Brescia: violentate in palestra dall’istruttore di karate, una vittima aveva appena 12 anni

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Le faceva sentire donne. Le esortava a lavorare duramente con gli attrezzi e i pesi, perché «nella vita bisogna sempre puntare in alto per raggiungere i propri obiettivi», a partire dalla forma fisica. Le convinceva che potevano bastare a se stesse: sole e sfrontate. Ma una aveva appena 12 anni. Tanto c’era lui, al loro fianco («e ci sarò sempre» scriveva loro su Facebook). E il mondo poi era tutto lì: in una palestra sul Garda, in provincia di Brescia. Con la musica a palla e le luci strobo. Dove l’infermeria diventava un’alcova per consumare il peggiore dei mali: «Va tutto bene, sarà bellissimo». Avrebbe dovuto tutelarle, le sue allieve. E invece per violenza sessuale aggravata o di gruppo, atti sessuali con minorenni e detenzione di materiale pedopornografico (le filmava, le «sue ragazze») è finito in manette Carmelo Cipriano, un istruttore di karate di 43 anni, sposato e titolare della palestra che tutte frequentavano assiduamente. Altri tre complici, che agli abusi avrebbero partecipato su suo invito, sono stati iscritti nel registro degli indagati dal sostituto procuratore Ambrogio Cassiani, titolare del fascicolo. Le indagini hanno riavvolto il nastro addirittura fino al 2003.
Almeno sei le ragazze molestate (anche se un caso risulta prescritto e in un altro la querela è stata depositata oltre i termini): ragazze molto spesso plagiate, manipolate da una figura che gli inquirenti definiscono maniacale e che secondo il gip che ne ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere «mostrava un’assoluta noncuranza per le conseguenze della sua condotta, passando da una ragazza all’altra in modo insaziabile». In alcuni casi si è presentato anche a casa, dai genitori (disperati): «Sono innamorato di vostra figlia. Farei di tutto per lei. Non posso farci nulla se più grandi non mi piacciono».
Dicono pure che la moglie sapesse. Una delle allieve, tra le prime «prede» ad aver subito violenze nel 2008 e ormai maggiorenne, nei mesi scorsi ha trovato il coraggio di parlare e denunciare: prima confidandosi con il fidanzato, poi confermando tutto alla magistratura. «L’ho visto appartarsi con una ragazzina, è minorenne», ha detto. «Non deve fare ad altre ciò che ha fatto a me: quell’uomo mi ha rovinata. E va fermato», lo sfogo disperato. Non era l’unica, però. Le ragazze sono state convocate in Procura e interrogate.
Le più grandi hanno (a fatica e grazie a un difficile percorso psicologico) maturato la consapevolezza di essere state «vittime»: «Di chi ha rubato loro l’adolescenza e la dignità convincendole che fosse tutto normale», commenta l’avvocato di parte civile Michela Marchesi, che ne assiste tre. Non tutte, però. L’ultima in ordine di tempo, abbordata l’anno scorso quando ancora non aveva compiuto 16 anni, non parla quasi più con sua madre: «Mi avete tolto l’uomo della mia vita, lui era il meglio per me, voi non lo capite».
Sotto sequestro sono finiti anche i suoi pc, tablet e telefonini (c’erano 75 mila messaggi). La mamma si logora, ma non ha alcuna intenzione di arrendersi. «Ho visto mia figlia cambiare, allontanarsi da tutto. Un giorno mi chiamò un’altra ragazza, un po’ più grande, che frequentava la palestra: “La porti via da lì, non voglio che le succeda quello che è capitato a me. Quell’uomo mi ha rovinata”. E così ho fatto. Ma è una battaglia durissima, spero solo si renda conto prima o poi di cosa è successo». Perché lei è ancora una ragazzina. E non la donna che lui, il suo allenatore, le diceva di essere per adescarla.

Corriere della Sera

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