C’erano una volta / Angelo Rizzoli

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Angelone faceva il cinico ma era un pesciolino in mezzo a troppi piranha

Editore coltissimo e ironico, non riuscì a reggere il ruolo che gii fu affidato dal padre Pagò in modo abnorme gli errori. Nella vicenda P2 fu una vittima, non un criminale Mi volle a tutti i costì alla direzione del «Corriere d’Informazione». Quando rifiutai, sorrise: «Tranquillo, ci rivedremo presto» Ironizzava sull’ignoranza e l’avidità dei politici. Era convinto di neutralizzarli con la sua superiorità. Invece la palude romana lo risucchiò

(di Cesare Lanza per LaVerità) Ho conosciuto bene Angelo Rizzoli. Lo chiamavano Angelone, fin dall’adolescenza, per la sua corporatura massiccia. È stato il mio editore, quando i Rizzoli mi diedero la direzione del Corriere d’Informazione. Ci vedevamo spesso, ma non abbiamo mai avuto un rapporto di confidenza particolare, familiare. Ci davamo del lei, sempre. Non sapevo niente della sua decisione di ingaggiarmi. Mi informò Davide Lajolo, ch’era suo amico, consigliere e confidente. Lo conoscevo e stimavo (poi diventammo amici) per i suoi libri, i suoi articoli di particolare vigore polemico, ma soprattutto perché aveva scritto la vita di Cesare Pavese. Lajolo era grezzo, ruvido, ma con un fiuto di politico di razza e un cuore grande così. Ed era innamoratissimo della sua terra di origine, le Langhe, per me un vero cult letterario (e gastronomico).«Ti vogliono all’Informazione» mi disse. «Ti chiameranno, non fare la sciocchezza di rifiutare!». All’epoca, poco più che trentenne, mi trovavo benissimo a Genova, la mia città di adozione, al Secolo XIX. Pensai a uno dei tanti pettegolezzi che corrono nel nostro mestiere. Invece l’anticipazione era esatta. Ho già raccontato, scrivendo di Andrea Rizzoli papà di Angelo – che, dopo il primo colloquio, rifiutai. Al momento dei saluti, Angelone mi strinse la mano e mi sussurrò, come se fossimo vecchi amici, sorridendo con complicità: «Tranquillo, ci rivedremo presto…». Mi richiamò Lajolo: «Hai fatto bene a rifiutare, però ti richiameranno, Angelo ti vuole ad ogni costo. C’è lo zampino di Piero Ottone certamente, dietro la proposta che ti fanno, ma Angelo non ha altri candidati: lo hai conquistato, vuole te». E così fu. Il giovane editore. Angelo fu per me un interlocutore straordinario, atipico. Coltissimo, ironico come pochi, ingenuo anche se voleva darsi arie di cinismo, megalomane, completamente inadatto al ruolo pesantissimo, delicato, che il papà – stanco, esausto – gli aveva lasciato. Innocente, incerto, anzi smarrito di fronte ai lupi delle aziende rivali, le avide banche, e gli intrighi e i misteri della loggia P2 a cui si associato. Ho scritto che la vita romanzesca di Andrea Rizzoli meriterebbe di essere raccontata da un grande, lucido e imparziale scrittore. Ripensandoci, è tutta la saga dei Rizzoli che potrebbe essere al centro di un grandioso romanzo, di valore storico. Però penso a Leon Tolstoj, a Thomas Mann soprattutto, Marcel Proust, forse anche a Truman Capote, ma non ci sono scrittori di quella superiore qualità oggi in Italia, né nel mondo. E mi sono molto incazzato, con stroncature impietose, quando i due cugini Alberto Rizzoli e Nicola Carraro (due amici, anche se amicizia è una parola grossa) hanno pubblicato un mielosissimo libro sulla loro famiglia. Sono rimasto deluso perché conoscendo l’intelligenza (e l’indipendenza intellettuale) dei due cugini, mi aspettavo una testimonianza forte e intrigante sulla dinastia! Su episodi noti, ma mai abbastanza esplorati. L’origine – era un trovatello, un martinitt – del fondatore Angelo Rizzoli, la sua genialità e la sua ascesa nel Novecento, fino a diventare il più importante editore in Europa. L’uomo che teneva i conti del suo impero su una bustina di fiammiferi. La sua passione per le donne e il gioco d’azzardo. La sua spietatezza e la prudenza negli affari. Il genio che per una vita sognò di avere un «suo» giornale («Oggi, il quotidiano di domani») e poi dopo due anni ci rinunciò, dopo aver bruciato 7 miliardi dell’epoca anni Sessanta – ed essersi convinto che l’impresa avrebbe devastato il patrimonio della casa editrice. Un vero talento assoluto, quanto mi dispiace non averlo conosciuto! Poi il figlio Andrea, di cui ho scritto domenica: responsabile di un errore di vanità colossale. Appena insediato, dopo la morte del papà, volle acquistare il Corriere della Sera – cioè volle realizzare orgogliosamente e temerariamente il sogno incompiuto del fondatore portandolo via ai grandi personaggi dell’epoca: Giulia Maria Crespi, Gianni Agnelli e Angelo Moratti. Li pagò esageratamente, assai più di quanto il Corriere, in grave deficit, potesse valere. Per riuscirvi, si indebitò in misura irrimediabile con le banche, incurante del prezioso ammonimento del padre: lavorare sempre con mezzi propri, mai ricorrere a prestiti e indebitamenti, col rischio inevitabilmente di diventarne schiavi. Non era un uomo mediocre, Andrea. Ma era stato schiacciato dalla smisurata personalità del padre, che lo trattava come neanche si fa con uno scolaretto. Lo trattava con disprezzo, non gli consentiva mai di intervenire. E così Andrea volle misurarsi con i più grandi poteri