C’erano una volta/ Andrea Rizzoli

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di Cesare Lanza

L’uomo rovinato dal sogno di possedere il «Corriere»

Fu un grande imprenditore, ma venne schiacciato dalla personalità del padre Angelo, fondatore dell’impero editoriale, che lo faceva assistere muto e in piedi alle riunioni

Mi raccontavano che suo padre, Angelo, lo mortificasse di continuo, in pubblico, trattandolo più o meno come uno stupido. Addirittura dicevano che pretendesse che il figliolo, in sua presenza, dovesse stare sempre rispettosamente in piedi, senza dire una parola. Parlo di Andrea Rizzoli, figlio del leggendario Angelo, fondatore – partendo da zero – di un impero editoriale, il primo in Europa. Partendo da zero? Meno di zero! Perché Angelo Rizzoli era un martinitt. I martinitt, plurale di martinin, sono i poveri orfanelli e i bimbi abbandonati, i figli di nessuno, accolti in una celebre struttura fondata a Milano, nel 1500, in onore di San Martino. Non sono pochi i martinitt, educati all’istruzione e al lavoro, che poi nella vita dimostrarono di possedere eccezionali qualità. Tanto per fare un solo nome: un grande personaggio dell’imprenditoria e della finanza di oggi, Leonardo Del Vecchio. Ma Rizzoli è il più famoso. Secondo giudizi unanimi, un vero genio, di intelligenza superiore. Tutti sanno due sue, singolari, abitudini. Era spesso l’ultimo ad uscire dalla sua azienda, la sera, e spegneva meticolosamente una dopo l’altra tutte le luci che trovava accese, nelle sale di lavoro ormai deserte. E teneva i conti della sua grande casa editrice – questo è proprio stupefacente! – su una bustina di fiammiferi. Un grande giornalista mio amico, Gaetano Afeltra – un maestro – mi raccontò decine di episodi su Angelo Rizzoli, il lavoro, la famiglia, il cinema, le donne, il gioco d’azzardo… Attingerei a questi ricordi, se un giorno dovessi scrivere un ritratto del mitico capostipite. Fatto sta che non ho mai avuto la fortuna di conoscere Angelo Rizzoli, mentre Andrea, figlio ed erede, sì, l’ho conosciuto molto bene. E c’è un episodio che collega la vita leggendaria del vecchio Angelo, la drammatica e infelice esistenza di Andrea, e una esperienza del mio amico e confidente Gaetanino Afeltra. Negli anni 60 Angelo voleva realizzare un suo grande sogno: fondare un quotidiano, da aggiungere alla catena di settimanali, che avevano fatto la sua fortuna, insieme con i libri. Aveva scelto il nome e lo slogan per lanciarlo: “Oggi, il quotidiano di domani“. Aveva scelto e assunto il direttore: Gianni Granzotto, divenuto popolare in televisione grazie alla sua “Tribuna politica“. Aveva scelto e assunto il condirettore: Gaetano Afeltra, considerato il miglior confezionatore, titolista e impaginatore nel mondo dei quotidiani. Aveva deciso (avanti di una decina d’anni almeno, su tutti, in Italia) che il giornale – a colori – sarebbe stato teletrasmesso e stampato in due edizioni fondamentali, a Milano e Roma: sul modello di un importante giornale di Manchester. Ma poi, dopo molti mesi, grazie alla prudenza e all’acume che lo avevano reso grande anzi grandissimo, all’improvviso annunciò: “Mi sono convinto che non esistono le condizioni economiche per lanciare un quotidiano. Ho investito sette miliardi, miei personali, e mi fermo qui. Non metto a rischio il patrimonio della società editrice.”
