agli Stati Uniti d’America, aveva usato sempre e solo il formato tabloid, e in tutti i paesi aveva avuto successo, spesso clamoroso, opponeva ai suoi dirigenti terrorizzati, il convincimento che gli inglesi non potevano essere diversi dagli altri umani occidentali con i quali sinora aveva avuto a che fare. Ed ebbe ragione per cui, dopo la prova sperimentale, anche The Times divenne tabloid.

In Italia l’unico, fra i grandi editori, che ha avuto il coraggio di usare il tabloid secco è stato Andrea Riffeser. Non a caso Riffeser è un editore puro, che segue da vicino ogni giorno, la fattura dei suoi quotidiani e che ha una grande esperienza internazionale che mette sistematicamente a frutto nelle sue testate. Ma il formato tabloid secco, se è un ingrediente del successo del QN, non è il solo componente. Anzi la formula vincente è rappresentata dal desiderio di realizzare dei quotidiani popolari di qualità. Popolari, perché trattano gli argomenti in modo da interessare grandi platee di lettori. Di qualità, perché, per raggiungere platee più vaste di lettori, non diluiscono la qualità degli articoli che, nel QN, sono sempre scritti in un italiano semplice ma sempre molto corretto e con uno stile coinvolgente ma non appesantito da aggettivi superflui.

Inoltre gli articoli del QN sono sempre brevi. Il QN pubblica dei fondi, lucidissimi, da 2 mila battute e, alle volte, anche meno (cioè di un quinto più brevi dei fondi dei quotidiani concorrenti). I fondi brevi del QN non è che siano meno esaustivi di quelli lunghi della concorrenza. Essi, semplicemente, non divagano ma entrano subito nel vivo annunciato dai titoli che, a loro volta, non sono mai affetti dal birignao dei redattori cosiddetti creativi che vogliono, con queste contorsioni, nutrire la loro autostima (spessa esagerata) anziché rispondere alle reali e concrete esigenze dei lettori.

Il QN inoltre, cosciente che per un lettore è più interessante la notizia della cameriera che è caduta dal balcone nel suo quartiere, che un maremoto con duemila annegati dall’altra parte del mondo, segue da vicino, e appassionatamente, la cronaca locale. Ma non la fa come lo fanno i grandi quotidiani concorrenti che pubblicano un fascicolo di cronaca locale che è costruito come se fosse una dependance/doppione del fascicolo nazionale, con tanto di articolo di fondo, cronaca culturale, dibattiti politici. I cronisti dei grandi quotidiani si ritengono dei piccoli Scalfari o Montanelli non compresi e pertanto relegati a parlare di mense scolastiche o di bus che non funzionano. Perciò, nella speranza di essere scoperti dal direttore e quindi promossi al rango che ritengono che a loro competa, scrivono degli articoli di cronaca locale nel quale il sindaco viene trattato come se fosse il presidente del consiglio e gli assessori come se fossero dei ministri: ma la gente del posto quando legge la cronaca locale vuole delle cronache locali. Sembrerebbe ovvio. Ma non lo è. Per capire come queste debbano essere fatte, è inutile perdere tempo: basta leggere le cronache locali del QN.

E che dire delle pagine culturali che nei giornaloni concorrenti del QN occupano pagine intere, spesso composte da un solo e sterminato articolo senza tener conto che il lettori (in base a ricerche da loro stessi commissionate ma delle quali essi non tengono conto) i lettori, dicevo, dedicano alla lettura dell’intero quotidiano una media di 8 minuti. Cioè questo tempo verrebbe assorbito dalla lettura di uno solo di questi sterminati lenzuoli sotto forma di articoli.

Anche su questo argomento il QN segna una bella differenza persino nel suo fascicolo della cultura che non si propone di far sentire coglioni i suoi lettori ma vuole aiutarli ad allargare le loro conoscenze. Questo fascicolo della cultura non fa loro le prediche, non li redarguisce implicitamente ma li aiuta a capire e a crescere. Non è un fascicolo-preside d’altri tempi (di quelli con la bacchetta in mano) ma un amico che ha delle idee nuove da comunicare.

È alla luce di queste considerazioni che si spiega il clamoroso successo del QN, il Quotidiano nazionale che ha raggiunto il top assoluto italiano nella vendita in edicola. Il bello è che visto che le resistenze corporative sono tante, la concorrenza non riesce nemmeno a copiare le soluzioni (tipo QN) che hanno dimostrato, al di là di ogni dubbio, di avere successo.

Pierpaolo Albricci, ItaliaOggi

Share
Share