dell’epoca, come neanche il grande Angelo aveva osato fare. Dicono che assomigliasse al padre solo per la passione per il gioco e per le donne. Incontestabile questa affinità, ma sono convinto che Andrea sarebbe stato un degno erede di Angelo senior, se fosse stato svezzato, allevato e istruito secondo parametri normali. Invece sotto la sua gestione ben presto si delineò il disastro. Esausto, Andrea si ritirò in Costa Azzurra e delegò tutto all’inesperto e ambizioso Angelone. E il disastro si compì. Quanto al libro di Alberto Rizzoli e Nicola Carraro, certo nessuno dei due pensava di cimentarsi in stile Thomas Mann, né nessuno si aspettava un exploit letterario! Ma una testimonianza schietta, cruda, sincera sulla dinastia, questa sì, era lecito aspettarsela: i due cugini erano stati testimoni diretti dell’epopea. Nicola si sottrasse alla decadenza e allo scempio con una saggia scelta dei tempi, Alberto invece intellettualmente critico verso le decisioni che avrebbero portato al crollo della grande casa editrice – pagò di persona colpe non sue e immeritatamente fu colpito a livello giudiziario ed economico. Sostengo, purtroppo, che il loro libro è solo un noioso scambio di lettere, futilità e insignificanti episodi rispetto alla grandezza, ai drammi e alla tragedia finale. Erano testimoni, ma hanno preferito darci solo – chissà perché – un diario insulso. Per me, come per tanti altri, è possibile esprimere solo impulsi di cuore e di cervello derivanti da una conoscenza diretta, niente di più, né di meno. Quando ebbi la notizia della morte di Andrea per un infarto, provai tenerezza e compassione. Andrea era stato già colpito al cuore una volta e debbo dire che tutti riferiscono che il severissimo padre (dai modi inaccettabili sul lavoro) gli fu vicino con angoscia e affetto, inaspettata sollecitudine. Al secondo infarto il cuore di Andrea non resse: troppo violenta la disfatta della casa editrice, insostenibile il dolore per la carcerazione dei figli, Alberto e Angelo, accusati di bancarotta. Con AngeIone, nel giro di un secolo, la dinastia arrivò alla fine. E l’epopea non poteva concludersi in modo peggiore. Vorrei dire che, dopo Andrea, anche Angelo pagò in misura sproporzionata rispetto agli errori commessi e anche ai reati che gli sono stati attribuiti. La mia impressione non modificabile – è che Angelo fu un pesce indifeso di fronte ai piranha che lo circondavano. Fu spolpato come, forse, mai nessuno. Nella grande indagine che investì la P2, Lucio Gelli, Umberto Ortolani e Roberto Calvi, l’indagato Angelo fu una vittima, raggirata, non un criminale. Come dire, ne ho la certezza psicologica, senza conoscenza dei fatti. Angelo si era trovato di fronte a un compito troppo alto per la sua esperienza: semplicemente non era all’altezza. Soprattutto furono decisive le responsabilità e le ingerenze della politica. Angelone ironizzava sull’ignoranza e l’avidità dei politici, riteneva di poter soggiogarli e neutralizzarli con la sua superiorità culturale e intellettuale. Nella realtà fu la palude – non solo democristiana – a ingannarlo nei mille, viscidi, giochi romani. In sintesi, la Rizzoli e il Corriere avevano bisogno delle banche e di continue aperture di credito. I politici promettevano di intervenire, si ritiravano, chiedevano favori, ricattavano. E l’azienda – che una volta primeggiava in Europa – lentamente e inesorabilmente affondava. Alla fine – è sempre la mia impressione, però supportata da molti opinionisti – il Corriere gli fu scippato per un pugno di lire. Angelo si sposò con un’attrice, Eleonora Giorgi: non fu un matrimonio fortunato, durò poco. Poi si unì a una donna importante, di valore: Melania De Nichilo. Un medico, parlamentare, ora giornalista e opinionista di qualità. La fine di Angelo (penso sempre a Thomas Mann) è stata terribile. Dopo la via crucis legata all’indagine sul Corriere (13 mesi, 407 giorni di carcere) Angelo provò a reclamare i suoi diritti e a ricostruire un suo piccolo regno, imprenditoriale, grazie a produzioni televisive e cinematografiche. Ma non ha avuto fortuna, per la seconda volta. Il racconto di Melania sul nuovo arresto, l’agonia e la fine, è straziante. Una testimonianza affidata esclusivamente ai fatti, senza una parola retorica. Come la vedova (anche lei coinvolta nelle indagini sulle ultime attività di Angelo e poi prosciolta pienamente, dopo mesi, senza essere stata interrogata una sola volta), anch’io non voglio e non posso entrare nel merito delle carte giudiziarie, né contestare le accuse. Fatto sta che Angelo fu sottoposto, fino alla morte, a un trattamento non solo privo della pur minima indulgenza, ma addirittura cieco e sordo di fronte alle sue terribili malattie: diabete, sclerosi multipla, cuore. Gli furono negati gli arresti domiciliari fino alla scadenza dei termini giudiziari. E gli era stata negata un’assistenza più efficace in ospedali attrezzati a fronteggiare i suoi malanni. Angelone era nato a Como il 2 novembre 1943, si spense a Roma l’11 dicembre 2013. Era stato l’erede di un colosso editoriale, uno degli uomini italiani più potenti e ricchi. Morì in rovina, abbandonato da tutti, confortato solo dall’affetto della moglie e dei figli.

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