C’erano una volta / Bruno Tassan Din

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Un grande talento rovinato da un’avventura disperata. La distruzione della Rizzoli ebbe un solo responsabile: Andrea, erede di Angelo Fu lui a lasciare al figlio e al manager l’insostenibile schiavitù del debito bancario

Metto le mani avanti. Non riuscirò a parlare con severità di Bruno Tassan Din, il manager coinvolto nell’amaro destino della Rizzoli, cioè della casa editrice che vantava un prestigioso primato in Europa e finì in rovina, in circostanze – dopo vari episodi drammatici e romanzeschi – tuttora mai ben chiarite. Debbo ricordare ai lettori che questi ricordi domenicali (ormai ne ho pubblicati alcune decine) non sono proposti come pretenziosi tentativi – impossibili, se si volesse contenerli in una pagina – di raccontare le biografie di personaggi che «c’erano una volta». Sono solo testimonianze personali, incentrate sui miei incontri diretti e sulle impressioni e riflessioni che ne ricavai a suo tempo e oggi rammento: da Sandro Pertini a Bettino Craxi, da Amintore Fanfani a Giulio Andreotti, da Marta Marzotto ad Alda Merini e così via. Sulla fine della dinastia Rizzoli, protagonista tra gli altri anche Tassan Din, sono stati scritti molti libri. Ma ci vorrebbe, e non c’è, un Thomas Mann italiano per raccontare narrativamente, come ha fatto il grande scrittore tedesco nei Buddenbrook, la complessità e gli intrecci delle varie vicende, gli intrighi, i delitti, le ambizioni umane dei vari personaggi e, infine, gli inevitabili disastri. Quanto a me, sono soltanto un (piccolo) testimone, defilato, di avvincenti cronache della storia italiana. Ho incontrato tanti grandi personaggi e lì racconto solo per quello che so. La distruzione della casa editrice Rizzoli ebbe un solo, vero e determinante, responsabile: Andrea Rizzoli, figlio di Angelo, il fondatore. Perché Andrea commise forse un solo errore, ma gigantesco: storico, irrimediabile. In sintesi: Angelo Rizzoli senior – un autentico genio – era un «martinitt», cioè un trovatello, e costruì l’impero partendo da zero. Era ignorante, forse non aveva letto a fondo neanche un libro, ma riconosceva il talento degli scrittori e dei giornalisti, con i quali costruì le sue fortune. Quanto all’amministrazione finanziaria e alla gestione dell’impero, basterà dire, per rievocarlo, che teneva i suoi conti su una bustina di fiammiferi e che era spesso l’ultimo a lasciare l’ufficio. Grande, grandissimo, immenso imprenditore. Era ardito, coraggioso, ma mai spericolato. La Rizzoli era fondata sui quotidiano, per il quale era già pronto il titolo, Oggi, e il sottotitolo, Il quotidiano di domani. Ingaggiò importanti giornalisti, Gianni Granzotto e Gaetano Afeltra, e si dedicò alla preparazione per due anni. Poi, intuendo i rischi del sogno e dell’impresa, si fermò. Bruciò nello studio del giornale, attesissimo, una vagonata di milioni di lire – suoi personali, non della società – ma alla fine prevalse il suo fiuto. Rinunciò. Angelo senior aveva un figlio, Andrea: lo amava perfino con tenerezza (ruvido com’era ! ), ma ne vedeva e ne giudicava, crudamente e pubblicamente, i limiti. Lo trattava come fosse un imbecille. Angelo senior aveva un presentimento, intuiva che dopo la sua morte la grande azienda, in mano agli eredi, avrebbe corso il rischio di crollare. Ebbe, lucidamente, la tentazione di venderla. Con un gesto di grande rispetto, forse l’unico di quel tipo nella sua vita, convocò la famiglia per una memorabile cena al Savini e la consultò. Tutti gli eredi e i parenti lo pregarono di non cedere, letteralmente lo invocarono. E, purtroppo per tutti, il fondatore dell’impero si lasciò convincere. Fu Andrea a raccogliere il peso del