Il mondo s’ingrassa (leggete l’interessante articolo sul dramma dell’obesità)

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L’incidenza dell’obesità è più che raddoppiata in 73 paesi del mondo tra il 1980 e il 2015 – e continua ad aumentare dove non si è ancora al raddoppio. In senso lato, il fenomeno dovrebbe avere una spiegazione abbastanza semplice: per la prima volta nell’intera storia umana la popolazione ha perlopiù abbastanza da mangiare. Il fatto però che sia ugualmente presente nei paesi ricchi e in quelli poveri suggerisce che le cause vadano oltre alla semplice abbondanza. Sono la Cina e l’India ad avere la proporzione più alta di bambini obesi. Cina e Usa invece hanno il maggiore numero di adulti obesi. Risulta anche che i ricchi in molti paesi siano tendenzialmente meno grassi dei poveri: un totale rovesciamento di ciò che comunemente pensavamo di sapere di come gira il mondo. Molte spiegazioni sono state offerte per il fenomeno: per esempio, alterazioni nella dieta verso i cibi a più alta “densità energetica” come gli zuccheri. Il problema è che, mentre l’aumento di peso è generalizzato tra le popolazioni, gli usi alimentari sono tuttora molto disomogenei. Si è pensato anche alla riduzione dell’attività fisica nella vita quotidiana con l’urbanizzazione e la meccanizzazione di molti aspetti del lavoro. Sono però tendenze che hanno preceduto l’incremento generale del peso della popolazione – piuttosto recente  – lasciando alla relativa “pigrizia” della vita moderna solo un effetto marginale. La questione è stata esaminata – almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti – da due economisti americani: Charles Baum, della Middle Tennessee State University, e Shin-Yi Chou, della Lehigh University, nello studio “Why has the prevalence of obesity doubled?”. I due hanno incrociato l’enorme mole di dati raccolti in quasi trent’anni attraverso la National Longitudinal Survey of Youth sulla condizione socio-economica, peso ed altro di oltre 12mila giovani con variabili come età, scolarizzazione, reddito e esperienza di lavoro, il tutto per vedere quali di questi elementi incidano sulla tendenza all’obesità. Hanno trovato un unico fattore che emerge prepotente dalle varie modellazioni dei loro dati: il fumo. Chi non fuma è statisticamente più portato all’obesità patologica. A prima vista, l’effetto non sembra particolarmente forte. Baum e Chou calcolano che fino al 4% dell’aumento di peso nazionale degli americani si spieghi con la generalizzata riduzione del fumo delle sigarette. Però – solo per concettualizzare – il 4% degli oltre 110 milioni di adulti Usa che rientrano nella categoria degli obesi sono più di quattro milioni di individui. Siccome gli effetti nefasti dell’obesità sulla salute sono noti e gravi – come quelli dell’uso del tabacco del resto – non è poi tanto chiaro quanto ci sia un guadagno netto per la salute pubblica. Il peso in eccesso sarebbe responsabile di oltre il 7% dei decessi americani. Baum, a disagio con i propri risultati, mette le mani avanti: “Ovviamente nessuno consiglierebbe di fumare per combattere l’obesità”. Parlando al Washington Post, ha detto che “mentre è realistico che il declino del fumo possa avere a che fare con l’aumento del fenomeno, è meglio considerarlo come una dimostrazione di come i cambiamenti sociali si allargano a onde, intersecandosi tra loro”. L’obesità americana – e forse quella mondiale – non dipende certo solo dal declino del tabagismo, ma a volte pare proprio che, sia zuppa, pan bagnato o nicotina, la natura ti fulmini lo stesso.

Nota diplomatica, Gerente: James Hansen

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