Angelo Rizzoli aveva sempre predicato la necessità di non indebitarsi con le banche e di lavorare con mezzi finanziari propri, autonomi. E nell’occasione della rinuncia a “Oggi, il quotidiano di domani”, disse che sarebbe stata una follia lanciarsi in un’impresa come quella. Ebbene, il primo passo di Andrea Rizzoli fu quello di acquistare “Il Corriere della Sera“, ch’era in gravi difficoltà economiche, e per riuscirvi si indebitò in misura mortale con le banche. Era il 1974. Non sto deplorando Andrea. Anzi! Voglio esprimere la mia simpatia e solidarietà ai figli di padri importanti, geniali, fondatori di imprese straordinarie, ricchi e potenti. Non è indulgenza. È comprensione, rispetto. Non è facile essere figli di uomini grandissimi. Se fossi un produttore di cinema, o un grande regista, non esiterei a portare sullo schermo la drammatica vita di Andrea Rizzoli, un pezzo di storia italiana, e simbolo di una decadenza imprevedibile. Mi ha raccontato Gaetano Afeltra che Andrea, poche ore dopo la morte del padre, andò a sedersi, impettito, sulla poltrona di Angelo, nello studio presidenziale dove innumerevoli volte era stato obbligato a seguire le riunioni in piedi, senza la facoltà di parlare. Era un uomo poco loquace, orgoglioso, anche audace. Il suo desiderio di rilevare il Corrierone, acquistandolo da Giulia Maria Crespi, Gianni Agnelli e Angelo Moratti, manifestava il desiderio fierissimo di andare “oltre” le volontà del padre e diventare, come lui, protagonista ammirato e invidiato. L’acquisto gli costò 50 miliardi, il Corriere – secondo varie fonti – ne perdeva 20 l’anno: le casse della società editrice furono prosciugate.
A metà degli anni Settanta fui invitato a pranzo da Andrea e dai suoi figli Angelo, detto Angelone, e Alberto. C’erano anche Piero Ottone, direttore del Corriere della Sera, e Nicola Carraro, nipote di Andrea e cugino dei suoi due figli (la famiglia Carraro era socia dei Rizzoli, ma preferì prudentemente cedere le sue azioni, quando la gestione passò dal fondatore – defunto – dell’impero nelle mani di Andrea. Alberto era scettico sulle decisioni del padre, Angelone invece era entusiasta. Mi trovai di fronte a una proposta inaspettata. Andrea, compunto, mi propose la vice direzione, o la condirezione (non ricordo bene) del Corriere d’Informazione, edizione del pomeriggio del Corrierone. Il Corinf era diretto da Gino Palumbo, un altro grande maestro di giornalismo, per di più un amico, mio estimatore. Era stato lui a indicare il mio nome a Piero Ottone, come caposervizio allo sport, quando Ottone era andato a dirigere “Il Secolo XIX“. All’epoca vivevo a Genova: dopo il passaggio di Piero al Corriere e dopo una parentesi sotto la direzione di Marco Cesarini Sforza, di fatto ero diventato il direttore del quotidiano ligure, visto che il direttore era Alessandro Pertone, editore e direttore sia del “Secolo”, sia del “Messaggero“, che non si allontanava mai da Roma. Dunque, al dessert, mi alzai in piedi, ringraziai tutti e gentilmente dissi che rifiutavo, per due motivi. Il primo: i condirettori, o vicedirettori, comunque i ruoli dei giornalisti sono determinati dal direttore, non dall’editore. E mi sembrava chiaro che Gino Palumbo, per di più per me un amico, non fosse al corrente. Il secondo motivo: a Genova mi trovavo benissimo alla guida, di fatto, di un giornale libero, indipendente, con i conti in ordine. E salutai. Andrea mi era apparso parso malinconico, distratto, comunque poco loquace. Angelone invece mi salutò con allegria e mi disse: “Vedrà che ci risentiremo presto!” Mi parve evidente che la proposta era stata avanzata su indicazione di Ottone, che mi aveva avuto come suo gregario nella direzione genovese.  Subito dopo, andai a casa di Palumbo e gli raccontai tutto. Gino era all’oscuro e si irritò moltissimo. Mi disse che, se volevo, mi confermava la proposta di fare il suo vice. Ripetei ciò che avevo detto ai Rizzoli, gli raccomandai riservatezza e me ne andai. Purtroppo nei giorni seguenti Gino – che aveva un carattere passionale – rivelò lo sgarbo che gli era stato fatto: forse voleva cogliere un’occasione giusta per andarsene. Non so. Di fronte alle chiacchiere e alle inevitabili polemiche mi sentii a disagio: temevo di aver fatto una figuraccia con la famiglia Rizzoli. Invece, dopo qualche settimana. mi telefonò Angelone e mi disse che aveva “sollevato