comando, le responsabilità. Non era affatto stupido: per esempio, era stato posto alla guida del Milan e aveva condotto il club a trionfali successi. Mi era anche simpatico. Era educato, riservato: mi assunse per la direzione del Corriere d’Informazione, mi lasciò una totale libertà benché, politicamente, più di una volta lo avessi messo in imbarazzo. Quando ci conoscemmo, aveva già commesso – appena insediato, subito – quell’errore fondamentale, che spiega la rovina, non rimediabile, della dinastia. Aveva acquistato il Corriere della Sera. Le motivazioni psicologiche sono evidenti: il possesso di un grande giornale quotidiano era stato il sogno irrealizzato di suo padre, l’uomo che ogni giorno lo mortificava. E lui, Andrea, subito volle andare oltre: acquistò il Corrierone, il più grande giornale italiano, il più ambito. E lo fece per di più nel modo peggiore. I proprietari di via Solferino erano Giulia Maria Crespi, la famiglia Moratti e la Fiat di Gianni Agnelli. Lui acquistò le tre quote senza, di fatto, trattare. Ovvero, a un prezzo spropositato: il Corriere aveva già grossi problemi di gestione, finanziari e sindacali. Ed era chiaro a tutti, in primis gli ex proprietari (che non a caso volevano disfarsene) ma non ad Andrea, che gestire l’azienda sarebbe stata un’impresa terribile. Il papà, Angelo senior, aveva predicato ogni giorno: «Mai indebitarsi con le banche!». Per realizzare l’imponente operazione, invece, Andrea non esitò a sottoscrivere, con il sistema bancario, finanziamenti che si rivelarono insostenibili. Questa lunga premessa mi è parsa indispensabile per spiegare, e da parte mia giustificare, l’avventura disperata di Bruno Tassan Din. Il manager era entrato in Rizzoli, quasi in punta di piedi, nel 1973, poco prima che io arrivassi al Corinf. Era stato chiamato a dirigere il settore finanziario, già allora in difficoltà. Si era laureato con il massimo dei voti alla Bocconi. Si distingueva dagli altri manager, tanto ambiziosi, quanto, quasi tutti, di mediocre, impiegatizio livello. Era riservato, ma con qualità di sintesi e di ironia: ti trafiggeva con sguardi indagatori, curiosi, ma intelligenti, rispettosi. Era uno dei pochissimi con cui si poteva parlare (sapeva ascoltare, poi interveniva con realismo) di argomenti sociali e di strategie. Si creò subito tra di noi un rapporto, prima cordiale, schietto, poi amichevole. Non sapevo nulla o quasi della sua vita privata. Era divorziato, ma si diceva che mantenesse un rapporto forte e affettuoso con la moglie. E con quattro figli: Daniele, Tommaso, Luca e Micol. Avevamo preso l’abitudine, quando riuscivamo, di incontrarci nell’intervallo del pranzo. Il problema per me, da sempre una buona forchetta, era che dovevamo arrangiarci in un bar: per Bruno, invariabilmente, un gelato, ne era golosissimo. Era magro e affilato, ma non solo per una questione di dieta. E così dovevo accontentarmi di una birretta e un tramezzino. Influenzato dal suo carisma, mi arrendevo ai suoi ritardi negli appuntamenti: un difetto, anzi un vizietto che ho sempre detestato. Per sapienza, scaltrezza, e per i comportamenti misurati e concreti, Tassan Din si affermò in tempi brevi e diventò prima direttore generale, poi amministratore delegato della casa editrice. Era il braccio destro di Angelo Rizzoli junior, a cui Andrea, sopraffatto dalle difficoltà, aveva lasciato il comando, ritirandosi nella sua villa a Cap Ferrat in Costa Azzurra, dove – con la bella e irresistibile moglie Ljuba Rosa era uno spettacolare protagonista nei casinò, allora scintillanti, di Montecarlo e Nizza. Per competenza, qualità carismatiche, energia e intraprendenza, Tassan Din aveva una forte influenza psicologica su Angelone (intelligente e colto, ma snob, debole e incostante) e rapidamente diventò il vero capo dell’azienda. Proprio, però, nella stagione negli anni Ottanta, in cui i problemi dell’azienda esplosero visibilmente. Con una serie di domande a cui non sono state date mai risposte esaustive. Come fece Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, a diventare il temutissimo riferimento nei destini di Rizzoli e Corsera? Quale fu il ruolo del suo amico Umberto Ortolani? E quale quello di Roberto Calvi, capo del Banco Ambrosiano? E qual è la verità – suicidio o omicidio? – nella fine, da vero film noir, del banchiere in fuga a Londra, trovato impiccato sotto un ponte del Tamigi? E soprattutto: ci fu un complotto o quanto meno una trama dei cosiddetti poteri forti per espugnare il Corrierone e impossessarsene? Indebitandosi gravemente con le banche, Andrea ne divenne schiavo e lasciò l’insostenibile schiavitù ad Angelo e Tassan Din. Il circuito vizioso era senza vie di uscita: la Rizzoli era serva delle banche, le banche erano a loro volta asservite ai partiti e i partiti, con ricatti, rinvìi e false promesse, spadroneggiavano sul Corriere. Restava insoluto il problema alla radice: l’indebitamento, sempre più ingente. Bruno Tassan Din piduista? Sorrido. Certo risultava iscritto, insieme con Angelone e centinaia di personaggi di rilievo nell’Italia di quell’epoca. Penso che Tassan Din avrebbe venduto l’anima a qualsiasi diavolo, nel tentativo di vincere la sua sfida impossibile. Badava, certo, anche al suo interesse personale: ebbe in regalo da Calvi il 10 per cento della proprietà della Rizzoli, come premio per aver favorito incontri tra il banchiere ed alcuni esponenti, importanti, ma minori, del Partito comunista. Intanto il destino di tutti (Thomas Mann, dove sei?) giorno per giorno si compiva. Esplosero il fallimento dell’Ambrosiano, le inchieste della magistratura, la bancarotta della Rizzoli. Sullo sfondo, perfino il Vaticano e l’indecifrabile arcivescovo Paul Casimir Marcinkus, detto Chink, il potente banchiere dello Ior (Istituto per le opere di religione: sic!). Calvi morì, suicida o assassinato. Rizzoli e Tassan Din finirono per lunghi anni in carcere: divennero nemici (Bruno era stato perfino testimone alle nozze di Angelo con l’attrice Eleonora Giorgi), si accusarono reciprocamente. Le guerre esaltano e premiano i vincitori, condannano chi perde. Non mi piace salire sul carro dei vincitori. Mantenni dunque rispetto e buoni sentimenti amichevoli verso Tassan Din. Lo andavo a trovare nella sua adorata Venezia, dove si era rifugiato: veniva a prendermi con una barchetta, e ad accompagnarmi, alla stazione. Gli piaceva remare. E sorpresa! – anche parlare. Parlavamo di tutto, ma mai del romanzo della sua vita. Mai una confidenza o una rivelazione: non le chiedevo, non me ne dava. Era innamorato dell’editoria, acquistò due piccole case editrici, pubblicò raffinati libri d’arte. Mi editò un mio libello, Pillole di Venere, che n o n aveva niente a che fare con l’arte. Sorrideva delle mie debolezze, le donne e il gioco, senza giudicare. Piaceva alle signore, intrigate dai suoi misteri. Era nato a Milano il 6 febbraio 1935, morì ancor giovane a Parigi, in casa della figlia, il 26 dicembre 2000, per un’emorragia cerebrale. Non andai al suo funerale, mi è rimasto il peso di non averlo salutato. Anche per questo ho voluto ricordarlo qui. La rovina fu voler acquistare il «Corriere della Sera» con i suoi enormi problemi Per competenza e qualità. L’iscrizione alla P2 è roba da rìdere. Si sarebbe venduto a chiunque per vincere la sua sfida impossibile. Gli sono stato amico, ma mai ha raccontato il romanzo della sua vita.

 

Cesare Lanza, La Verità.

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