dall’incarico” (curiosa espressione che poi ritrovai nei giornali e nei comunicati) e mi offriva , questa volta, la direzione del Corinf. Presi qualche ora di tempo per decidere e infine accettai. Questa volta, però, senza più dire nulla a Gino. Colgo l’occasione per aggiungete che Palumbo é stato un grandissimo giornalista, con qualità, maturità ed esperienze ben superiori alle mie. Al Corinf né lui né io nè altri potemmo fare qualcosa; la sorte dei giornali del pomeriggio era segnata. Ma Gino si prese una meravigliosa rivincita alla guida della Gazzetta dello sport e solo una malattia incurabile gli impedì di realizzare il sogno della sua vita, dirigere il Corriere.
Con Andrea Rizzoli non ebbi mai motivi di contrasto, da lui mai una telefonata o una battuta di dissenso. Libertà assoluta. Dalle combriccole esistenti in ogni giornale, grande o piccolo, sapevo che non gli piaceva la linea anarcoide – comunque mai filo democristiana, come certamente avrebbe gradito – che avevo dato al giornale. E un giorno né combinai una grossa; sciaguratamente avevo aderito alla linea critica e aggressiva verso Giovanni Leone (un vero, paziente galantuomo della politica italiana) presidente della repubblica, organizzata ruvidamente da Camilla Cederna. Ho scritto molte volte, e ribadisco anche oggi, che me ne vergogno con tutto il cuore. Fui trascinato dalla moda, dalla popolarità della smaniosa giornalista. Ma non è una giustificazione. Successe dunque che Andrea andò in visita da Leone al Quirinale, gli parlò del Corinf e il Presidente volle dare un’occhiata all’edizione del giorno. Il mio titolone, in prima pagina, era: “Il Quirinale trema“. L’episodio mi fu raccontato, ridendo, da Angelone, a cui non mancava il senso dell’umorismo. Non una parola, neanche in quell’occasione, da Andrea.  Con il padre Angelo, il figlio ed erede Rizzoli condivideva due costanti tentazioni; la passione per le donne e per il gioco d’azzardo. E le due cose si fusero nell’amore per una splendida donna, Ljuba Rosa, Lui bruttino e anche timido. Lei una delle femmine più belle, sensuali, seduttive, spregiudicate, prive di inibizioni che abbia mai conosciuto in vita mia. Una dea dell’amore e del piacere, la regina delle trasgressioni, E non solo. Ljuba era – è – una leggendaria giocatrice di azzardo. Sfrenata, compulsiva, determinata, temeraria. Alla roulette e, ahimè, alle slot machine. Spettacolare, autorevole, invidiata, chiacchieratissima. Si diceva che Andrea avesse acquistato per lei il casinò di Nizza, il favoloso Ruhl, affinché il denaro perduto potesse rientrare in casa. Non credo sia vero, ma non ho riscontri di nessun tipo. E nel 1978 Andrea si ritirò in Costa Azzurra, lasciò la guida dell’azienda ad Angelone. La fine è nota. La P2, le banche avide, i poteri forti…E una gestione da megalomani. E molti misteri. Bancarotta, debiti insostenibili, indagini giudiziarie spietate. Certo è che ai Rizzoli l’agognatissimo Corriere fu scippato in modo brutale. I giudizi di Andrea sul figlio restano pesanti, inequivocabili. Andrea era nato a Milano il 16 settembre 1914. E si spense a Cap Ferrant per un infarto, a 69 anni, il 31 maggio 1983. Era soggiogato dal padre, ma per niente stupido. Lo aveva dimostrato dal 1954 al 1963 alla guida del Milan, dove non lo comprimeva la presenza del padre. Quattro scudetti e una Coppa dei Campioni (l’attuale Champions League), con una squadra magnifica, la prima italiana a vincere quel trofeo. Ha commesso un solo errore, colossale, e ha pagato ogni sbaglio assai di piu di quanto fosse giusto. Un solo dolore dal destino gli fu risparmiato: l’atroce suicidio della figlia che aveva avuto da Ljuba Rosa. Si chiamava Isabella e a soli 24 anni, nel 1987, si buttò dall’ultimo piano della casa dei suoi genitori, a Montecarlo.

di Cesare Lanza, La Verità

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